Tommaso Di Ciaula – Tuta Blu

5 08 2012

Nel 1978  Tommaso Di Ciaula pubblicava presso Feltrinelli Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud. L’autore raccontava con rabbia il suo vissuto personale: le condizioni di lavoro e le lotte di quello che veniva definito l’operaio-massa.

Nella prefazione al libro Paolo Volponi scriveva, «L’urgenza che muove questo libro è sprigionata da due condizioni esistenziali che accompagnano e spaccano la vita di Tommaso Di Ciaula. La prima è la sua condizione di contadino pugliese, la seconda è il suo essere operaio, con un timbro sulla tuta blu, e tanti altri timbri.»

Il libro fece il giro del mondo, fu pubblicato anche in Unione Sovietica, e ne furono tratte diverse versioni teatrali. A distanza di anni le vicende narrate non appaiono affatto datate, anzi, se le leggiamo alla luce dei recenti fatti riguardanti la Fiat, l’Ilva, la crisi e l’affermazione prepotente del liberismo con i suoi tecnici ignoranti e professori arroganti, possiamo dire senza rischio di smentita che quelle vicende trovano oggi una loro cruda conferma.

Una lettura che si propone come il migliore viatico per le vostre vacanze. Di seguito alcuni brani tratti dal libro Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud di Tommaso Di Ciaula:

I CAPETTI
Il capo è di nuovo alla carica, vuole più rendimento, ed io gli dico: vattene dalle palle. Quando torno a casa non ho nemmeno la voglia di fare una carezza a mio figlio, tanto sono scoglionato, e questo vuole che mi rompa il culo ancora di più.

CAOS
Le cose vanno male, non si capisce più nulla: i padroni non ci possono sopportare più; noi operai non possiamo più sopportare i padroni; gli operai non possono più sopportare i loro stesso compagni. C’è troppo odio, poca umanità, troppa confusione, troppi partiti, tutto è improntato all’insegna dell’egoismo. I cattolici con le loro prediche vogliono bloccare ogni rivendicazione. (…) Fingono di non vedere la differenza tra morale cristiana e democristiana. Ma che cristianità è la loro quando, con indifferenza, inquinano, ammazzano, rubano, distruggono, e poi parlano di amore. Ma che amore, quale diritto alla vita quando la vita l’hanno fatta diventare un inferno?

SBANDATI
La classe operaia sembra allo sbando. I sindacati non fiatano. Intanto, guarda caso, ci piovono addosso i sacrifici. Nessuno ci prospetta un’ombra di lotta, di protesta; sembra che tutto va bene, tutto sia giusto, ma, dico io: sulla nostra groppa quanto altro peso dovremo sopportare? (…) Visto che la rivoluzione non la vuol fare più nessuno, almeno incominciamo a mettere in chiaro che quel poco che abbiamo conquistato finora non lo svendiamo per le solite promesse, per la bella faccia dello sciacallo di turno.

INVENZIONE
Che grande invenzione la fabbrica. La fabbrica! In poche centinaia di metri quadrati costringere centinaia e centinaia di persone. Gente che per le sue divine qualità interiori, doveva saper quasi volare.

IL DELEGATO
Oggi abbiamo votato per un altro delegato, speriamo che sia migliore dell’altro. Ma qui più ne cambiano più sono quasi tutte carogne, un delegato è buono per gli operai solo quando riesce a far ottenere il passaggio di categoria, quando ti sa leggere la striscia paga. Non è importante se è ignorante, e non legge un quotidiano, e se non si tiene informato sulle vicende politiche e culturali del paese. Secondo noi sono cose secondarie. I soldi innanzi tutto, ’l t’rris, la grana.

FOLLIA
Sto lavorando sodo, mille e mille steli di ferro mi aspettano, debbono essere torniti e poi rettificati.
(…) E’ finita una massacrante giornata di lavoro, marco il cartellino. Ma, stranamente, preso da un raptus, torno indietro, nell’officina. Sono lucidissimo, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali: prendo una manciata di steli, ed esco nella campagna circostante, ed uno ad uno pianto gli steli di ferro nelle nuda terra.
In primavera, quegli steli d’acciaio fioriranno ed io non farò altro che raccoglierli, e così, affrancato dai ritmi bestiali di lavoro, avrò più tempo per me.

