Testamento

4 01 2014

CRISI: GRECIA; UE, ATENE HA SUPERATO DATA LIMITE

La Grecia, tra il 1941 e il 1944, si trova sotto l’occupazione nazifascista. In quel periodo si sviluppa una letteratura clandestina molto impegnata.

La dittatura greca, dopo il 1967, costrinse al silenzio molti intellettuali, mentre altri furono costretti all’esilio: da non dimenticare è il poeta Kriton Athanasulis. Di lui si ricorda il commosso “Testamento”, pregno dell’esperienza personale del poeta.

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali e uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e pioggia e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa’ presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.

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Portami ancora per mano. Poesie per il padre

5 11 2012

“Padre, se anche tu non fossi il mio / padre, se anche fossi a me un estraneo, / per te stesso egualmente t’amerei”.     Camillo Sbarbaro

La bella antologia poetica curata da Maria Giovanna Maioli Loperfido per i tipi di Crocetti Editore ci propone attraverso secoli di storia e di poesia la figura del padre. Non è una scelta facile, per un soggetto mai troppo caro ai poeti, che in genere gli preferiscono la madre o l’amata; oltretutto, durante un’epoca, il ‘900, che il padre lo ha contestato e se ne è distaccato. Un’antologia insolita, dunque.

Eppure, la scelta della curatrice di adottare un criterio di tipo narrativo, seguendo lo scorrere degli anni, le stagioni della vita: giovane nei ricordi d’infanzia, poi uomo maturo e infine vecchio, ci fa riscoprire la sua figura, lo rende protagonista, e a differenza della madre, che rimane unica, ci restituisce una moltitudine di padri, profondamente diversi.

Come diversi sono i poeti, di ogni tempo e nazionalità, che ci raccontano il loro padre, superando le epoche e i generi: da Omero a Cecco Angiolieri, Goethe, Walt Withman, Pavese, Garcia Lorca, Quasimodo, Sylvia Plath, Montale, Alda Merini, solo per citarne alcuni.

Portami ancora per mano. Poesie per il padre.    (Crocetti Editore)

 MARIA LUISA SPAZIANI

Papà, radice e luce, portami ancora per mano
nell’ottobre dorato del primo giorno di scuola.
Le rondini partivano, strillavano:
fra cinquant’anni ci ricorderai.

 

ALDA MERINI
Il pastrano

Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendoli così, nell’ombra.

Oh padre padre, anche come si muore / tu mi hai insegnato, il senso della vita / dentro la morte, a prezzo della vita…  
Patrizia Valduga   

ma mi piace pensare che sei qui, nella tua isola, / che io ti dico come è il tempo, / e tu mi dici qual è il vento.
Claudio Damiani

 

SIBILLA ALERAMO
Ricordo del padre

Sempre che un giardino m’accolga
io ti riveggo, Padre, fra aiuole,
lievi le mani su corolle e foglie,

vivo riveggo carezzare tralci,
allevi rose e labili campanule,
silenzioso ti smemorano i giacinti,

stai fra colori e caldi aromi, Padre,
solitario trovando, ivi soltanto,
pago e perfetto senso all’esser tuo.

 

http://www.crocettieditore.com/antho_vol_1-5.htm#1





Ghiannis Ritsos – Pietre Ripetizioni Sbarre

9 06 2012

Forse ho raggiunto un’età in cui gli occhi si sono inariditi per sempre, come fiori secchi schiacciati tra le pagine di un libro. Forse ho dimenticato…ma credo che mai dei versi, per quanto belli, per quanto commoventi fossero, mi abbiano fatto piangere. Senza dubbio, ero più sensibile alla bellezza delle parole, al gioco sonoro, che non all’emozione provata, alla tragedia dei termini.

Mi è capitato in un’occasione, è vero, anche se non è di questo che intendo parlare: ne fu responsabile una poesia di André Breton, e non la prima volta che la ebbi sotto gli occhi, ma nel rileggerla in seguito, quando io e il suo autore eravamo già divisi l’uno dall’altro come le foglie di uno stesso albero strappate dalla violenza del vento esterno. Si intitolava “L’Union libre”, e ripeto che non è di questo che voglio parlare.

