Marzo ’43, la spallata operaia al fascismo.

1 04 2013

1943-ScioperoNel mese di marzo di settant’anni fa, nell’Italia sconvolta dalla guerra, decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

di Claudio Dellavalle

Nel mese di marzo di settant’anni fa nell’Italia sconvolta dalla guerra si produsse un fatto inaspettato, che rappresentò la prima vera crepa della dittatura fascista e l’inizio del lungo e drammatico percorso di riconquista della democrazia e della libertà. Decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

La protesta operaia prese avvio il 5 marzo a Torino, si allargò nei giorni successivi in città e nei centri vicini, passò nelle fabbriche di altre aree piemontesi; dopo la metà di marzo si estese alle fabbriche di Milano, di Sesto S. Giovanni e del circondario milanese, ad altre province lombarde, toccò alcune fabbriche in Emilia e arrivò fino a Porto Marghera, esaurendosi alla metà di aprile. In quaranta giorni più di 200mila operai, secondo le valutazioni fasciste, avevano incrociato le braccia nonostante le minacce, gli arresti e il silenzio stampa imposto dal regime.

Lo sciopero ebbe una notevole risonanza anche sul piano internazionale. In effetti si configurava come un atto di ribellione, un atto politico, perché per la legge fascista non solo l’interruzione del lavoro era illegale e dunque vietata e punita, ma in tempo di guerra era considerata un atto eversivo, un tradimento della nazione fascista in armi.

Che cosa aveva portato migliaia di operai e operaie ad una prova così rischiosa e piena di incognite? Il terzo anno di guerra aveva impietosamente rivelato i limiti dell’Italia coinvolta in uno scontro insostenibile. Per la verità già dopo il primo anno di guerra l’Italia fascista si era rivelata per quello che era: un paese dallo sviluppo industriale limitato, condotto da una scelta politica irresponsabile a misurarsi in un’impresa superiore alle sue forze. Il regime, anziché prendere atto dell’inferiorità presto evidente, aveva moltiplicato le occasioni di coinvolgimento fino all’ultima disastrosa avventura a fianco di Hitler nella guerra all’Unione sovietica di Stalin.

La distanza tra la visione eroica della nazione in guerra offerta dal fascismo e la dura realtà delle sconfitte si era fatta troppo grande per essere colmata dalla propaganda. Inoltre dall’autunno 1942 la guerra, fino a quel punto lontana, irrompe nella vita degli italiani sottoposti alla minaccia continua dei bombardamenti alleati e al rischio delle distruzioni e della morte. Ne deriva una condizione di insicurezza e precarietà che sconvolge le relazioni della vita quotidiana: centinaia di migliaia di persone, di ogni ceto sociale, con lo sfollamento dai centri urbani cercano di sottrarsi ad una minaccia che può colpire in ogni momento e rispetto alla quale le difese preparate dal regime si sono rivelate inconsistenti.

In questo quadro in rapido deterioramento e privo di sbocchi si colloca la specifica condizione di migliaia di operai e operaie. Mentre le fabbriche sono diventate obiettivi di guerra, le loro condizioni vita e di lavoro si sono deteriorate: da un lato orari prolungati con ritmi stressanti, dall’altro le riduzioni delle razioni alimentari e l’aumento dei prezzi mentre i salari sono bloccati. Il ricorso al mercato nero per un verso diventa una necessità ma per un altro resta un miraggio perché i prezzi rendono inavvicinabili gran parte dei beni: anche cibi popolari come pane e pasta si riducono in quantità e peggiorano in qualità.

Le famiglie operaie che non possono sfollare sono costrette a una vita sospesa tra la minaccia che viene dal cielo e le difficoltà della vita in città. Chi invece ha sfollato la famiglia in campagna deve sottoporsi al disagio di trasporti sconvolti dalle incursioni aeree, e dagli orari incerti. Le condizioni interne ed esterne alla fabbrica arrivano presto ad un punto di rottura proprio in quello che il regime considerava la colonna portante del “fronte interno”.

