8 Marzo 2013 – Rosa Luxemburg (di Rina Gagliardi)

8 03 2013

rosa luxemburg

«Un’ebrea polacca/ che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi/ uccisa/ dagli oppressori tedeschi».

Questi versi didattici, scritti da Bertolt Brecht nel 1948, tracciano il profilo essenziale di Rosa Luxemburg: e quella morte «eroica», consumata nella rivoluzione tedesca del 1919, che ne ha consegnata la figura, ma soprattutto la sconfitta, alla storia del movimento operaio.

In questa storia Rosa compare, scompare, ritorna, senza alcun criterio rigoroso, a ritmi rapsodici. Nei primi anni ’20, il suo mito, la «Rosa rossa», è nitidissimo, e ottiene il rispetto di Lenin, che la definisce «un’aquila». Con la normalizzazione staliniana, cade nell’oblìo, sepolta dalle accuse di spontaneismo : e il «luxemburghismo» (un «ismo» tra i meno naturali, per un personaggio che combattè tutta la vita contro il dogmatismo e il dottrinarismo) acquistò la cupa dignità di un’eresia. Negli anni successivi, gli scritti ormai quasi clandestini di Rosa Luxemburg interessano piccoli gruppi e microesperienze «revisioniste» : come quella francese di “Socialisme ou Barbarie”. Fu il ’68 europeo (ma non solo) a riscoprire la memoria teorica di Rosa Luxemburg, la piccola «ebrea polacca» che esaltava i movimenti delle masse, e collocava la libertà, e la pietà, tra i valori fondativi della rivoluzione.

Rosa Luxemburg nasce a Zamosc, in Polonia, il 5 marzo 1871, in una famiglia relativamente aperta (liberal, diremmo oggi). Studia, con risultati brillanti, nel liceo femminile di Varsavia, dove entra in contatto con i circoli giovanili antirussi e il Proletariat, il partito socialista polacco, col quale collaborerà attivamente. Nel 1884 — a tredici anni — scrive un poemetto satirico contro il kaiser Guglielmo I, in visita nella capitale polacca: un primo atto di «indisciplina», che le viene perdonato a stento. Pochi anni dopo, nel 1890, si trasferisce a Zurigo, per studiare filosofia (ma anche scienze naturali e matematica): in questa capitale dell’emigrazione intellettuale e politica, maturano amicizie importanti (Plechanov, Zasulic, Warski) e il grande amore con un giovane ebreo lituano, Leo Jogisches.

La Luxemburg concentra il suo lavoro di questi anni alla questione polacca: fonda, nel 1893, la Sdkp, il partito socialdemocratico della Polonia, lavora alla rivista “Sprawa Robotncza” (Causa operaia), partecipa alle riunioni della II Internazionale. Soprattutto, si batte con forza contro la causa — fatta propria anche da Federico Engels — dell’indipendenza nazionale polacca: solo l’unità di tutte le classi subalterne soggette al dominio zarista, sostiene, può liberare gli operai polacchi, mentre l’ideologia nazionalista è organicamente «inquinata», e compromissoria. Sosterrà questa posizione per tutta la sua vita, anche in una bruciante polemica con Lenin e il suo Diritto delle nazioni all’autodeterminazione. In coerenza, del resto, con il rifiuto di ogni specificità (ebraica, femminile), da lei vissuto come una secca riduzione di orizzonti politici e ideali.

Un forte tratto «universalistico», e cosmopolita, del resto, accompagna la cultura marxiana di Rosa Luxemburg — che è cultura solida, nient’affatto ideologica, sostenuta da severi studi strutturali, dal gusto dell’indagine sociale, da una curiosità pressoché inesauribile. In quasi trent’anni di lavoro, produce perciò una sola opera organica — L’accumulazione del capitale, sul quale gravò da subito l’accusa di catastrofismo economico — e una miriade di saggi e articoli (la polemica contro

il riformismo di Bernstein, i conflitti con Lenin sulla concezione del partito e del Massenbewegung, il movimento di massa contropposto alla visione ultracentralistica del leader russo-giacobino, le analisi della rivoluzione bolscevica, le battaglie sul suffragio universale), che definiscono un pensiero politico ricco e coerente, anche se scarsamente sistematico. L’intellettuale Rosa Luxemburg, insieme, coltiva le sue passioni per le scienze — la botanica e la zoologia, le opere di Goethe e i grandi romanzieri russi, i lieder di Hugo Wolf, i quadri del Tiziano.

E’ a Berlino, dove si stabilisce nel 1898 e diventa cittadina tedesca grazie a un matrimonio bianco, che Rosa vive la sua maturità politica e intellettuale. Nella capitale della Germania, che è anche la capitale della socialdemocrazia, si lega di intensa amicizia a Karl e Luise Kautsky: quando, attorno al 1910, la rottura politica tra Rosa e il teorico della “Die neue Zeit” si farà insanabile, l’affetto si trasformerà in un odio selvaggio.