SICCITA’
(…) L’estate è stata caldissima, secca, nemmeno una goccia d’acqua. (….) Povero sud, pisciato sud; dai farabutti che speculano sulle nostre indecisioni, sulle nostre amarezze, sui nostri furori, che durano poco, lo spazio di qualche ora, di qualche minuto.
Io faccio il meccanico. Perché faccio il metalmeccanico, proprio non lo so. Allora ci fu il boom della meccanica. (…) Sulla via per Palese hanno aperto per mamma Fiat vari pozzi artesiani, per l’agricoltura non era stato possibile aprirli. Ci troviamo qui, che non sappiamo più cosa siamo: uomini-macchine, semiuomini, semimacchine, il paese che non sa di niente, distrutto, gli uomini che si arrabbiano, che mordono.
Le ultime vacche sono inseguite da ragazzi scarmigliati, a calci, a pietre. I camion che attraversano la città perdono tubi cemento ghiaia… Le fabbriche aperte da poco, già chiudono, l’acqua manca, gli ascensori si bloccano, quelli delle tasse ci inseguono con i coltelli in bocca come i pirati, i prezzi aumentano. (…)
Stasera al ritorno da cena, alle sette e mezza, mi sono seduto come un pascià: sulla poltrona del capo, con gli scarponi che pesano due chili l’uno, sulla scrivania, all’americana, e mi fumavo l’ennesima sigaretta. A un tratto compare il capo, quella carogna sta ancora qua; aveva fatto finta di andarsene e improvvisamente era tornato per… controllarci. (….)
Le cose vanno sempre peggio per gli operai. Nelle fabbriche ci sfruttano, ci intossicano, ci ammazzano, e come se non bastasse ci cacciano via, ci buttano in mezzo alla strada quando vogliono, come vogliono. Sempre ci chiedono sacrifici come se non ne facciamo già abbastanza! Appena nasciamo siamo immersi nei sacrifici. (…)

 

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Nanda Devi. Una storia di alpinismo.

25 03 2012

Il Nanda Devi è una splendida montagna alta 7.816 metri, si trova nel cuore dell’himalaya indiano, fa parte del cosiddetto “Nanda Devi Sanctuary”, un circo di 12 cime oltre i 6.400. Il Nanda Devi è una montagna sacra, il suo nome significa “Dea della Beatitudine” e nelle credenze induiste è ritenuta l’incarnazione di Parvati la moglie di Shiva. Gli abitanti della regione considerano la montagna una sorgente di vita e di rinnovamento ed è meta di numerosi pellegrinaggi e leggende.

La splendida e sfolgorante vetta del Nanda Devi ha gettato il suo incantesimo su molti occidentali. La storia che segue racconta di un alpinista e della sua infatuazione per questa montagna. Il brano è tratto da “Le montagne sacre del mondo” di Edwin Bernbaum.

Willi Unsoeld, noto scalatore statunitense […] aveva visto il Nanda Devi quando era ancora ragazzo. Aveva trovato la montagna così bella che fece un voto: se un giorno avesse avuto una figlia, le avrebbe dato quel nome. Passarono gli anni, si sposò, e sua moglie diede alla luce una bambina cui fu imposto il nome di Nanda Devi Unsoeld. Quando Devi, come veniva chiamata, compì ventun anni, decise che voleva scalare la montagna di cui portava il nome. Lei e suo padre organizzarono una spedizione comprendente alcuni tra i migliori scalatori d’America e, nel 1977, partirono per il Nanda Devi.

Dopo essere passati a fatica tra la gola del Rishi Ganga, un primo gruppo di scalatori raggiunse la vetta seguendo una nuova difficile via. Devi salì al campo situato a 7.315 metri per compiere la seconda ascensione. Ma, dopo essere rimasta per tutto il giorno bloccata in tenda da una bufera, si sentì troppo debole per continuare. Mentre stavano preparandosi per ridiscendere, improvvisamente si sollevò e disse con la massima calma: “Sento che sto per morire”. E spirò tra le braccia del padre.  Willi tentò inutilmente di rianimarla finchè, con il cuore straziato, si rese conto che era morta. La sua descrizione di quanto seguì rivela la profondità dei suoi senetimenti per la figlia e per la montagna di cui le aveva dato il nome:

Fummo d’accordo che sarebbe stato giusto affidare il corpo di Devi alle nevi della montagna per la quale era giunta a provare un affetto così profondo. Andy, Peter e e io ci inginocchiammo in cerchio nella neve tenendoci stretti per mano mentre ciascuno di noi pronunciava con voce rotta un addio alla compagna che, fino a poche ore prima, aveva occupato un posto così intenso nelle nostre vite. La mia preghiera finale fu un ringraziamento per quel mondo circonfuso della sublimità delle grandi altezze, per la bellezza assoluta delle montagne e per quello straordinario miracolo che ha reso l’uomo capace di andare in estasi di fronte a una simile bellezza, e per il costante elemento di pericolo senza il quale l’esperienza della montagna non potrebbe esercitare una simile presa sui nostri sentimenti. Poi deponemmo il corpo nella sua tomba di ghiaccio, a riposare nel seno di Nanda, la Dea che dà la beatitudine.