In effetti il sistema industriale nel corso dei primi due anni di guerra era cresciuto assorbendo manodopera. Accanto agli operai specializzati era lievitato il numero degli occupati nelle produzioni standardizzate dell’industria bellica: operai poco qualificati, giovani, donne. Le distanze contrattuali tra questi vari settori del mondo del lavoro erano notevoli, ma dal 1942 l’inflazione e la scarsità di beni avevano attenuato rapidamente le differenze tra categoria e categoria. Diventava urgente trovare il modo di difendere le esigenze minime di vita di tutti. Anche gli operai di alta qualifica, che avevano un notevole potere contrattuale, diventavano disponibili a rivendicazioni egualitarie perché, come si diceva in fabbrica, “tutti hanno la bocca sotto il naso”.

Il disagio operaio si manifesta per vari segni tra la fine del 1942 e l’inizio del nuovo anno. Sia il sindacato fascista sia le componenti dell’antifascismo avvertono una situazione nuova nelle fabbriche. L’antifascismo ha subito fra gli anni trenta e l’inizio della guerra pesanti colpi dalla repressione della polizia politica fascista. Nelle fabbriche solo i comunisti hanno mantenuto una qualche debole presenza. Ma le difficoltà della guerra aprono nuovi spazi di intervento.

Dall’estate 1941 Umberto Massola, su mandato della direzione del Pci, riesce a entrare in Italia e a ritessere la rete dei collegamenti tra i militanti soprattutto nelle fabbriche di Torino, Milano e Genova. Questo “velo” organizzativo riesce a produrre e a far circolare clandestinamente la stampa di partito, che batte sui temi della guerra ormai persa e delle condizioni di vita e di lavoro degli operai.

Alla fine del 1942 e nei primi mesi del 1943 si verificano in diverse fabbriche alcune proteste spontanee di breve durata. Sono i segni di quello che è stato definito l’antifascismo “esistenziale”, frutto delle difficoltà di vita dei ceti popolari: in fabbrica esso trova le condizioni per incontrarsi con l’antifascismo “storico” di militanti motivati da scelte ideologiche e politiche.

Le proteste spontanee spingono Massola e il gruppo torinese a lui collegato a tentare un’iniziativa di protesta basata su rivendicazioni comuni: 192 ore di salario (erano state promesse agli sfollati e rivendicate per tutti), e un’indennità di guerra. Una protesta dunque di tipo economico, ma che avrebbe assunto, se estesa a più fabbriche, un significato politico, come atto ostile al regime e quindi avrebbe provocato reazioni repressive.

Per ridurre i rischi i militanti di fabbrica suggeriscono di incrociare le braccia sul posto di lavoro evitando manifestazioni esterne che sarebbero state represse con la forza. Si cerca il coinvolgimento della fabbrica più importante sul piano nazionale, la Fiat Mirafiori, che occupava allora 15mila operai e che per la presenza di militanti più esperti poteva fare da esempio trainante per tutti. In realtà le cose andarono in modo diverso: un primo tentativo fallisce e viene ripetuto venerdì 5 marzo, alle ore 10 all’officina 19 delle ausiliarie di Mirafiori.

La protesta ha breve durata e non si estende alla massa degli operai; lo sciopero riesce invece in modo significativo in due fabbriche di medie dimensioni, dove è forte la presenza di operai specializzati. Lunedì 8 marzo scioperano otto fabbriche; il giorno seguente altre ne seguono l’esempio e finalmente dal giorno 11 tutte le maggiori aziende torinesi, compresa Mirafiori, si fermano. Le forme e la durata della protesta sono molto diverse a seconda delle reazioni che le direzioni aziendali, il sindacato, il partito fascista o l’apparato di polizia mettono in atto. Per cui si va da interruzioni brevi, a volte ripetute, a blocchi prolungati dell’attività secondo una logica difficile da individuare: in alcune situazioni le indicazioni dei militanti comunisti sono determinanti; in altre la protesta procede secondo spinte del tutto autonome. L’apporto dei comunisti risulta però decisivo nel far circolare le notizie sullo sciopero e dare un minimo di coordinamento alle richieste.

