Histoire de Pinin

3 07 2010

Histoire de Pinin.

(Storia di Pinin delle Rane)

Ogni sera che Dio mandava sulla terra Pinin tornava a casa dalla sua Rosa dopo le fatiche della giornata nei campi, a mondare il riso, pulire i fossi ed ascoltare il vento.Poggiava la bicicletta al muro e poi, dopo aver salutato il crocchio di donne che filavano chiaccherando sugli usci, entrava nell’aia, passando per il vecchio portone di ferro marrone.

Rosa era sempre li, seduta su una consunta panca di legno a leggere un libro.

Lui le si avvicinava entrando nell’ombra della vecchia betulla e le sfiorava il viso.

Poi andava in casa e si cambiava gli abiti lisi dal lavoro.

Scendeva in cucina e si versava un bicchiere di vino rosso. Dopo averlo bevuto usciva nel sole e si dirigeva verso la baracca in fondo all’aia per uscirne qualche istante dopo con una lunga canna di bambù in mano ed una sacca di juta nell’altra. Camminando piano si dirigeva di nuovo da Rosa, mentre con una mano faceva ruotare la sua canna, sempre in senso orario.

<<Rosa io vado>>

<<Dove vai Pinin? A rane?>>

<<Si Rosa>>

<<Tornerai per cena?>>

<<Tornerò se le rane mancheranno>>

Così dicendo si voltava mettendo il sacco su una spalla ed uscendo dal portone marrone.

Riprendeva la sua bicicletta e ci montava dopo aver assicurato la canna al telaio e messo il sacco di juta nel cesto.

Se ne andava in campagna, verso il fiume, là dove le betulle ed i faggi si fanno più fitti, dove le rogge passano tutte per arrivare al Po.

La sera, mentre il sole si scioglie nell’acqua delle risaie, tornava e questa volta entrava prima la bici di lui dal portone.

Attraversava l’aia e riponeva la canna ed il sacco nella baracca. Con lo stesso passo regolare del pomeriggio si dirigeva verso la casa, posta al capo opposto del grande cortile.

Faceva scorrere la porta lentamente e la varcava solo quando era completamente aperta.

Si sedeva sulla sua sedia, più rinforzata e larga delle altre. Rosa scendeva le scale di marmo grigio e nero ed entrava nella cucina.

<<Quante ne hai prese Pinin?>>

<<Nessuna Rosa, non ci sono più rane qui>>

<<E perchè tu vai tutte le sere a rane allora?>>

<<Io le aspetto, quando arriveranno dovrò esserci io ad aspettarle, devo dirgli una cosa che solo io posso sapere>>

<<Che cosa tu sai e gli altri no?>>

<<Che tu vivi qui Rosa>>

Rosa attraversava la cucina ed accendeva il fuoco mettendo a cuocere la cena.

Pinin le si avvicinava per prenderle la mano e piangendo insieme, insieme stavano fino all’ora di andare a dormire.

Ogni giorno andava così. Ogni giorno dal giorno del loro matrimonio; quando scomparvero, per non tornare più tutte le rane nel piccolo paese circondato dalla acque.

A nessuno tra i loro amici e vicini era sconosciuta questa storia e tutti guardavano Rosa e Pinin con sospetto e pregiudizio. Ma a loro non importava.

Andò così per molti anni e nel paese tutto scorreva sempre uguale.

Fino ad un giorno troppo caldo e troppo umido per poter sopportare anche solo di uscire di casa, di muoversi.

Nessuno andò a lavorare quel giorno. Il paese ed i campi erano deserti. Solo Pinin uscì e fece la sua giornata di lavoro.

Per Rosa e Pinin quel giorno fu identico, fino a quel momento, a tutti gli altri se non per il fatto che la canna nella mano di Pinin ruotò al contrario e forse un velo di tenerezza in più passò negli occhi di entrambi.

Pinin non tornò mai quella sera.

Mentre Rosa in giardino, seduta sulla sua panca, leggeva il suo libro piangendo, ora sola, si udì per tutto il paese un fragore mai sentito, come di mille voci stridule che riempiono le strade ed i vicoli, le aie e le stanze.

Quella notte un fatto mai accaduto, di cui mai si era sentito parlare e di cui mai più si sentirà accadde nel paese.

Miliardi e miliardi di rane di ogni tipo e dimensione uscirono dal fiume e si riversarono passando nelle rogge in ogni dove, fameliche e furiose.

Il mattino successivo ogni casa si vedeva distrutta e demolita fuorchè quella di Rosa e Pinin ed ogni abitante del paese tragicamente morto, ammazzato dalle rane.

Tutti tranne Rosa.

Sola, nel suo giardino, con il libro poggiato in grembo e la testa appoggiata alla betulla non piangeva più.

Si alzò e con fatica si diresse verso la baracca in fondo all’aia.

Entrò e ne uscì pochi istanti dopo con la canna e la sacca di Pinin.

Con passo regolare, facendo roteare la canna nella mano, tornò in casa e chiuse la porta dietro di se.

A.

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2 responses

4 07 2010
chiara

A. l’hai scritta tu vero?complimenti mi è piaciuta moltissimo!!!! Bravo!

5 07 2010
anoipiace

che bella!

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