C’era totale unità di «personale e politico», in Rosa Luxemburg, una passione per la vita che — sono parole sue — «non ammetteva meschinità», non tollerava «nessuna bassezza». C’era anche un riserbo di sé quasi assoluto, una ricchezza che non si lasciava né conoscere davvero né penetrare, e che viveva come colpa, sofferenza, tensione, ogni momento di abbandono. E c’era soprattutto una ferrea istanza etica, la volontà che si adegua, senza mai cercare compromessi, alle indicazioni della ragione: quando nel 1919, scoppiano a Berlino i moti spartachisti, Rosa Luxemburg, che pure ne coglie lucidamente l’immaturità, resta a guidarli, sul campo. Non è un gesto estremo di sacrificio: è l’unica scelta possibile di un’esistenza che ha fatto della rivoluzione — dei reali processi rivoluzionari — l’unica meta per cui un’esistenza può spendersi bene. «Sono destinata, lo so, a morire sulle barricate… Ma nell’intimo appartengo più alle cinciallegre che non ai compagni». Bisogna, bruciare «come una candela, dalle due parti», dirà un’altra volta: solo dentro la storia, si esalta anche quella parte profonda di sé che vorrebbe fuggire, verso orizzonti pacificati e distaccati.

Ma in che cosa consiste, alla fine, la fascinazione luxemburghiana che colpisce quasi tutti coloro che si accostano a questa grande rivoluzionaria sconfitta? C’è la modernità del suo pensiero politico, certo: quella notwendigkeit (necessità) della rivoluzione che a torto è stata letta in chiave deterministica o meccanicistica, e che è, al contrario, una compiuta filosofia della contraddizione, e della non rassegnazione all’esistente. Ma c’è la speciale, difficile, forse irripetibile interezza del suo personaggio. «Bisogna abbattere un mondo, ma calpestare un verme per arbitrio è un delitto imperdonabile», scriverà Rosa nei giorni di fuoco della rivoluzione bolscevica, negli ultimi giorni della sua vita. A cui volle apporre come motto Ich war, ich bin, ich werde sein (Io ero, io sono, io sarò).

 

“il manifesto”, 18 maggio 1986





Autodifesa di un rivoluzionario

17 02 2013

louis blanqui

Louis-Auguste Blanqui nacque a Nizza nel 1805 da famiglia benestante. Fu uno degli esponenti di spicco del socialismo utopistico, a questa causa dedicò la sua intera esistenza. Marx lo riteneva il più autorevole dirigente operaio del XIX secolo. Passò gran parte della sua vita in carcere, ben 33 anni. Nel 1832 arrestato per complotto contro la sicurezza dello Stato pronuncia davanti alla Corte d’Assise il suo primo grande discorso pubblico. A distanza di oltre 180 anni può stupire l’attualità di questo testo. Tratto da “Autodifesa di un rivoluzionario” pubblicato da manifestolibri.

Signori giurati,

io sono accusato d’aver detto a trenta milioni di francesi, proletari come me, che avevano diritto di vivere. Se si tratta di un delitto, mi sembra che, almeno, non dovrei risponderne se non a uomini che non fossero insieme giudici e parti in causa.

Ora, signori, notate bene che il pubblico ministero non s’è affatto rivolto al vostro spirito di equità e alla vostra ragione, ma alle vostre passioni e ai vostri interessi; non invoca il vostro rigore riferendosi a un atto contrario alla morale e alle leggi: non vuole che scatenare la vostra vendetta contro ciò ch’egli descrive come una minaccia per la vostra esistenza e le vostre proprietà. Non mi trovo dunque dinanzi a giudici, ma a nemici: sarebbe dunque del tutto inutile difendermi. E anche sono rassegnato a ogni pena che potrà colpirmi, ma tuttavia protesto con energia contro questa sostituzione della violenza alla giustizia e, per l’avvenire, m’impegno di cercare di restituire forza al diritto.

Nondimeno, se è mio dovere di proletario, privato di tutti i suoi diritti civili, di respingere quale illegittima la competenza di un tribunale, dove non siedono che dei privilegiati, che non sono affatto miei pari, io son convinto che il vostro spirito sia tanto elevato da svolgere dignitosamente il ruolo che l’onore vi impone in una circostanza, in cui in un modo o nell’altro vi si immolano avversari disarmati. Per ciò che ci riguarda, seguiamo una via già prestabilita: soltanto il ruolo di accusatore conviene agli oppressi.

Infatti, non si può pensare che individui, investiti con sorpresa e con frode del potere di un giorno, a loro piacere saranno in grado di trascinare i patrioti davanti alla loro giustizia e, mostrandoci la spada, di costringerci a invocare misericordia per il nostro patriottismo. Non crediate che noi veniamo qui per giustificare i delitti di cui ci incolpate! Anzi siamo onorati dell’imputazione e, da questo banco stesso di criminali, dove ci si deve considerare onorati di sedere oggi, leveremo le nostre accuse contro gli sciagurati che hanno rovinato e disonorato la Francia, in attesa che sia ristabilito l’ordine naturale nelle funzioni per cui sono costruiti i banchi opposti di questa sala, e che accusatori e accusati siano posti nelle loro posizioni reali. Quanto dirò, darà una spiegazione sul perché abbiamo scritto le frasi denunciate dai servitori del re, e perché ne scriveremo ancora.

Il pubblico ministero, per così dire, ha mostrato in prospettiva alla vostra immaginazione una rivolta degli schiavi, allo scopo di eccitare con la paura il vostro odio: «Vedete, – ha detto, – è la guerra dei poveri contro i ricchi: tutti coloro che possiedono hanno interesse a respingere l’invasione. Noi vi presentiamo i vostri nemici: colpiteli prima che essi non divengano più temibili».

Sì, signori, è la guerra tra i ricchi e i poveri: i ricchi l’hanno voluta così: infatti, sono gli aggressori. Soltanto, essi ritengono azione nefasta il fatto che i poveri oppongano resistenza; direbbero volentieri, parlando del popolo: «Questo animale è tanto feroce da difendersi, quando viene attaccato». L’intera filippica del sostituto procuratore generale può essere riassunta in questa frase.

Continuamente si denunciano i proletari quali ladri pronti a gettarsi sulla proprietà: perché? Perché si lamentano di essere schiacciati da imposte a profitto dei privilegiati. Per ciò che riguarda i privilegiati, che vivono con magnificenza del sudore del proletario, costoro sono dei possessori legittimi, minacciati di saccheggio da una plebaglia rapace. Non è la prima volta che i carnefici si danno arie da vittime. Chi sono dunque questi ladri degni di così grandi anatemi e supplizi? Trenta milioni di francesi, che pagano al fisco un miliardo e mezzo, una somma press’a poco uguale a quella dei privilegiati. E i possessori, che la società intera deve proteggere con la sua potenza, sono due o trecentomila oziosi, che divorano tranquillamente i miliardi pagati dai ladri. Mi par proprio che si tratti, in una forma nuova e fra avversari diversi, della guerra dei baroni feudali contro i mercanti, i quali venivano derubati dai primi lungo le grandi arterie di comunicazione.

In effetti, il governo attuale non ha altra base se non questa iniqua divisione dei carichi e dei benefici. La restaurazione l’ha costituito nel 1814, col consenso delle forze estere, allo scopo di arricchire un’infima minoranza colle spoglie della nazione. Centomila borghesi formano quanto viene definito, con amara ironia, l’elemento democratico. Che ne sarà, Dio santo!, degli altri elementi? […]

I meccanismi di questa macchina, collegati in un modo meraviglioso, raggiungono il povero in ogni momento della giornata, lo perseguitano nelle minime necessità della sua umile vita, si associano ad ogni suo più piccolo guadagno, al suo più miserabile godimento. E non è più sufficiente il mucchio d’argento che passa dalle tasche del proletario a quelle del ricco, attraverso gli abissi del fisco; somme ancora più cospicue sono riscosse dai privilegiati direttamente sulle masse, per mezzo delle leggi che reggono le transazioni industriali e commerciali, leggi di cui detti privilegiati posseggono l’esclusiva…

Louis Auguste Blanqui – Autodifesa di un rivoluzionario (manifestolibri)





Il vangelo secondo Josè di Geraldina Colotti

22 09 2012

A 36 anni dall’omicidio del sacerdote italiano, che viveva con i baraccati in Argentina, i familiari e la sua regione di provenienza – il Molise – chiedono sia fatta luce sull’assassinio, compiuto dai paramilitari

La Plata, 16 febbraio 1976. Un corpo sfigurato dai proiettili viene ritrovato nei pressi dell’aeroporto della città argentina, capitale della provincia di Buenos Aires. Si tratta di padre José Tedeschi, sacerdote di origine italiana, che viveva nel barrio di Villa Itati. Per ucciderlo hanno usato uno Sten, una mitragliatrice leggera con caricatore di lato con cui firmano gli assassinii i paramilitari della Triple A. Hanno già mano libera prima del colpo di stato militare di Rafael Videla e soci, che avrà luogo il 24 marzo dello stesso anno. Altrettanto indisturbata agisce un’altra banda fascista, la Concentrazione nazionale universitaria (Cnu), che mira a stroncare soprattutto l’opposizione studentesca. Tra il 1974 e il 1976 si macchia di un centinaio di crimini. Quelli accertati della Triple A sono oltre 680.

L’11 settembre 1973, Pinochet si è impadronito del Cile, riempiendo gli stadi di prigionieri destinati alla morte. Secondo lo schema che Washington ha previsto per il proprio «cortile di casa», il modello da seguire è quello. Si tratta di sterminare «la sovversione e il caos comunista per salvare l’Argentina e tutto l’Occidente cristiano». L’allora governatore militare della provincia di Buenos Aires spiega bene il programma: «Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi uccideremo i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, poi chi rimarrà indifferente, infine uccideremo gli indecisi». Il più possibile senza clamore, però. In questo modo, durante la dittatura argentina (1976-’83) spariranno nel nulla oltre 30.000 persone, spesso sequestrate sui posti di lavoro o per strada, in pieno giorno.

L’azione dei commando si svolgeva però soprattutto di notte. La zona veniva occupata militarmente, gli assassini entravano nelle case con la forza, terrorizzavano gli abitanti, obbligavano anche i bambini ad assistere alle violenze. La vittima veniva bloccata, percossa, incappucciata e sequestrata per poi sparire nel nulla. I desaparecidos di origine italiana in Argentina furono 1600, il 5% del totale.

Nell’ambito del piano Condor – la rete criminale a guida Cia con cui le dittature sudamericane di allora si scambiavano i favori – scomparvero oppositori di tutti i paesi. Il corpo di un rapito a Buenos Aires, poteva così ricomparire sulle rive di un fiume uruguaiano, o in qualche parte del Cile, rendendo oltremodo difficile la possibilità di identificazione.

Padre Tedeschi viene prelevato dai paramilitari il 2 febbraio ’76: da tre uomini, diranno le testimonianze e i rapporti di polizia, solo recentemente diventati accessibili alle organizzazioni per i diritti umani. Nato a Jelsi, in Molise, il 3 marzo 1934, Tedeschi si è trasferito con la famiglia a Buenos Aires all’età di 16 anni. Nel 1954 si sposta ad Avellaneda, frequenta l’oratorio dei Salesiani, entra in seminario e viene consacrato sacerdote nel 1967. Subito abbandona la congregazione per vivere con i baraccati di Quilmes, convinto dalla Teologia della liberazione. Per mantenersi, fa il mobiliere.

Una persona «pericolosa», che guida le proteste dei 10.000 baraccati per chiedere «agua». Quando i sicari vengono a sequestrarlo, il sacerdote oppone resistenza, gli abitanti cercano di reagire. La giovane Juanita, incinta di 9 mesi, accorre. Il capo del commando paramilitare – racconterà in seguito la ragazza – le punta il mitra alla tempia. Sente allora José Tedeschi che dice: «Lei no, questo no, prendete me». E se lo portano via, verso la tortura e la morte. Se avessero preso anche Juanita, sarebbe vissuta solo fino alla nascita del bambino, che probabilmente le sarebbe stato sottratto dai militari e dato a qualche famiglia di gerarchi o di complici.

«Fino a oggi, in base alle indagini del Dna e al coraggio delle Abuelas di Piazza di Maggio, sono stati ritrovati 106 nipoti sottratti, e c’è il sospetto che ve ne siano altri anche in Italia», ha ricordato Walter Veltroni. La figura di padre Tedeschi e le iniziative volte a far luce sul suo assassinio sono state al centro di una conferenza stampa che si è tenuta ieri a Roma alla Camera, alla presenza di alcuni deputati Pd, rappresentanti del governo, dell’associazione 24 marzo (Jorge Ithurburu), e della onlus che il Molise ha dedicato al sacerdote scomparso. Il 6 settembre, Franco Narducci (Pd) e il sottosegretario di stato per gli Affari esteri, Marta Dassù hanno presentato un’interpellanza parlamentare riguardo a eventuali iniziative da prendere sulla vicenda, a 36 anni dall’omicidio. Al governo argentino, si chiede l’apertura di un’indagine, alla magistratura italiana si domanda l’apertura di un procedimento giudiziario.

«José Tedeschi – ha precisato Carlos Cherniak, ministro consigliere dell’ambasciata argentina, responsabile per i diritti umani – è presente in due procedimenti in corso nel mio paese. Faceva parte dell'”altra chiesa”, che stava dalla parte dei poveri. L’Argentina – ha aggiunto – sta facendo i conti con la sua tragedia, non così si può dire per altri paesi. Oltre all’aspetto giudiziario, c’è il dato politico su cui riflettere. La repressione militare, da noi, è cominciata prima del golpe. La democrazia è morta un poco ogni giorno, in un silenzio complice a livello internazionale. Sarebbe ora che il Vaticano aprisse i suoi archivi, che il governo italiano consentisse l’accesso a quelli delle sue diplomazie».