Così dopo la metà di marzo lo sciopero si estende da Torino e dal Piemonte a Milano e in Lombardia. L’Unità del 15 marzo, diffusa nelle fabbriche milanesi, riporta la cronaca degli scioperi di Torino, le rivendicazioni avanzate e l’invito a scioperare. L’effetto imitazione funziona e lo sciopero anche qui si estende, malgrado sindacato e partito fascista, direzioni aziendali e apparato repressivo siano informati degli sviluppi della protesta. Dove le comunicazioni con i comunisti delle fabbriche non funzionano per difficoltà interne, come avviene a Genova, la protesta non decolla. Nell’insieme gli scioperi possono essere descritti come un’onda anomala, imprevedibile, con comportamenti operai differenti da situazione a situazione: le strutture del regime sono disorientate, incerte tra repressione e qualche concessione.

Un bilancio quantitativo degli scioperi non è facile, tuttavia la cifra di 200mila scioperanti indicata dal sindacato fascista è un riferimento accettabile. Una minoranza, come dirà il Duce di fronte al direttorio del partito fascista per sminuire la portata degli scioperi, e tuttavia una minoranza che coinvolge quasi tutte le maggiori fabbriche italiane impegnate nella produzione bellica. D’altra parte la profonda irritazione di Mussolini nei confronti del sindacato, del partito, delle strutture repressive, cioè di tutto l’apparato del regime rivelatosi inadeguato rispetto alla novità degli scioperi, stava a significare che le agitazioni operaie avevano colpito nel segno.

A complicare le cose c’era il fatto che in molte realtà anche operai considerati filofascisti o iscritti al fascio avevano partecipato alla protesta. Ulteriore elemento, per altro sottovalutato, era stata la presenza massiccia nelle proteste di molte donne, in alcune situazioni le più determinate nello scontro con le direzioni e i sindacati fascisti. Molte di esse vengono denunciate. Dunque la protesta operaia rese palese ciò che molti pensavano ma non osavano dire, e cioè che la crisi da militare si stava trasformando in crisi sociale. Da qui il carattere politico degli scioperi del marzo 1943, che da questo punto di vista assumono una valenza cruciale, segnando un punto di non ritorno nella parabola discendente del fascismo.

Questo dato è ovviamente sottolineato dai comunisti, che hanno lavorato per avviare la protesta, accompagnarla e diffonderla. Ma vale anche per le altre componenti dell’antifascismo politico, stimolate a mettersi in gioco. D’ora in poi i comunisti, per comune riconoscimento, potranno legittimamente assumere un ruolo primario di rappresentanza delle forze del lavoro e questo susciterà l’emulazione delle altre componenti. Già nel corso degli scioperi, ad esempio, è significativo lo sforzo compiuto dagli azionisti torinesi nel dare rilievo alle agitazioni, e prezioso si rivelerà il loro apporto per far conoscere sul piano internazionale la protesta degli operai italiani, che susciterà attenzioni preoccupate anche nei circoli conservatori e vicini alla monarchia.

D’altra parte la cifra prevalente delle agitazioni non è quella di una sola componente politica ma di un soggetto sociale aperto alle proposte della politica. Più in generale, nel considerare l’insieme della prova sostenuta dagli operai nel marzo 1943, si può affermare che proprio l’intreccio di azione politica e di iniziativa spontanea che aveva alimentato gli scioperi costituì l’avvio di una fase nuova nella storia del paese. E in essa il manifestarsi di un protagonismo del mondo del lavoro destinato a durare in contesti completamente diversi.

Nei due difficilissimi anni che seguirono l’iniziativa operaia avrà modo di manifestarsi con una intensità ed efficacia di gran lunga superiore all’apporto di altre componenti sociali. Da questo punto di vista gli scioperi del marzo 1943 possono essere considerati il primo passo per una nuova Italia, dove le forze del lavoro avranno piena legittimazione e un ruolo centrale nel percorso di avvicinamento alla scelta democratica.

* Presidente Istituto piemontese per la storia della Resistenza

tratto dal sito www.rassegna.it

 

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8 Marzo 2013 – Rosa Luxemburg (di Rina Gagliardi)

8 03 2013

rosa luxemburg

«Un’ebrea polacca/ che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi/ uccisa/ dagli oppressori tedeschi».

