La solitudine degli operai (II parte)

19 02 2012

La propaganda di regime ci spiega quotidianamente, pur senza argomentazioni plausibili, che i mali di cui soffre l’economia risiedono nell’art. 18 vero elemento di arretratezza del paese. Secondo queste teorie strampalate e disoneste l’art. 18 impedisce all’economia di crescere e alle aziende di assumere, ostacola la mobilità sociale, favorisce il nanismo delle imprese; è un impedimento per le aziende straniere che vorrebbero investire in Italia, è la principale causa della diffusa precarietà, aumenta la disoccupazione. Naturalmente, non c’è una sola ricerca, seria e documentata, in grado di sostenere queste tesi, ma per gli ideologi del libero mercato non è che un insignificante dettaglio, la strategia consiste nel ripetere all’infinito lo stesso concetto: prima o poi finiranno per crederci.

Negli anni l’esercito degli oppositori all’art. 18 ha ingrossato le sue fila. A questi si è aggiunta recentemente una nuova categoria (quella degli imparziali astenuti indifferenti), rappresentata da un partito di massa, il PD, che nonostante sia al governo, sul lavoro sembra non avere un’opinione, preferendo lasciare alle parti sociali la decisione, e qualunque sia assumerla. Gira e rigira siamo sempre lì: “o Franza o Spagna purchè se magna”. Alla fine tutto aiuta  a confinare nel più assoluto isolamento gli strenui difensori di un principio di civiltà oltre che di tutela, qual è appunto l’art. 18 e lo Statuto dei Lavoratori.

Essendo l’art. 18 norma di vera tutela contro i ricatti, i soprusi e le discriminazioni, per i tanti sostenitori della sua abrogazione (la neo-lingua preferisce “manutenzione”) diventa efficace sostenere, mistificando, che in Italia non sia possibile licenziare, nemmeno per motivi economici. Falso. Niente di più falso. La normativa sui licenziamenti è stabilita dalla legge 604 del 1966, la quale prevede che il licenziamento possa essere intimato per giusta causa o giustificato motivo oggettivo: il recesso per motivi economici rientra nel secondo caso, se sono interessati uno o più lavoratori si parla di licenziamento plurimo individuale, se i lavoratori coinvolti sono almeno cinque si deve invece attivare la procedura per i licenziamenti collettivi, la cosiddetta mobilità. Occorre tenere presente che in Italia nel solo 2011 sono stati collocati in mobilità attraverso procedure di licenziamenti collettivi migliaia di lavoratori. Risulta evidente che l’affermazione sull’impossibilità di licenziare è priva di fondamento.

L’art. 18 della Legge 300 interviene solo dopo che il licenziamento è stato effettuato, e solo se il licenziamento non è sorretto né da giusta causa né da giustificato motivo oggettivo, dunque non impedisce i licenziamenti. La natura dell’art. 18 è di avere carattere sanzionatorio, a fronte di un licenziamento illegittimo prevede il reintegro del lavoratore e il risarcimento del danno, principio sacrosanto.  Perché, dunque, abolirlo o modificarlo? I padroni senza provare vergogna nel coprirsi di ridicolo rispondono: perché licenziando faremo più assunzioni. I tecnici al governo nella loro austera banalità replicano: perché ce lo chiedono la BCE e l’Europa.

Le ragioni sono altre, in fondo semplici: i lavoratori dipendenti devono essere privati totalmente di qualsiasi forma di tutela, per fare in modo che siano ricattabili, impossibilitati nel presentare legittime rivendicazioni, di conseguenza con un potere contrattuale prossimo allo zero. I lavoratori senza l’art. 18 sono soli. Soli di fronte al padrone che dispone del loro lavoro e del loro tempo, che li remunera quanto vuole per il tempo che serve; i lavoratori trasformati in merce saranno soggetti alle regole del mercato, senza diritti e senza dignità.

Il tentativo di abrogare o modificare l’art. 18 risponde a politiche liberiste il cui scopo è ampliare il sistema globalizzato di sfruttamento dei popoli, delle persone e dell’ambiente; polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi, aumentare le disuguaglianze e la povertà, espropriare le comunità dei suoi beni comuni. A parole tutto quello che il governo Monti e la sua corte dicono di voler combattere.

A. S.

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3 responses

19 02 2012
mario ventriglia

bisogna denunciare apertamente il danno economico che l’applicazione dell’articolo 18 ha causato negli ultimi cinque anni all’economia italiana e paragonarla al danno causato dalla impunità del falso in bilancio e dall’evasione dell’iva. Fuori le cifre e mettiamo al confronto cari signori “tecnici” che ci governate.

19 02 2012
icittadiniprimaditutto

Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

19 02 2012
icittadiniprimaditutto

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