Land Grabbing – Stefano Liberti

1 04 2012

Il land grabbing, che letteralmente significa “accaparramento delle terre” è la nuova frontiera della speculazione finanziaria. Il fenomeno si è sviluppato a partire dal 2008, l’anno della grande crisi; da allora, nei paesi del Sud del mondo decine di milioni di ettari di terra sono passati nelle mani di investitori stranieri: multinazionali interessate alle produzioni di biocarburanti, società finanziarie e fondi pensionistici, paesi ricchi come quelli arabi ma privi di terre fertili. Il land grabbing è la frontiera del nuovo colonialismo ed è un fenomeno destinato a cambiare i destini di buona parte del sud del mondo.

Stefano Liberti, giornalista del Manifesto, ci racconta che cos’è il land grabbing usando un genere poco frequentato di questi tempi, il reportage, macinando migliaia di chilometri in quattro continenti. Libro d’inchiesta che diventa libro di viaggio.

Il viaggio di Liberti inizia in Etiopia, nel cuore della Rift Valley, prosegue in Arabia Saudita dove gli sceicchi guidano la conquista delle terre, poi a Ginevra e alla borsa merci di Chicago luoghi in cui importanti uomini d’affari si riuniscono in lussuosi hotel per decidere politiche e strategie d’investimento, e ancora in Brasile e in Tanzania frontiere dei biocarburanti e delle multinazionali dell’agrobusiness.

Liberti è molto bravo a ricostruire l’intera filiera dello sfruttamento e dell’accaparramento delle terre, mettendo a confronto percorsi politici e istituzionali, evidenziando il ruolo della corruzione, incontrando persone e imprese private, la società civile, frequentando convegni internazionali.

Il punto di partenza del land grabbing è la crisi alimentare, tra le cui cause si può annoverare lo sviluppo dei biocarburanti. Si pensi alla conversione di molti campi nel Midwest statunitense a mais per etanolo che ha fatto diminuire la disponibilità di altri prodotti come il grano, metteteci insieme alcune cause congiunturali, i pessimi raccolti in Europa Orientale e in Australia, e il risultato sarà quello di determinare un forte aumento dei prezzi degli alimenti. Il settore finanziario ha così iniziato ad investire sui prodotti alimentari di base: riso, grano, mais, soia; poi, come sostenuto da un trader americano: “se il valore dei prodotti alimentari cresce, tanto vale risalire alla fonte e comprarsi la terra”. La terra da ”bene comune” diventa un nuovo modo per differenziare gli investimenti e garantire alti profitti agli investitori. “Il ragionamento che hanno fatto è semplice: il mondo continuerà a mangiare. La popolazione mondiale continuerà a crescere. Il cibo sarà sempre più scarso. E quindi varrà di più”.

Ovviamente, le grandi organizzazioni internazionali incoraggiano e promuovono l’accaparramento delle terre, anche se non viene mai detto in modo esplicito, ma offuscato dietro frasi di rito quali investimenti responsabili in agricoltura. La regia è sempre la stessa: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea. In realtà dietro agli investimenti responsabili si nascondono enormi violazioni dei diritti dei contadini. Gli interessi delle grandi aziende private contro quello delle organizzazioni contadine, il Nord e il Sud del mondo, la società divisa tra chi sta sopra e chi sta sotto, i diritti e i privilegi: mondi opposti, inconciliabili, modelli di sviluppo e di cultura diversi.

“I rappresentanti delle organizzazioni contadine parlano di svendita delle terre. Quelli delle istituzioni e dei governi di investimenti in agricoltura. I primi usano parole come <<rapina>>, <<neocolonialismo>>, <<diritti violati>>. I secondi, <<opportunità>>, <<sviluppo>>, <<produttività>>. Ad affrontarsi sono infatti due modelli opposti”. Da una parte i contadini che puntano alla sovranità alimentare e alla compatibilità ecologica, dall’altra i grandi gruppi che mirano a conquistare nuovi mercati, puntano all’aumento di produttività con produzioni estensive a monocoltura. Ed è inevitabile che con l’affermarsi del modello del grande capitale si mette a rischio l’accesso alla terra e anche all’acqua, che per i piccoli agricoltori significa povertà e sfruttamento, mentre su scala globale aumento dei prezzi, fame, rivolte e sommosse popolari come testimoniano le recenti sollevazioni del Nord Africa.

La conclusione a cui giunge Liberti è amara: “il land grabbing è un fenomeno che continuerà fiono al raggiungimento di un limite che non si può superare: la terra, presto o tardi, finirà”.

Un libro necessario per capire come agiscono le economie globali, la crisi, i nuovi strumenti con cui si pratica la lotta di classe.

h.

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2 04 2012
icittadiniprimaditutto

Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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