E la storia continua. Sulla via verso la montagna, Devi aveva fatto grande impressione sui portatori e sugli abitanti dei villaggi lungo il percorso. Essendo vissuta a Kathmandu con suo padre, che vi aveva prestato servizio come direttore del Peace Corps, parlava nepalese, il che le aveva permesso di comunicare con la gente nella loro lingua, il garhwali, strettamente collegato al nepalese. La sua spontanea cordialità e l’interesse che aveva dimostrato per loro e il loro benessere li avevano profondamente colpiti. Inoltre, i suoi lunghi capelli biondi avevano fatto sorgere paragoni con Gauri, la sembianza dorata della dea Parvati. Quando gli abitanti della zona seppero della sua morte, ne trassero la conclusione che non fosse davvero morta. Secondo loro, il voto di Willi di chiamare Nanda Devi sua figlia aveva fatto sì che la divinità entrasse nel suo corpo e si incarnasse in lei. La sua morte era solo apparente: in realtà altro non era che il modo scelto dalla dea per ritornare alla sua montagna. Un nuovo mito era così entrato a far parte dell’aura sacra di cui è circonfusa la splendida vetta del Nanda Devi.

Edwin Bernbaum – Le montagne sacre del mondo





Insensibile alle foglie

3 03 2012

  Se sei sensibile alle foglie, presto o tardi verrai scambiato per un vegetale.
  Per tutte le notti, il tronco tuo sarà segato in due per venire infine abbattuto come una pianta.
  La tua unica funzione, in mancanza del sole, sarà di incamerare l’aria, già tutta consumata ed esausta, della vita che gli altri avranno buttato fuori.
  Quell’anidride carbonica ti garantirà appena appena la sopravvivenza all’interno della loro serra.
  Nient’altro che due bollicine di vita evaporata.
  Se vuoi che si trasformi nel tuo ossigeno, non hai scampo.
  O la usi per spremere fino all’ultima goccia la tua linfa vitale, succhiando tutto il midollo che hai nel profondo, o ti accartoccerai come l’ennesima piantina da salotto dimenticata sul davanzale della società.

  Proverai ad arrampicarti per questa via, se sei sensibile alle foglie, se sei davvero così insensibile.

  Ma se sei proprio ipersensibile, se sei insensibile alle foglie, un vero albero malnato, resterai senza fiori, con tutte le spine, tra i boscaioli.
  Loro faranno il loro lavoro, ma dovranno aspettare la pioggia per vederti piangere.
  Nessun altro avrà lacrime da versare sul tuo viso, nemmeno i tuoi occhi inzuppati di nuvole che resteranno asciutti, senza battere ciglio.
  Tu avrai sempre scorza sufficiente per resistere a tutte le commozioni fasulle del cielo.
  Lascerai agli altri la gioia illusoria, a te negata, di riscattarsi con milioni d’istantanee, a ricordo di tutte le volte che per un lampo sono rimasti senza fiato.
  Tu non sarai mai in apnea. Anche sotto un abisso di pressione, non avrai bisogno di bombole, non andrai mai in embolia.
  Perché sai che, in fondo, sarai sempre tu l’inesauribile polmone del loro mondo d’acciaio.

B.B.B.





Hurbinek

26 01 2012

Lo scorso anno in occasione del Giorno della Memoria Marco Paolini ha presentato Ausmerzen, un monologo sullo sterminio dei più deboli nella Gemania nazista: i disabili. Al termine della rappresentazione Paolini ha voluto leggere un brano tratto dal libro La tregua di Primo Levi, per ricordarci come la memoria delle vittime, coloro a cui i nazisti negavano l’identità di uomini, possa testimoniare attraverso le parole di chi è rimasto. Ascoltatelo…

 

Hurbinek

tratto da “La tregua” di PRIMO LEVI

Fuori dai vetri, benché nevicasse fitto, le funeste strade del campo non erano piú deserte, anzi brulicavano di un viavai alacre, confuso e rumoroso, che sembrava fine a se stesso. Fino a tarda sera si sentivano risuonare grida allegre o iraconde, richiami, canzoni. Ciononostante la mia attenzione, e quella dei miei vicini di letto, raramente riusciva ad eludere la presenza ossessiva, la mortale forza di affermazione del piú piccolo ed inerme fra noi, del piú innocente, di un bambino, di Hurbinek.