Più di vent’anni fa, dunque, mi portarono, tradotti dal greco, i versi di un poeta che non conoscevo affatto: dovevo correggere il francese della traduzione. Tutt’a un tratto quella poesia mi fece venire un nodo alla gola, e lo strano fu che in seguito, quasi ogni volta che mi toccò vedere i versi più o meno ben tradotti di questo sconosciuto, mi sono sempre sentito, come la prima volta, incapace di padroneggiare i miei occhi, di trattenere le lacrime. Ai tempi di quella prima volta Ghiannis Ritsos, di cui non sapevo nulla, era deportato nelle isole, o in prigione da qualche parte, ma che mi crediate o no, io l’avevo dimenticato… non era per questa ragione, ve lo giuro, non era per questa ragione! Quante volte in seguito la cosa si è ripetuta? E’ come se questo poeta possedesse il segreto della mia anima, come se lui solo sapesse, lui solo, capite, turbarmi in questo modo. Ignoravo inoltre che fosse il più grande poeta vivente di questo tempo che è il nostro; giuro che non lo sapevo. L’ho appreso a tappe, andando da una poesia all’altra, stavo per dire da un segreto all’altro, perchè ogni volta era il turbamento di una rivelazione quello che provavo. La rivelazione di un uomo, e quella di un Paese, le profondità di un uomo, e quelle di un Paese.

Louis Aragon – prefazione a Pietre Ripetizioni Sbarre    1971

https://anoipiace.wordpress.com/2012/02/22/monemvasia-e-yiannis-ritsos/   http://www.crocettieditore.com/





Monemvasia e Yiannis Ritsos

22 02 2012

Nel continuo gioco dei rimandi si intrecciano ricordi, esperienze, luoghi, letture e cronaca. I pensieri mi riportano alla Grecia, paese di immensa e sconsolata bellezza. Assediata dalla violenza incivile dei nuovi barbari, edifica difese erigendo barricate di cultura e civiltà: resiste, lotta, si oppone, invoca libertà e giustizia, si appella alla sovranità del suo popolo. Da lontano, spettatori, osserviamo.

Una lettera di Mikis Theodarikis, famoso compositore greco, denuncia il complotto internazionale impegnato nel tentativo di cancellare materialmente il suo paese con la mancanza di lavoro e la miseria. È la cronaca. Il ricordo e la lettura prendono il nome di un poeta, Yiannis Ritsos, il suo paese natale Monemvasia il luogo e l’esperienza di un viaggio.

Agosto 2010: da Epidauro nel pieno del mondo classico ci precipitiamo lungo la costa orientale del Peloponneso a Monemvasia, nel Sud. Quattro ore di viaggio separano il mondo greco da quello bizantino e uniscono secoli di storia. La città-fortezza, unica e indomabile, bizantina e veneziana, ci accoglie all’imbrunire.

TRAMONTO SUL MARE
Piccola casa di pescatori sulla strada. Alla finestra
una tendina di cretonne a fiorami. I vasi di gerani
li avevano fuori, contro il muro. Dalla porta semiaperta
si vedevano le sedie, il tavolo, la lampada, la madia,
il crocifisso ricamato, i panieri, la brocca, il letto matrimoniale,
le stuoie di stracci multicolori. Sul divano, la donna grassa,
pesante, sudata, immobile, con gli occhi chiusi,
arrotolava un gomitolo – un grande gomitolo nero di lana –
un gesto cieco, secolare, indipendente. E fuori
c’era il mare, il tramonto dorato, molte rondini.
Yiannis Ritsos

“Moni-emvasis” ingresso unico. Dalla terraferma una strada rialzata porta all’imponente sperone roccioso piantato in mezzo al mare come un iceberg. È  l’unico accesso al borgo medievale. Superato il portone d’ingresso una piccola scalinata conduce a una terrazza, dove, sferzato dal vento si eleva il busto del poeta a scrutare l’orizzonte, tra il cielo, le acque, e l’infinito dei suoi versi.

Yiannis Ritsos fu un poeta rivoluzionario, lo fu per tutta la vita. Come dissero i suoi critici “la sua arte serviva il comunismo”. Partigiano, prigioniero in un campo di concentramento, conobbe Mikis Theodorakis: Yiannis mise le parole Theodorakis la musica.