Un impegno che Veltroni ha detto di assumersi, raccogliendo anche l’invito rivolto da Ithurburu all’ambasciata italiana in Argentina perché offra assistenza legale e protezione a chi si reca lì a deporre. Il ricordo del testimone-chiave Julio Lopez, scomparso nel 2006, è ancora vivo.

il manifesto | 21 Settembre 2012





Jorge Amado: la cultura che terrorizza i dittatori

10 08 2012

Il post che segue scritto da Laura Bonaventura è tratto dal sito Qualcosa di Sinistra: http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/

Cento anni fa nasceva Jorge Amado, un comunista militante (membro e poi deputato per il PCB, oggi Partito Popolare Socialista) e un autore sovversivo, caratteristiche che gli costarono più volte l’esilio. Ma anche il carcere, come nel 1937, quando, ancora in cella, venne informato del rogo dei suoi libri nella pubblica piazza. Cosa faceva così paura dei libri di Amado al neodittatore Vargas, un timore che tra l’altro condivideva con i nazisti, con Mao e il primo imperatore cinese (che seppelliva vivi gli intellettuali, per non farsi mancar nulla), con Santa Romana Chiesa e l’Impero Romano? A spaventare il tiranno, più dello scrittore, è il lettore, colui che attraverso la cultura prende coscienza di sé: è quello che racconta anche Ray Bradbury (scomparso quest’anno) in Fahrenheit 451, romanzo fantascientifico in cui in un’ipotetica società futura (quella del 1960 per lo scrittore) possedere libri è un reato

“Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo.”

Amado aveva il difetto, in un Brasile e in un intero continente infestato da dittature fasciste e militari, di scrivere storie di marinai, di braccianti ridotti in schiavitù, di donne di strada, prima con un realismo e uno stile diretto e tagliente, poi, allontanatosi dalla militanza politica (ma certo non dall’ideale), con inimitabile ironia.

La memoria storica e l’intelligenza non sono caratteristiche tipiche dei dittatori: è il motivo per cui le opere, comprese quelle di Amado, non scompaiono dalla faccia della Terra solo perché si fa un bel falò. Ma è anche vero che se nel corso di un secolo possono accadere davvero molte cose, le società, dall’altra parte, si trasformano molto più lentamente, (e le teste vuote sembrano non riempirsi mai) così che il suo Brasile per certi versi non è affatto cambiato, ad alcuni di noi viene nostalgia dei tempi crapa pelata e in Grecia il 7% dei votanti ha dimenticato i colonnelli ad appena 40 anni dalla fine della dittatura.

Non credo più nella scusa del sentirsi orfani di leader e grandi intellettuali, nella giustificazione all’inerzia popolare del si stava meglio quando si stava peggio. I leader carismatici e gli scrittori impegnati non hanno vita eterna, se però non hanno nemmeno un popolo acculturato a sostegno, che esistano o meno diventa addirittura irrilevante. Per questo motivo, perché fossimo pronti e combattivi, perché imparassimo a costruire da soli il nostro futuro, per non rimanere schiavi dei nuovi dittatori, Jorge Amado ci ha lasciato un importante principio di militanza politica

“Io dico no quando tutti, in coro, dicono sì. Questo è il mio impegno.”

E se penso a come ho onorato finora quest’impegno, devo ammettere di non sentirmi per niente a posto con la coscienza….





Victor Jara. 16 settembre 1973

16 09 2011

“Su, cantaci una canzoncina ora!”.

16 settembre 1973. Il popolo cileno inizia a conoscere l’inferno della dittatura. Henry Kissinger uno dei registi del colpo di stato nel Cile democratico, in quello stesso anno viene insignito al premio Nobel per la Pace. Kissinger è un uomo dalle idee chiare e fermi principi, dirà in una celebre intervista:  Ciò che mi interessa è quello che si può fare con il potere “. La CIA e le multinazionali americane pensano che l’uomo giusto per vedere cosa si possa fare con il potere sia Pinochet, il macellaio.

Pinochet crede che i diritti siano inutili, contano soltanto i privilegi; è un dittatore, ha paura della democrazia. Pinochet e quelli che lo appoggiano hanno paura dei contadini che chiedono un pezzo di terra per vivere, hanno paura degli operai che vogliono un salario dignitoso per loro e le loro famiglie, hanno paura degli studenti che reclamano il diritto allo studio per tutti. È dura difendere i privilegi, ci vogliono provvedimenti drastici, ci vuole il pugno duro.

Il generale instaura la legge marziale, chi ha idee contrarie alle sue è un terrorista: da imprigionare, torturare, eliminare. Se hai il potere e lo usi puoi decidere che la terra è piatta, se qualcuno ti dimostra che è rotonda lo bruci nella pubblica piazza.

Tra l’11 e il 16 settembre 1973 migliaia di uomini e donne vengono rinchiusi dai militari nello stadio di Santiago del Cile. Tra questi uomini c’è Victor Jara, un artista, regista teatrale, cantautore. Ha scritto bellissime e strazianti canzoni, la sua chitarra fa paura al regime, la sua chitarra può far male, dà voce agli oppressi, ai poveri, al popolo. “Manifiesto”, “Canto libre”, “Vientos del pueblo”, “Plenaria a un labrador” sono canzoni che gli garantiscono una menzione speciale nei quaderni della morte. La sua chitarra e la sua voce devono tacere.

Victor rinchiuso e seviziato in quello stadio che ora porta il suo nome non ha con sé la chitarra, però ha una penna, con quella scrive una canzone, non la musicherà mai: “Canto, come mi vieni male quando devo cantare la paura! Paura come quella che vivo, come quella che muoio, paura di vedermi fra tanti, tanti momenti dell’infinito in cui il silenzio e il grido sono le mete di questo canto. Quello che vedo non l’ho mai visto.”.

I militari che lo prendono in consegna gli riservano un trattamento speciale, prima gli spezzano le dita, poi le mani. “Su, cantaci una canzoncina ora!” gli dicono i fascisti. Victor Jara con un filo di voce incrinato dal dolore inizia a intonare la Canzone del Partito di Unità Popolare. Per i militari è troppo. Lo prendono a pistolettate.

« Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Víctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Víctor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti. »   Joan Turner Jara, moglie di Victor





Salvador Allende. 11 settembre 1973

11 09 2011

“Fate tutto il necessario per farlo cadere, quel figlio di puttana va schiacciato con qualsiasi mezzo”    Richard Nixon

“Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole. Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano”            Salvador Allende

L’11 settembre 1973 il governo democraticamente eletto di Salvador Allende viene destituito per mano di un colpo di stato organizzato dal generale Pinochet sotto l’abile regia degli Stati Uniti. L’11 settembre 1973 Salvador Allende muore difendendo il popolo del Cile e la democrazia. Con lui muore il sogno cileno di una società più giusta che guardava al socialismo: “il socialismo nelle libertà” come amava definirlo.

Eletto nel 1970 Allende vara subito un programma di riforme coraggiose e radicali: nazionalizzazione delle banche, riforma agraria, nazionalizzazione delle miniere di rame, la massima ricchezza del paese in mano al capitale americano. Gli saranno fatali, la reazione degli americani non si fa attendere, fanno crollare il prezzo del rame per danneggiare le esportazioni cilene, finanziano attività finalizzate alla destabilizzazione del paese, preparano il golpe militare.

L’11 settembre 1973 le forze armate guidate dal generale pinochet dichiarano illegittimo il governo e attaccano, bombardandolo, il palazzo della Moneda. Allende e molti dei suoi uomini moriranno. Inizia il terrore: sindacalisti, politici di sinistra, semplici simpatizzanti, saranno perseguitati, di molti non si saprà più nulla. Con la dittatura viene instaurata la legge marziale, si processano i dissidenti, l’uso della tortura è abituale. Le terre distribuite da Allende ai contadini sono restituite ai proprietari, le aziende nazionalizzate vengono riprivatizzate. Tutto il personale assunto nel periodo del governo Allende viene licenziato, quello assunto nell’amministrazione pubblica mandato nei campi di concentramento.

Se nel mondo si fossero affermati gli ideali e le politiche di Salvador Allende invece dei governi delle banche e della finanza, non avremmo avuto l’11 settembre 2001. Ne sono fermamente convinto.

Lascio alle parole di Eduardo Galeano il ricordo del Presidente Allende. Tratto da “Memoria del fuoco. Il secolo del vento”.

 

1973
Santiago del Cile

ALLENDE

Gli piace la bella vita. Ha affermato più volte di non avere la stoffa dell’apostolo né la qualità del martire. Ma ha anche detto che vale la pena di morire per tutto ciò di cui non vale la pena vivere.
I generale ribelli gli chiedono le dimissioni. Gli offrono un aereo per lasciare il Cile. Lo avvertono che il palazzo presidenziale sarà bombardato da terra e dall’aria.
Insieme ad un pugno di uomini, Salvador Allende ascolta le notizie. I militari si sono impossessati di tutto il paese. Allende si mette un elmetto e prepara il fucile. Risuona il fragore delle prime bombe. Il Presidente parla alla radio, per l’ultima volta:
– Non cederò…

Non cederò. Sono venuto a trovarmi in un momento critico della nostra storia, e pagherò con la vita la lealtà del popolo. E vi dico che il seme che consegneremo alla coscienza e alla dignità di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere completamente distrutto. Loro hanno la forza. Potranno asservirci, ma i processi sociali non si fermeranno con il crimine e con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli…

Lavoratori della mia patria: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Andate avanti, sapendo che, più presto di quanto si pensi, si apriranno di nuovo i grandi viali per lasciare passare l’uomo libero di costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole. Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano.





Matteo Dean – Fare comunità

23 06 2011

Copio e incollo dal sito Carmilla on line un testo di Matteo Dean recentemente scomparso a Città del Messico. Alcune brevi notizie. Matteo Dean era nato a Trieste, negli anni ’90 si era trasferito in Messico dove si era dedicato agli “altri”, aiutandoli, impegnandosi con organizzazioni che lottano per i diritti civili. In Messico ha esercitato professioni e attività: giornalista, professore di Linguacultura Italiana, attivista, ricercatore. Ma più di ogni altra cosa Matteo Dean era un militante e un migrante. Il suo amico Vittorio Sergi lo ricorda così: “E’ morto nel Messico che amava e che insieme a lui in tanti abbiamo imparato ad amare con la sua gente, la sua terra dura e vitale, la sua disperazione e la sua magia. Per lui il Messico è stato molto più che una passione della gioventù, ha seguito dall’inizio e con interesse e condivisione profonda, la storia di uno dei movimenti di liberazione più significativi degli ultimi 20 anni: l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e tante altre iniziative di lotta che dal basso si sono sviluppate in Messico a partire dall’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994.”.

Il testo proposto è molto bello, tratta dell’idea di comunità, ma affronta anche altri argomenti, alcuni affini, contigui: la cooperazione, la solidarietà; altri quali la ribellione e la disobbedienza come necessari alla trasformazione sociale. Ma forse il tema principale è il futuro, il nostro, come affrontarlo, come costruirlo.

Fare comunità

Quando il freddo arriva nella terra delle anatre, all’improvviso, senza che nessuno dica niente, senza che vi sia un’assemblea che lo decida, una qualunque di loro si alza in volo. Il becco dritto verso sud e le ali che sbattono con la forza della voglia di stare meglio. Questa prima anatra si alza in volo e, senza che si debba voltare per dirlo, le altre si alzano in volo e la seguono. Non chiederanno mai nulla perché conoscono la ragione del volo. Quando la prima anatra si stanca, si fa da parte e quella dietro di lei la sostituisce in prima linea. E così fino ad arrivare alla meta. Alla fine del viaggio tutti avranno guidato il gruppo e nessuno potrà dire che c’è un capo, un dirigente. Tutti avranno partecipato, tutti avranno diretto di comune accordo.

Dire comunità oggi può significare tante cose. Se da una parte ci raccontano che “comunità” è la società in cui viviamo, che rispettare le leggi e i precetti è fare il bene della comunità, se ci dicono che il funzionario pubblico lavora per la comunità, dall’altra parte possiamo cominciare a pensare (perché ne abbiamo gli strumenti) a un altro concetto di comunità. Questa non è più una cosa che ci viene spiegata e definita dall’alto, che ci dicono cos’è, quanto piuttosto qualcosa che dal basso – proprio da qui, dove ci troviamo – possiamo immaginare e costruire.

La parola comunità e il concetto in essa nascosto hanno un’origine tanto semplice quanto invece è complessa la sua interpretazione. La parola “comune” dà origine a quel concetto. Comune è tutto ciò che ci unisce, tutto quanto ci fa condividere tempo e sogni. Comuni sono i desideri. Comune è l’idea che qualcosa va male, comune è la voglia di rompere con tutto ciò per trasformarlo.

Abbiamo detto rompere? Abbiamo detto trasformare? E come si fa?

L’anatra che si alza in volo non ha la risposta. Nessuno ce l’ha. C’è molto istinto in tutto questo. Quell’istinto che le fa volare verso sud. Quell’istinto che le fa volare verso un luogo caldo dove possano stare bene.

Abbiamo detto ROMPERE. La rottura di quest’ordine di cose che ci dicono chiamarsi società, si fa tutti i giorni. Si fa cominciando dalla voglia di sognare fino alla pratica quotidiana. La rottura risiede precisamente nel sogno di costruire qualcosa di meglio, perché il mondo in cui viviamo vuole che smettiamo di sognare, vuole che ci adeguiamo a quel poco che ci è concesso, che restiamo quieti sottomessi al ritmo della musica che ci vendono, che ci narcotizziamo con le droghe che ci vendono, che ci abituiamo alla vita che ci è permessa. La rottura sta quindi nel sogno di qualcosa di diverso. La rottura oggi è renderci incompatibili con quel sistema, la rottura è scappare dalle sue regole troppo strette per i nostri desideri. Incompatibili, quello siamo.

Abbiamo detto TRASFORMARE. La trasformazione, invece, non si sogna ma si pratica. La pratica della trasformazione è la pratica del comune che ci unisce.

Da quaggiù lo stormo di anatre disegna un bel quadro nel cielo. Se ci fai veramente attenzione, ti rendi conto che disegna una rete. Una rete nella quale ogni anatra rappresenta un nodo di un filo invisibile che le unisce tutte.