 

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giú, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.

Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia dì Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.

Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo». Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome,

Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbínek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.

Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero, – Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui – egli testimonia attraverso queste mie parole.

PRIMO LEVI





Il cimitero elettorale

3 01 2012

Domenica, sotto un torrido sole di giugno, ho accompagnato il nonno al cimitero del mio rione, i Cappuccini, perché voleva dare un saluto alla nonna. Io non sono entrato e l’ho aspettato in macchina, pensando che avrò tutto il tempo per conoscere quel posto e prenderne confidenza quando – che buffo! – di tempo non ne avrò più. Inoltre, dentro, tutto è così triste, e di tristezza, fuori, ce n’è talmente tanta che non si capisce il motivo di questa aggiunta gratuita. L’aria che si respira in questa oasi di deserto ha qualcosa di grottesco: al silenzio, per rispetto ai defunti, fa da contraltare una totale mancanza d’intimità, sicché è impossibile salvaguardare il senso alto e nobile del pudore. E, infine, rituali di fiori che, appassendo in pochi giorni, aggiungeranno altra morte ad un luogo che ne è già permeato fin troppo. Non hanno pace le spoglie degli antenati: giacciono sotto la pesantezza di un silenzioso e sacro rispetto; affogano tra onde, non richieste, di dolore e pietà; non godono del beneficio vitale dell’ironia, proprio ora che sono attrezzati per sopportare, persino, quella della sorte: ovvero l’ultima, tragica ironia.

All’esterno, il cimitero, è ancora più assurdo, pervaso com’è da un senso di perenne decadenza. Si apre con un portico di tre arcate ristrutturate e sormontate da un frontone il cui intonaco si macera giorno dopo giorno, di pioggia in pioggia. Un muro diroccato recinta il resto, offrendo, a chi l’osserva, la sensazione forte e precisa, quasi straziante, dell’abbandono. E, forse, è giusto così: la vita ha abbandonato i morti e chi li ospita deve, in qualche maniera, adeguarsi, abbandonandosi nel tempo al degrado di sé stesso.

Un po’ più in là, sul piazzale per il parcheggio delle auto, i pannelli pubblicitari del Comune sfoggiano i volti e gli slogan degli ultimi candidati del secolo al ruolo di sindaco di Vercelli e di altre svariate cariche. Basta parlare è ora di fare, coerenza e serietà, non fermiamo il cambiamento, la vera e sola alternativa… sono solo uno stralcio dei nuovissimi vecchi messaggi dei teatranti di turno, con uno dei quali entrerà in scena il futuro, attesissimo, terrificante, già visto e noiosissimo, terzo millennio. Alcuni simboli di partito si trovano su più manifesti, segno della gran confusione, ma su tutti aleggia lo squallore di chi, scrivendo il proprio nome a caratteri cubitali, è talmente mediocre e retorico da restare sempre e comunque e straordinariamente anonimo, illeggibile.

Questo è davvero il luogo più idoneo per fare propaganda: solo i morti possono ascoltarvi, solo loro non hanno nulla da temere votandovi, perché hanno il vostro stesso identico respiro.

Dietro questi pannelli comincia una vaga prateria, brulla eppure molto più viva e umana, quasi allegra. L’occhio malinconico la segue e la scorre fino a vederla diradare e farsi pietra: ovvero il cemento armato di un palazzo fatiscente, sinonimo stridente di popolare. E l’occhio sale, lento e inesorabile, per raccogliere le immagini d’una vita disadorna: un balcone da cui sporgono fili di stendibiancheria con panni messi ad asciugare da una donna che ripete gesti eterni, imparati chissà quanti anni, quanti voti e quante giunte comunali fa. Faccio appena in tempo a vedere la donna, esausta, mentre si passa la mano sinistra sulla fronte per tergersi un po’ di sudore, quando arriva mio nonno. Appoggio le mani e le braccia sul volante, la testa sconsolata tra i gomiti, e guardo in direzione di quel balcone. Accendo la macchina e riparto lentamente.

