Victor Jara. 16 settembre 1973

16 09 2011

“Su, cantaci una canzoncina ora!”.

16 settembre 1973. Il popolo cileno inizia a conoscere l’inferno della dittatura. Henry Kissinger uno dei registi del colpo di stato nel Cile democratico, in quello stesso anno viene insignito al premio Nobel per la Pace. Kissinger è un uomo dalle idee chiare e fermi principi, dirà in una celebre intervista:  Ciò che mi interessa è quello che si può fare con il potere “. La CIA e le multinazionali americane pensano che l’uomo giusto per vedere cosa si possa fare con il potere sia Pinochet, il macellaio.

Pinochet crede che i diritti siano inutili, contano soltanto i privilegi; è un dittatore, ha paura della democrazia. Pinochet e quelli che lo appoggiano hanno paura dei contadini che chiedono un pezzo di terra per vivere, hanno paura degli operai che vogliono un salario dignitoso per loro e le loro famiglie, hanno paura degli studenti che reclamano il diritto allo studio per tutti. È dura difendere i privilegi, ci vogliono provvedimenti drastici, ci vuole il pugno duro.

Il generale instaura la legge marziale, chi ha idee contrarie alle sue è un terrorista: da imprigionare, torturare, eliminare. Se hai il potere e lo usi puoi decidere che la terra è piatta, se qualcuno ti dimostra che è rotonda lo bruci nella pubblica piazza.

Tra l’11 e il 16 settembre 1973 migliaia di uomini e donne vengono rinchiusi dai militari nello stadio di Santiago del Cile. Tra questi uomini c’è Victor Jara, un artista, regista teatrale, cantautore. Ha scritto bellissime e strazianti canzoni, la sua chitarra fa paura al regime, la sua chitarra può far male, dà voce agli oppressi, ai poveri, al popolo. “Manifiesto”, “Canto libre”, “Vientos del pueblo”, “Plenaria a un labrador” sono canzoni che gli garantiscono una menzione speciale nei quaderni della morte. La sua chitarra e la sua voce devono tacere.

Victor rinchiuso e seviziato in quello stadio che ora porta il suo nome non ha con sé la chitarra, però ha una penna, con quella scrive una canzone, non la musicherà mai: “Canto, come mi vieni male quando devo cantare la paura! Paura come quella che vivo, come quella che muoio, paura di vedermi fra tanti, tanti momenti dell’infinito in cui il silenzio e il grido sono le mete di questo canto. Quello che vedo non l’ho mai visto.”.

I militari che lo prendono in consegna gli riservano un trattamento speciale, prima gli spezzano le dita, poi le mani. “Su, cantaci una canzoncina ora!” gli dicono i fascisti. Victor Jara con un filo di voce incrinato dal dolore inizia a intonare la Canzone del Partito di Unità Popolare. Per i militari è troppo. Lo prendono a pistolettate.

« Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Víctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Víctor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti. »   Joan Turner Jara, moglie di Victor

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