Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne

20 02 2011

Nell’epoca in cui viviamo è stata dichiarata la fine del lavoro, eppure gli operai nel mondo sono circa 2 miliardi. Nel 1848 quando Marx ed Engels invitavano i proletari di tutto il mondo a unirsi gli operai erano pochi milioni concentrati in poche aree dell’Europa e degli Stati Uniti.

Giorgio Cremaschi parte da questa considerazione per spiegare come la “fine del lavoro” sia soltanto una costruzione ideologica per negare la valenza e l’importanza del lavoro nell’attuale società, e come essa sia stata una parte delle strategie per affermare la centralità dell’impresa, così da provocare lo smottamento dei diritti dei lavoratori, che ora si sta estendendo anche ai diritti di cittadinanza, tanto che l’autore si chiede se viviamo ancora in una democrazia.

Questa tendenza si è affermata a livello globale, ma nel nostro paese, punta avanzata di qualsiasi sperimentazione politica in senso autoritario, si può parlare addirittura di regime: “il regime dei padroni”.

“Un’Italia che semplicemente riconoscesse l’esistenza di una classe operaia e un mondo del lavoro salariato con i propri diritti costituzionalmente garantiti, sarebbe incompatibile con il potere e i successi dell’Italia berlusconiana”.  L’involuzione democratica in Italia risulta ben visibile: l’insofferenza per le regole, i continui strappi inflitti alla Costituzione, l’eccessiva tolleranza nei confronti dei potenti,  – “la ricchezza, il denaro, non devono più essere legittimati, anzi legittimano” –  la scomparsa della critica sociale, hanno prodotto un progressivo allontanamento dallo stato di diritto e l’affermazione di una casta economico-politica potentissima, quella dei padroni, dei manager, dei redditieri; coloro che oltre ad aver vinto la lotta di classe “si sono conquistati il privilegio di  essere gli unici a poterla praticare”.

Per spiegare la svalutazione ideologica subita dal lavoro e il progressivo impoverimento che ha interessato la classe operaia e oggi riguarda anche il ceto medio, Cremaschi ripercorre la storia politico-sindacale dell’Italia repubblicana nei suoi passaggi cruciali. Ricorda la battaglia negli anni 50 del Segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio e la sua rivendicazione affinché i diritti sanciti dalla Costituzione entrassero nelle fabbriche. Una battaglia lunga, i diritti del lavoro faticarono ad affermarsi, lo Statuto dei Lavoratori arrivò soltanto 20 anni dopo. L’impresa italiana non ha mai accettato veramente il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, come invece è avvenuto nel resto d’Europa, ha sempre cercato di affermare un modello paternalista quando non autoritario nel rapporto con i propri dipendenti. Questo è il carattere distintivo, culturale, del padronato italiano, che attualmente, complice il momento politico favorevole e la crisi economica, si sta dispiegando in tutte le sue forze.

Al vertice della piramide sociale c’è il profitto: “Se c’è il guadagno c’è l’impresa; se c’è l’impresa, c’è il lavoro; se c’è il lavoro, ci possono essere i salari e forse anche i diritti”. I lavoratori ritornano ad essere merci: le condizioni, il prezzo lo stabilisce il mercato. Marchionne docet.

Percorrendo questa strada si arriva a Pomigliano, poi si risale a Nord sino a Mirafiori e poi ancora a Sud: Cassino, Melfi. Per metastasi la cancellazione dei diritti si diffonde in tutto il paese. La politica, impotente e servile, applaude. Si discute di liberare l’impresa abolendo l’art. 41 della Costituzione, qualcuno grida allo scandalo, nessuno si accorge che Marchionne “l’articolo 41, insieme a diversi altri, lo sopprime di fatto nel consenso generale, senza nemmeno un piccolo confronto parlamentare”. È un percorso totalmente asimmetrico, emerge soltanto un punto di vista, quello dell’impresa. Il punto di vista del lavoro è completamente ignorato.

Sotto la pressione dell’ideologia dei padroni abbiamo perso di vista una semplice verità: “quando il lavoro estendeva le sue conquiste, miglioravano i diritti di tutti; quando l’impresa impone alla società la sua logica del  profitto, quei diritti sono messi in discussione”.

Che fare, dunque? Cremaschi guarda all’Europa, alla ricostituzione dell’Europa sociale e democratica del dopoguerra, a quell’Europa che ha costruito un patrimonio pubblico e civile diventato un bene per l’umanità, ma prima bisogna sconfiggere la casta politica economica dominante. Non è facile, ci vuole una rivoluzione democratica fondata sulla partecipazione del popolo e abbia come punto fermo la COSTITUZIONE repubblicana.

Io, però, ho paura che, piazza Tahrir, la Tunisia, il Nord Africa, siano molto lontane e non basti attraversare il Mediterraneo.

Da leggere Da leggere Da leggere.

h.

http://www.fiom.cgil.it/   http://www.editoririuniti.net/   http://www.ibs.it/code/9788835990017/cremaschi-giorgio/regime-dei-padroni-da.html

Annunci

Azioni

Information

2 responses

1 03 2011
ltstar

ben tornato acca…ci mancavi…io ho diffuso il verbo, che i fedeli si apprestino a venire a noi e le pecorelle smarite a tornare…

2 03 2011
anoipiace

più che di pecorelle penso trattasi di pecorone…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: