L’economia dell’impoverimento (di Giuseppina Ciuffreda)

19 01 2013

povertàUn paradosso contemporaneo è la convinzione di poter controllare la natura ma non i mercati. Si manipola un organismo che opera magistralmente da tre miliardi e mezzo di anni, ma si ritiene impossibile cambiare un tipo di economia creata dall’uomo stesso. L’economia che fa girare il mondo è infatti un’invenzione recente, coeva della Rivoluzione industriale. I mercati sono sempre esistiti ma non l’economia del laissez-faire, del lavoro salariato e dell’uso insostenibile della natura. Nella Grande trasformazione Polanyi definisce un atto di fede il mercato che si autoregola perché il lasciar fare da solo non approderebbe a nulla. Per affermarsi deve essere imposto, e lo fa con l’aiuto dello Stato. Valutazione condivisa da Fernand Braudel in Civiltà materiale, economia e capitalismo, XV-XVIII secolo: i capitalisti non hanno mai usato liberi mercati ma un regime di monopolio, appoggiati dagli Stati contro il resto della popolazione.

I padri fondatori dell’economia di mercato erano convinti che seguendo le sue leggi “naturali” ci sarebbe stato benessere per tutti. Furono molto sorpresi quando si resero conto dei poveri. La distruzione della società rurale inglese aveva trasformato dignitosi contadini privati del reddito agricolo e del loro ambiente culturale in »una folla di mendicanti e di ladri» (Polanyi). Nonostante le misure sempre più dure adottate per eliminare la protezione sociale e della natura, ostacoli al libero mercato e alla sua necessaria affermazione su scala mondiale, i poveri aumentavano. Alla fine fu chiaro che la crescita della ricchezza della società e delle classi al potere portava con sé la miseria di ampie fasce di popolazione e l’era vittoriana vide una forte reazione di autodifesa della società: legislazioni sociali, filantropi, pionieri ambientalisti, socialisti, movimento operaio…

L’economia del libero mercato è dunque una creazione umana datata, che in poco più di due secoli ha portato benessere materiale a parti consistenti di popolazione mondiale producendo allo stesso tempo catastrofi ambientali e sociali planetari. Per Braudel, Polanyi e Marcel Mauss, teorico dell’economia del dono, il suo difetto di fondo è l’aver messo al centro della vita sociale il guadagno, ritenendo caratteristica principale dell’agire umano la vocazione a perseguire il proprio interesse materiale. Ma l’economia non è mai stata al centro delle culture pre-industriali. Relazioni, riti e simboli sono sempre stati al primo posto, accanto alle attività tese a soddisfare bisogni di base.

L’esempio più citato, anche da Mauss e Polanyi, è lo studio di Bronislaw Malinowski Argonauti del Pacifico Occidentale, pubblicato nel 1922 dopo due anni di permanenza nell’arcipelago delle Trobriand. Osservando le relazioni commerciali intertribali degli indigeni, Malinowski distinse due tipi di commercio: per i bisogni materiali delle comunità e il Kula Ring, un commercio cerimoniale ben più importante. Le spedizioni rituali, con radici nel mito, seguivano un circuito chiuso tra le isole per scambiare lunghe collane di conchiglia rossa e braccialetti di conchiglia bianca, indossati soltanto per occasioni eccezionali. Un possesso a tempo, poi gli ornamenti tornavano a circolare. L’obiettivo era la coesione sociale e la creazione di relazioni permanenti tra donatori.

“il manifesto”, 26 agosto 2011

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