Questi versi didattici, scritti da Bertolt Brecht nel 1948, tracciano il profilo essenziale di Rosa Luxemburg: e quella morte «eroica», consumata nella rivoluzione tedesca del 1919, che ne ha consegnata la figura, ma soprattutto la sconfitta, alla storia del movimento operaio.

In questa storia Rosa compare, scompare, ritorna, senza alcun criterio rigoroso, a ritmi rapsodici. Nei primi anni ’20, il suo mito, la «Rosa rossa», è nitidissimo, e ottiene il rispetto di Lenin, che la definisce «un’aquila». Con la normalizzazione staliniana, cade nell’oblìo, sepolta dalle accuse di spontaneismo : e il «luxemburghismo» (un «ismo» tra i meno naturali, per un personaggio che combattè tutta la vita contro il dogmatismo e il dottrinarismo) acquistò la cupa dignità di un’eresia. Negli anni successivi, gli scritti ormai quasi clandestini di Rosa Luxemburg interessano piccoli gruppi e microesperienze «revisioniste» : come quella francese di “Socialisme ou Barbarie”. Fu il ’68 europeo (ma non solo) a riscoprire la memoria teorica di Rosa Luxemburg, la piccola «ebrea polacca» che esaltava i movimenti delle masse, e collocava la libertà, e la pietà, tra i valori fondativi della rivoluzione.

Rosa Luxemburg nasce a Zamosc, in Polonia, il 5 marzo 1871, in una famiglia relativamente aperta (liberal, diremmo oggi). Studia, con risultati brillanti, nel liceo femminile di Varsavia, dove entra in contatto con i circoli giovanili antirussi e il Proletariat, il partito socialista polacco, col quale collaborerà attivamente. Nel 1884 — a tredici anni — scrive un poemetto satirico contro il kaiser Guglielmo I, in visita nella capitale polacca: un primo atto di «indisciplina», che le viene perdonato a stento. Pochi anni dopo, nel 1890, si trasferisce a Zurigo, per studiare filosofia (ma anche scienze naturali e matematica): in questa capitale dell’emigrazione intellettuale e politica, maturano amicizie importanti (Plechanov, Zasulic, Warski) e il grande amore con un giovane ebreo lituano, Leo Jogisches.

La Luxemburg concentra il suo lavoro di questi anni alla questione polacca: fonda, nel 1893, la Sdkp, il partito socialdemocratico della Polonia, lavora alla rivista “Sprawa Robotncza” (Causa operaia), partecipa alle riunioni della II Internazionale. Soprattutto, si batte con forza contro la causa — fatta propria anche da Federico Engels — dell’indipendenza nazionale polacca: solo l’unità di tutte le classi subalterne soggette al dominio zarista, sostiene, può liberare gli operai polacchi, mentre l’ideologia nazionalista è organicamente «inquinata», e compromissoria. Sosterrà questa posizione per tutta la sua vita, anche in una bruciante polemica con Lenin e il suo Diritto delle nazioni all’autodeterminazione. In coerenza, del resto, con il rifiuto di ogni specificità (ebraica, femminile), da lei vissuto come una secca riduzione di orizzonti politici e ideali.

Un forte tratto «universalistico», e cosmopolita, del resto, accompagna la cultura marxiana di Rosa Luxemburg — che è cultura solida, nient’affatto ideologica, sostenuta da severi studi strutturali, dal gusto dell’indagine sociale, da una curiosità pressoché inesauribile. In quasi trent’anni di lavoro, produce perciò una sola opera organica — L’accumulazione del capitale, sul quale gravò da subito l’accusa di catastrofismo economico — e una miriade di saggi e articoli (la polemica contro

il riformismo di Bernstein, i conflitti con Lenin sulla concezione del partito e del Massenbewegung, il movimento di massa contropposto alla visione ultracentralistica del leader russo-giacobino, le analisi della rivoluzione bolscevica, le battaglie sul suffragio universale), che definiscono un pensiero politico ricco e coerente, anche se scarsamente sistematico. L’intellettuale Rosa Luxemburg, insieme, coltiva le sue passioni per le scienze — la botanica e la zoologia, le opere di Goethe e i grandi romanzieri russi, i lieder di Hugo Wolf, i quadri del Tiziano.