Siamo una rete, una rete di individui, di persone, di esseri umani. Siamo una rete di sogni prima di tutto. Siamo una rete di pratiche, forme e punti di vista. Infine siamo una rete di conoscenze. Quello che ci fa rete è la volontà di stare in comune, di condividere le nostre conoscenze per il bene comune. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo avere. La volontà di condividere, di cooperare tra di noi e di trovare il modo di condividere con altre persone.

Se durante il volo un’anatra si stanca, se una di loro s’indebolisce, subito altre due la fiancheggiano e l’aiutano a volare, a sostenersi, perché qui non si tratta di arrivare per primi, ma che tutti arrivino alla propria destinazione. La destinazione ci fa comuni. La destinazione è la meta che tutti vogliamo: stare meglio.
La cooperazione tra noi non è altro che la cooperazione sociale, la ricchezza di cui disponiamo per realizzare i nostri sogni. Qui non si tratta di chi possiede le idee, o di chi possiede i mezzi per metterle in pratica, o di chi ha la conoscenza per portarle a termine. La questione è, piuttosto, che quella conoscenza, quei mezzi e quelle idee vengano fuori dalla cooperazione. Tutti abbiamo idee, tutti siamo capaci. Guardiamo alle istituzioni educative come il non plus ultra della conoscenza, quando invece il valore più alto della conoscenza si ottiene dalla sperimentazione, dall’incontro e dalle soluzioni che tra tutti possiamo scoprire.

Questa conoscenza prodotta dalla cooperazione sociale è la vera ricchezza. Vogliamo sentirlo dire con altre parole? Dunque, nessuno sa come alzare un recinto, nessuno sa come si fa una rivista, nessuno sa come si porta a termine un ciclo di film all’aperto, nessuno sa come s’organizza una cena, nessuno sa come si raccoglie il denaro per tutte queste iniziative, nessuno sa come si fa un’inchiesta, nessuno sa come si cambia il mondo. Ma forse tra tutti, provandoci una volta e poi un’altra, troveremo un modo. E quella conoscenza nessuno te la regala. Te la sudi però domani ce l’avrai, pronta per essere usata ovunque. E tutto questo non farà altro che rendere più grande il nostro comune e farà delle nostre idee una ricchezza inestimabile.

Nelle rete che siamo l’unica forma di sopravvivenza è la solidarietà. La solidarietà che tende la mano a chi adesso non ce la fa, che comprende lo sforzo di tutti e lo rispetta. La solidarietà sincera che critica per aiutare, che aiuta per superare, che coopera per crescere, che cresce per cambiare, che cambia per migliorare, che migliora per potere, finalmente, essere felici. Ma questa solidarietà dev’essere sincera e degna. Sincera quando dice le cose, quando esprime dubbi e certezze, quando dà opinioni e quando ascolta. E degna tutte le volte che afferma e difende la sua affermazione. Senza timori perché nessuno è stupido. Senza timori perché nessuna idea è vuota, al contrario, tutto può arricchire, assolutamente tutto. E’ necessario crederci, nient’altro.

Nella Bibbia, meraviglioso libro di storia e filosofia, spettacolare romanzo, incredibile metafora della vita dell’essere umano, si racconta di quando Mosè un giorno decide di ribellarsi agli egizi. La tirannia del faraone chiede troppo al popolo. Ed è così che si decide di disobbedire alle regole del tiranno. Il popolo ebreo decide di sottrarsi al dominio. Esiste il momento della guerra, il conflitto, ma c’è anche il momento della disobbedienza, della detrazione. Il popolo ebreo, racconta la Bibbia, decide di andarsene in un’altra terra, la terra promessa. Inizia così l’esodo. Ognuno raccoglie le proprie cose, si prende le cose che vuole portarsi via, che sono per costruire un nuovo paese in un’altra terra.

L’esodo a un’altra nuova terra. Il nostro è un esodo a un altro mondo. Quello che stiamo facendo è andarcene, sottrarci a questo mondo verso un altro più accogliente in cui possiamo costruire e realizzare i nostri desideri.
Cominciamo a camminare, quindi, iniziamo a camminare verso un altro mondo. Portiamoci i nostri sogni, raccogliamo le nostre idee che sono quelle di tutti noi. E’ una grande responsabilità, quella di cominciare a camminare insieme. Significa tendere la mano a chi è stanco. Significa difenderci dall’esercito egizio che ci perseguita perché significa avere fiducia l’uno nell’altro e far sì che l’altro si fidi di te.         Matteo Dean

Altri articoli su Matteo Dean li potete trovare qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/06/003930.html#003930   http://www.carmillaonline.com/archives/2011/06/003929.html#003929   http://matteodean.info/