Popolo
E’ un piccolo popolo ma combatte senza spade né pallottole
per il pane di tutta la gente la luce e il canto
Sotto la lingua trattiene i lamenti e gli evviva
e come si mette a cantarli si fendono le pietre
Yiannis Ritsos

Yiannis non ebbe mai dubbi, ci si deve schierare sempre dalla parte dei più deboli e nutrire la speranza di un futuro migliore per tutti. Rimarrà sempre fedele ai valori della libertà e della giustizia sociale esprimendoli nell’arte e nella vita. Nel 1967 durante il regime dei colonnelli ritorna in carcere, lo arrestano il giorno stesso del golpe, ma non si lascia piegare dalla sopraffazione, con ostinazione scrive e dipinge sui pacchetti di sigarette e sui ciottoli. Quelle poesie uscite dal carcere diventeranno una bellissima raccolta: Pietre Ripetizioni Sbarre.

Ritsos è considerato uno dei più grandi poeti del  900. Candidato più volte per il premio Nobel vinse invece il premio Lenin per la pace. Ne fu felice.

LE COSE ELEMENTARI
In modo maldestro, con ago grosso, con
filo grosso,
si attacca i bottoni della giacca. Parla da
solo:

Hai mangiato il tuo pane? Hai dormito
tranquillo?
Hai potuto parlare? Tendere la mano?
Ti sei ricordato di guardare dalla finestra?
Hai sorriso al bussare della porta?

Se la morte c’è sempre, è la seconda.
La libertà sempre è la prima.
Yiannis Ritsos

Dagli albori della storia le civiltà mediterranee si mischiano nel suo mare e si respingono. Monemvasia fu fondata dai Laconi che si rifugiarono in questa fortezza naturale per sfuggire agli invasori dell’epoca, gli Slavi; vi passarono poi i normanni, la conquistarono i franchi, i veneziani e i turchi, fu ceduta ai bizantini, la assediarono i pirati. Ritornò sempre sé stessa.

Camminiamo sui bastioni lungo le mura, scendiamo incalzati dal vento e rientriamo nel borgo, il piacere di esplorarlo non si esaurisce, percorriamo strade strette acciottolate che si aprono in ampi slarghi e piazze: Monemvasia offre scorci incantevoli, seduce e ammalia.

Sole e vento. Polvere. Un viaggiatore turco nel 1700 scrisse: in questa città troverete tutto ciò che desiderate, tranne l’acqua. Una scala tortuosa seguita da un sentiero ci porta nella città alta e alla fortezza. Sulla cima, l’unico edificio conservato è la Chiesa di Agia Sofia, arroccata su di uno sperone roccioso a picco sul mare. Tutto intorno solo rovine e il blu dell’acqua. E dell’aria.

 

“Eppure chissà
là dove qualcuno resiste senza speranza
è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo.”
Yiannis Ritsos

Per concludere ancora un aneddoto. Nei suoi lunghi periodi di detenzione Yiannis fu mandato nel campo di Makronisso, una struttura di stampo orwelliano, i detenuti venivano educati e persuasi a firmare il “pentimento”. Un giorno toccò a lui, lo chiamarono a firmare. Al ritornò racconto ai compagni: “Strada facendo mi sono fatto un esame di coscienza: hai fatto mai del male a qualcuno? No. Vuoi bene al mondo intero? Sì. Ami tanto la Grecia? Infinitamente. Vedete signori, queste cose un uomo le vive, non ha bisogno di metterci la firma. E me ne sono andato.”

h.

La lettera di Theodorakis la potete trovare qui:
http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/7756-lettera-aperta-di-mikis-theodorakis.html

Pietre Ripetizioni Sbarre è pubblicato da Crocetti Editore e lo potete trovare qui: http://www.crocettieditore.com/leky_vol_31-35.htm





Babbo operaio

1 02 2012

In tutta la vita non ho mai conosciuto un solo operaio
che non fosse nel suo profondo rivoluzionario
dico a un binario smorto perso chissà dove tra i carrelli sganciati
dalla Storia inconcludente che ci ha escluso entrambi
dai suoi meandri scavati con le unghie di una talpa morta
E se non l’ho conosciuto io mai nessuno ne conoscerà uno
L’ultimo dilettante dell’utopia è meno cieco del primo campione di realismo