E’ a Berlino, dove si stabilisce nel 1898 e diventa cittadina tedesca grazie a un matrimonio bianco, che Rosa vive la sua maturità politica e intellettuale. Nella capitale della Germania, che è anche la capitale della socialdemocrazia, si lega di intensa amicizia a Karl e Luise Kautsky: quando, attorno al 1910, la rottura politica tra Rosa e il teorico della “Die neue Zeit” si farà insanabile, l’affetto si trasformerà in un odio selvaggio.

C’era totale unità di «personale e politico», in Rosa Luxemburg, una passione per la vita che — sono parole sue — «non ammetteva meschinità», non tollerava «nessuna bassezza». C’era anche un riserbo di sé quasi assoluto, una ricchezza che non si lasciava né conoscere davvero né penetrare, e che viveva come colpa, sofferenza, tensione, ogni momento di abbandono. E c’era soprattutto una ferrea istanza etica, la volontà che si adegua, senza mai cercare compromessi, alle indicazioni della ragione: quando nel 1919, scoppiano a Berlino i moti spartachisti, Rosa Luxemburg, che pure ne coglie lucidamente l’immaturità, resta a guidarli, sul campo. Non è un gesto estremo di sacrificio: è l’unica scelta possibile di un’esistenza che ha fatto della rivoluzione — dei reali processi rivoluzionari — l’unica meta per cui un’esistenza può spendersi bene. «Sono destinata, lo so, a morire sulle barricate… Ma nell’intimo appartengo più alle cinciallegre che non ai compagni». Bisogna, bruciare «come una candela, dalle due parti», dirà un’altra volta: solo dentro la storia, si esalta anche quella parte profonda di sé che vorrebbe fuggire, verso orizzonti pacificati e distaccati.

Ma in che cosa consiste, alla fine, la fascinazione luxemburghiana che colpisce quasi tutti coloro che si accostano a questa grande rivoluzionaria sconfitta? C’è la modernità del suo pensiero politico, certo: quella notwendigkeit (necessità) della rivoluzione che a torto è stata letta in chiave deterministica o meccanicistica, e che è, al contrario, una compiuta filosofia della contraddizione, e della non rassegnazione all’esistente. Ma c’è la speciale, difficile, forse irripetibile interezza del suo personaggio. «Bisogna abbattere un mondo, ma calpestare un verme per arbitrio è un delitto imperdonabile», scriverà Rosa nei giorni di fuoco della rivoluzione bolscevica, negli ultimi giorni della sua vita. A cui volle apporre come motto Ich war, ich bin, ich werde sein (Io ero, io sono, io sarò).

 

“il manifesto”, 18 maggio 1986





W il 1° Maggio

30 04 2012

Abbiamo il dovere di difendere le libertà democratiche e i diritti sindacali che sono legati alla questione del pane e del lavoro; abbiamo il dovere di difendere i diritti democratici dei cittadini e dei lavoratori italiani, anche all’interno delle fabbriche. In realtà oggi i lavoratori cessano di essere cittadini della Repubblica Italiana quando entrano nella fabbrica. Anche studiosi, prima ancora che noi annunciassimo la nostra iniziativa per la presentazione di uno “Statuto per la difesa dei diritti, della libertà e della dignità del lavoratore nell’azienda”, hanno riconosciuto questa esigenza, che però gli industriali non vogliono riconoscere. Quando al Congresso dei Chimici io annunciai l’idea di proporre lo Statuto, qualche giornale degli industriali scrisse: “Ma Di Vittorio dimentica che le aziende appartengono ai padroni e che coloro che vi entrano debbono ubbidire ai padroni”.

