Lo specchio di Sarajevo – Adriano Sofri –

21 03 2011

Per me parlare di questo libro intenso e denso di spirito di umana fratellanza è parlare anche di una grande emozione personale.

Quando ho preso in mano, per la prima volta, la mia copia de “Lo specchio di Sarajevo” era avvolta in una carta da pacchi perchè era il regalo di una coppia di carissimi amici.

Poche settimane prima io e loro, insieme ad un quarto vagabondo, ci eravamo stati per qualche giorno, nel mezzo di un breve viaggio in Bosnia, in quella Sarajevo che Sofri definisce come uno specchio. L’ho quindi letto dopo e non prima di esserci stato e ne sono felice.

Infatti durante la lettura, ad ogni pagina quasi, mi si ponevano dinnanzi le immagini della città sotto la neve che avevo visto; le colline che ne cingono i fianchi, gli edifici ricostruiti delle torri che divennero l’immagine simbolo dell’assedio, le viuzze scivolose della città vecchia con le sue fontane e moschee, i cimiteri, i tanti, troppi cimiteri dove le date di morte si concentrano quasi tutte in quei  maledetti anni di assedio.

Anche senza sapere in fondo poi molto della recente e sanguinosa storia della città in ogni momento in cui sono stato a Sarajevo ho percepito con chiarezza il fatto di essere in un luogo dove, per chi vi transita, si impone di riflettere sulla sofferenza, sul sacrificio, sulla violenza e sulla morte.

Ogni momento trascorso è stato, quindi, per me carico di emozioni forti.

Ne voglio in particolare ricordare una.

Voglio ricordare di quando, al tramonto di un sole pallido, saliti sui bastioni di un’antica fortezza che domina la città da nord, allora coperta da un manto di neve soffice, abbiamo visto le luci dei palazzi e delle case e delle strade accendersi una dopo l’altra ascoltando il suono della voce dei muezzin che richiamavano i fedeli alla preghiera della sera nelle moschee sparse per la città. Mentre appena sotto di noi un enorme cimitero con al centro la maestosa tomba di Izbegovic ci ammoniva che quel momento di grande bellezza e commozione è costato la vita e la sofferenza di un popolo per dare anche a noi la libertà di essere li, infagottati ed infreddoliti a godere di quell’istante.

L’edizione originale del libro è del 1997 ma, dopo essere sparito dalla circolazione per troppo tempo, Sellerio decide di ristamparlo nel 2010 rendendolo così nuovamente alla lettura di chiunque lo voglia.

Raccoglie un serie di articoli scritti tra il 1993 ed il 1995 da Adriano Sofri come corrispondente da Sarajevo per L’Unità, il Manifesto e Cuore, durante i terribili anni dell’assedio alla città trasformata da grande capitale europea ad enorme galera.

Gli articoli si riempiono soprattutto della gente di Sarajevo, quei sarajevesi di cui è difficle non innamorarsi quando li si conosce ed incontra.

Per secoli luogo di incredibile tolleranza e multiculturalità, dove Islam, Ebraismo e Cristianesimo cattolico ed ortodosso hanno convissuto, dove imperi secolari come quello ottomano e quello austriaco si sono incontrati lasciando meravigliosi ricordi culturali ed architettonici Sarajevo è pur tuttavia ricordata per fatti di sangue. L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per mano del nazionalista serbo Gravrilo Princip, scintilla che farà deflagrare il primo conflitto mondiale, e per i lugubri anni dell’assedio sotto i bombardamenti dei cetnci serbo-bosniaci dei criminali di guerra Karadzic e Mladic.

Di questi anni si Sofri ci racconta le difficoltà di vivere in una città in cui incroci stradali, mercati, i cortili dove giocano i bambini, le code alle fontane per l’acqua diventano i luoghi preferiti da cecchini e granetieri per esercitare la loro mira.

Ci dipinge i visi sofferenti della gente, della loro dignità.

Ci spinge a riflettere suule responsabilità enormi che la comunità internazionale ebbe in quella vicenda come in tutta la guerra nei Balcani.

Le immagini dei volti e dei luoghi che Sofri evoca e descrive sono così vivide da sembrarci di poter toccare quei visi scavati da inverni gelidi senza quasi riscaldamento e cibo, di poter udire quelle voci cariche di dramma eppure anche di una, tutta bosniaca, incredibile ironia.

Sarajevo è uno specchio ci dice l’autore, uno specchio che riflette noi stessi e la nostra stessa patria.

Questo libro ci può aiutare quindi a capire ancora oggi molto su noi stessi e su quella guerra, insegnarci a rispettare i popoli che ricercano l’indipendenza, insegnarci ad aiutarli nel loro percorso di libertà, che è anche nostra libertà.

Insegnarci anche ad amarli, come Sofri ha amato profondamente gli abitanti di Sarajevo nei suoi soggiorni sotto le bombe.

Può farci riflettere sulle contraddizioni di un pacifismo imbelle senza se e senza ma che a volte ci fa, nostro malgrado, diventare complici di carnefici efferati.

Credo che queste riflessioni, soprattutto in momenti come questi, tragici della guerra in Libia, siano utili e doverose.

Per concludere mi sia permesso un ringraziamento a quella coppia di amici che ha voluto condivedere con me l’emozione grande di un pezzo di Balcani e farmi omaggio di questo bel libro.

Hvala amici miei!

A.

 

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One response

22 03 2011
anoipiace

e vien voglia di partire…

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