Resta fermo e immobile come l’attesa su una banchina
e mi squadra di traverso, sfacciato come il cinismo della vecchiaia
poi mi colpisce come lo schiaffo di vento di un treno in corsa
E tuo padre allora? È rivoluzionario pure lui?
Due urli un gol ed è già fermo al palo il suo rigore dominicale
la sua coscienza in punizione si frange sulla barriera di cuoio
e ciao, ti saluto Carlo Marx, un’altra settimana è nel sacco

S’arresta la caldaia e il fumo quasi non sbuffa più dal camino
anche gli stantuffi fanno fatica a non indietreggiare
ma è solo un momento e basta un po’ di carbone rosso ardente
per scagliargli la pala addosso tutto sporco e sudato
Brutto porco d’un menscevico! Mai fischieranno le mie orecchie ai tuoi starnuti
Mio padre il più reazionario del più reazionario degli operai
è stato il più rivoluzionario della sua generazione

Solo il più eroico tra tutti gli inutili capelloni poteva sacrificarsi
quando deve avere pur compreso che era meglio rinunciare
a zampe d’elefante come a baffi e basette da barboni
e a tutte le altre mezze misure spuntate che non servono a nulla
pur di concentrare nel fondo delle sue più insondabili notti d’amore
il seme decisivo per quella stella più rara della punta d’una cometa
davvero capace di riaccendere il cielo cadente della Rivoluzione.

B.B.B.





Stig Dagerman – Attenti al cane

15 01 2012

Stig Dagerman morì suicida a soli 31 anni al culmine del successo, fu una figura di spicco nella letteratura svedese, ma qui, in queste brevi righe non voglio ricordare le sue opere, seppur ce ne sia bisogno, vorrei soltanto rievocare la sua passione politica, che fu prima di tutto passione civile, e riportare la sua ultima poesia scritta nel 1954.

Dagerman sin da giovanissimo entrò a far parte del movimento anarchico, una scelta che porterà avanti anche nel dopoguerra ritenendo di dover conservare la libertà del proprio sguardo lontano dagli schieramenti dei paesi socialisti e occidentali e dalle loro ideologie.

La scelta anarchica per Dagerman rappresentava l’unica opzione possibile per opporsi a ogni falsità e oppressione, per smascherare i meccanismi dello sfruttamento e della manipolazione presenti in entrambi i campi. Il proprio rigore etico gli imponeva di rivendicare la “politica dell’impossibile” distante da ogni compromesso, una posizione priva di realistiche speranze di vittoria, scelta politica di testimonianza e ribellione. E d’infelicità.

L’ultimo giorno della sua vita Stig Dagerman coerente con le scelte politiche fatte, che impongono dei doveri, consegna al suo quotidiano una poesia satirica, Attenti al cane!

 “Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi
tenga poi un cane”,
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
nel Värmland.

La legge ha i suoi difetti.
I poveri han diritto di tenere un cane.
Potrebbero tenere dei topi, invece:
van bene anche loro e sono esentasse.


Se ne stanno in anguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?


E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita
o c’è da temere
che si comprino delle balene.

Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento: abbattere i poveri.
Così il Comune risparmierà qualcosa.





La recessione di Pier Paolo Pasolini

1 01 2012

Nell’attuale panorama letterario italiano manca una voce potente e visionaria come quella di Pier Paolo Pasolini, capace di leggere i fatti, interpretarli, e prevedere cosa sarebbe successo negli anni a venire. A leggere gli scritti che ci ha lasciato possiamo dire che Pasolini aveva previsto tutto: la mutazione antropologica che il consumismo avrebbe provocato, la fine dell’umanesimo superato e sostituito dalla civiltà tecnologica, la lotta di classe che si sarebbe “consumata” solo sulle differenze economiche e non più sul piano culturale, il tramonto dei valori, il consumismo inteso come sistema totalizzante, dunque fascista.

 Dal lontano 1974 Pier Paolo Pasolini ci ha mandato una bellissima, profetica e amara poesia, La recessione. Prima ancora che noi vivessimo questi anni, Pasolini li aveva già pensati, con lucidità, precisione, e tanta malinconia: “e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma solo d’amore soltanto d’amore”.
Buon anno a tutte e a tutti.

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Pier Paolo Pasolini.