E’ una risposta, questa, che rivela proprio una mentalità feudale, che rivela come i lavoratori siano considerati dai padroni come loro proprietà, come se fossero degli attrezzi qualsiasi. I padroni non considerano il lavoratore un uomo, lo considerano una macchina, un automa. Ma il lavoratore non è un attrezzo qualsiasi, non si affitta, non si vende. Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone. […]

Tutta l’esperienza storica, non soltanto nostra, dimostra che la democrazia, se c’è nella fabbrica, c’è anche nel Paese, e se la democrazia è uccisa nella fabbrica, essa non può sopravvivere nel Paese. […] Noi, perciò, sottoponiamo all’approvazione del Congresso [III Congresso CGIL, Napoli] il testo di uno “Statuto per la difesa dei diritti, della libertà e della dignità del lavoratore nell’azienda” che proporremo alle altre organizzazioni sindacali.
Giuseppe Di Vittorio – L’idea di uno statuto dei diritti dei lavoratori (1952)

E per festeggiare il 1° Maggio una canzone di Sandra Boninelli, intitolata semplicemente CGIL: il nostro segno rosso dentro il cuore. Il nostro sogno rosso che non muore.

 

 

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

W il 1° Maggio, W i Lavoratori.

 

 





W il 25 Aprile

25 04 2012

W la Resistenza! W la Liberazione! W il 25 Aprile! Quante volte lo abbiamo gridato alle manifestazioni, e ogni volta in cuor nostro sentivamo la bellezza e la forza di queste parole, la bellezza e la forza della libertà. E ogni anno celebrare la Festa della Liberazione è ritrovare l’entusiasmo per continuare le nostre battaglie per una maggiore giustizia sociale e civile.

Quest’anno voglio festeggiare il 25 Aprile con un pugno di canzoni, cantate a gran voce e con commozione. La prima, intitolata Partigiano sconosciuto, è del gruppo torinese Cantacronache, testo di Anonimo, musiche di Sergio Liberovici.

A Modena, prima città italiana liberata dai suoi partigiani domenica 22 aprile 1945, la sera del 23 aprile fu data notizia che era stato trovato un partigiano ucciso, sconosciuto a tutti, il quale aveva in tasca soltanto un pezzo di pane. La sua fotografia fu esposta per alcuni giorni sotto il portico del Collegio nella località più centrale e più frequentata della città; poi non se ne seppe più nulla. Questa poesia di un anonimo, appunto ispirata a questo episodio, comparve in quei giorni accanto alla fotografia dello sconosciuto.

Ancora Cantacronoche. Una bellissima canzone. Il testo è di Italo Calvino, la musica di S. Liberovici.  Qui è presentata nella versione dei Modena City Ramblers.

“Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere si educheranno all’amore per il loro paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull’esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana.”  Giovanni Pesce

Questa è la storia di uno dei tanti eroi della Resistenza: Dante Di Nanni. Cantano gli Stormy Six, uno dei più grandi gruppi rock italiani.

Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore. I 7 fratelli Cervi. Marco Paolini e i Mercanti di Liquore dal vivo.

Bella Ciao la cantiamo sempre e non poteva mancare. Questa è una versione originale degli Yo Yo Mundi, tratta dallo spettacolo Resistenza, Teatro di Casale Monferrato.

Ora e Sempre, Resistenza!

 





L’ultima poesia di Luigi Di Ruscio

21 03 2011

Oggi è la giornata mondiale della poesia e voglio celebrare questa ricorrenza ricordando un poeta recentemente scomparso Luigi Di Ruscio. Emigrante, da Fermo a Oslo in Norvegia, dove vi arrivò nel 1957 e per quarant’anni lavorò in una fabbrica di chiodi: “la mia cittadinanza italica è intatta, ho nostalgia dell’Italia quando sono in Norvegia e la nostalgia del giardino botanico di Oslo con gli odorosissimi cespugli in Italia”.

Poeta operaio, comunista, autodidatta: l’esistenza spesa tra la vita in fabbrica e la passione politica. Recentemente le sue poesie sono state lette davanti ai cancelli della Fiat a un picchetto organizzato dalla Fiom: «Chiudere un porco vero nel reparto/ non un porco normale/ un porco insomma un maiale insomma/ chiuderlo nel reparto per otto ore/vediamo come reagisce l’associazione protezione animali/vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale/schianta strozza impazzisce si indemonia/vediamo se è ancora commestibile…».

Di lui Franco Fortini ha scritto: “le sue poesie di miseria e fame, di avvilimento e di rivolta, nascono da un’esperienza diretta documento umano di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano”.

Luigi di Ruscio ci ha lasciato una sua ultima bellissima poesia.

ho la bocca piena di farfalle
e se apro la bocca
voleranno via tutte
e non ritorneranno neppure
se rimango a bocca spalancata
per una eternità

Qui trovate le sue poesie tratte dal volume Le streghe s’arrotano le dentiere: http://cepollaro.it/poesiaitaliana/DiRuTes.pdf

h.





Ballata delle donne

8 03 2011

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

                                 Edoardo Sanguineti





Operai: Democrazia Diritti Lavoro Legalità

2 02 2011

Sabato 29 gennaio a Torino si è tenuto un importante convegno organizzato dalla FIOM/CGIL e dalla rivista MICROMEGA sui temi Democrazia Diritti Lavoro Legalità. Maurizio Landini, Luciano Gallino e Paolo Flores D’Arcais hanno introdotto i lavori. Sono seguiti gli interventi di Gustavo Zagrebelski, Marco Revelli, Antonio Ingroia, Andrea Bagni, Emiliano Brancaccio, Francesco Garibaldo, Roberto Iovino e altri.

Si è discusso soprattutto di lavoro: a partire dall’accordo Fiat, agli effetti della globalizzazione, alla condizione operaia; per concludere con la relazione esistente tra diritti del lavoro e democrazia.

Durante il dibattito sono emersi con estrema chiarezza alcuni temi;  li proponiamo per una riflessione comune:

1.      Impressiona la radicalità delle scelte delle imprese nel perseguire la compressione dei diritti, che muta e si trasforma in violazione dei diritti. Uno degli slogan del ’68 “Vogliamo tutto” è diventato un obiettivo strategico dei padroni: vogliono tutto.

2.      La fuga della politica dalle proprie responsabilità. Sulla vicenda Fiat la politica si è chiamata fuori. Per la rilevanza dell’azienda torinese l’interesse non può riguardare soltanto gli stabilimenti del Gruppo Fiat, c’è un interesse più generale, che riguarda tutti, un interesse nazionale e territoriale. In questo caso la politica ha lasciato fare, ha scaricato tutte le responsabilità senza assumersene una sui 5.500 lavoratori di Mirafiori.

3.      Con l’accordo di Mirafiori ci troviamo di fronte ad una di quelle svolte nei rapporti e negli assetti sociali che possono segnare un’epoca. Non è solo un problema di relazioni sindacali.

4.      L’accordo di Mirafiori cancella in un colpo solo il contratto nazionale, la contrattazione aziendale, il sindacato confederale.

5.      L’accordo voluto da Marchionne non è un accordo, ma un manifesto ideologico; non è il prodotto di una trattativa, non è il risultato di una negoziazione e nemmeno di uno scambio. È un diktat fatto sottoscrivere ad altri, i complici.

6.      L’accordo di Mirafiori non è un brutto accordo: è uno scandalo.

7.      La sconfitta del movimento operaio è la sconfitta di un’idea di Stato, lo Stato Sociale.

8.      Il sistema capitalista non ha bisogno della democrazia.

9.      Per gli effetti dell’apertura dei mercati, della cosiddetta globalizzazione, la Democrazia viene concepita come mero costo, come un costo di produzione.

Questi sono stati gli argomenti principali di un dibattito molto interessante con interventi di alto livello. Sarebbe auspicabile che l’esperienza torinese si allargasse ad altre città, almeno i capoluoghi regionali, e diventasse laboratorio politico di elaborazione di idee in opposizione all’ideologia dominante: quella del pensiero unico e del libero mercato.

Per concludere con uno slogan potremmo dire: Non c’è più il futuro di una volta ma un altro mondo è possibile, basta volerlo.

Potete guardare e ascoltare gli interventi del convegno sui siti della Fiom e di Micromega:

http://www.fiom.cgil.it/eventi/2011/11_01_29-democrazia/default.htm     http://temi.repubblica.it/micromega-online/democrazia-i-video-di-tutti-gli-interventi-al-seminario-fiommicromega/

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