«Coraggio – adelante signora! – e se questo può servire a lenire un pochino il suo male, disincantata sorrida con me alla domenica, al secolo, al millennio, a Vercelli, alla Provincia, alla Regione e all’Europa che sgocciolano via sotto quei panni inzuppati di noia e di sole».

B.B.B.

(1999 – dedicato a mia nonna) 





Appunti davanti allo Stretto di Magellano

3 09 2011

Da dove si ricomincia? È la domanda che mi sono posto al rientro dalla vacanze. Tutt’altro che facile la risposta se si guarda al
degrado/decadenza/disagio/disperazione che ci circonda e ci aspetta nel prossimo futuro, non essendosi ancora dispiegato in tutta la sua portata. Una risposta possibile potrebbe essere la cultura, forse. Se dispone degli anticorpi necessari per fronteggiare la malattia del secolo,  il liberismo e/o il pensiero unico; la malattia capitale, il capitalismo, che ci destina a morte sicura, prematura, per cause innaturali. Morte civile, morte biologica.

Seguendo il filo di questi pensieri mi sono ritrovato tra le mani un vecchio libro: “Patagonia Express. Appunti dal sud del mondo” di Luis Sepulveda. Un grande scrittore. Ma prima di essere uno scrittore è stato molte altre cose. Nato in una camera d’albergo mentre i suoi genitori fuggivano a seguito di una denuncia per motivi politici. Iscritto a 15 anni alla Gioventù Comunista. Militante dell’Esercito di Liberazione Nazionale della Bolivia. Membro della guardia personale del Presidente cileno Salvador Allende. Torturato dai militari di Pinochet e rinchiuso in una piccola cella in cui era impossibile stare sdraiato o stare in piedi. Condannato all’ergastolo. Rilasciato a seguito delle pressioni esercitate da Amnesty International. Nel 1977 lascia il Cile per la Svezia che  gli offre asilo politico, ma al primo scalo, a Buenos Aires, si dirige verso il Brasile, poi il Paraguay. Nel 1979 raggiunge le Brigate Internazionali Simon Bolivar che stanno combattendo in Nicaragua. Nel 1982 entra nell’organizzazione ecologista Greenpeace lavorando su una delle loro navi. La sua vita risulta essere una perfetta sintesi tra impegno e cultura.

In questo suo libro, “Patagonia Express”, un libro di viaggio, Sepulveda racconta il Sud del mondo attraverso le storie dei suoi abitanti, personaggi eccezionali sullo sfondo di un paesaggio straordinario. Il racconto che ho scelto da questo libro è una storia molto triste. Si racconta di un bambino e un delfino. Entrambi ci lasciano una grande lezione, un grande insegnamento. A noi piace ricordare Panchito Barrìa e il suo delfino davanti allo Stretto di Magellano, per sempre. Ad imperitura memoria.
h.

APPUNTI DAVANTI ALLO STRETTO DI MAGELLANO

 

A nord di Mantiales, villaggio petrolifero della Terra del Fuoco, sorgono le quindici o venti case di un paesino di pescatori chiamato Angostura, e cioè “strettoia”, perché si trova proprio davanti al primo restringimento dello stretto. Le case sono abitate soltanto durante la breve estate australe. Poi, durante il fugace autunno e il lungo inverno, non sono altro che un punto di riferimento nel paesaggio. Angostura non ha un cimitero, ma ha una tomba, un piccolo sepolcro che è stato dipinto di bianco e che guarda verso il mare. Vi riposa Panchito Barria, un ragazzino morto a undici anni. In tutto il mondo si vive e si muore, ma il caso di Panchito è tragicamente speciale, perché il bambino è morto di tristezza.

Prima di compiere tre anni, Panchito fu colpito da una poliomielite che lo lasciò invalido. I suoi genitori, pescatori di San Gregorio, in Patagonia, ogni estate attraversavano lo stretto per installarsi ad Angostura. Portavano con loro il bambino, come un amoroso fagotto che se ne stava ben seduto su delle coperte, a guardare il mare. Fino a cinque anni Panchito Barria fu un bambino triste, poco socievole, quasi incapace di parlare. Ma un bel giorno accadde uno di quei miracoli che sembrano ovvi nel sud del mondo: una formazione di venti o più delfini australi comparve davanti ad Angostura, nel loro passaggio dall’Atlantico al Pacifico. Gli abitanti del luogo che mi hanno raccontato la storia di Panchito, hanno detto che appena li vide, il bambino si lasciò sfuggire un urlo lacerante, e che a mano a mano che i delfini si allontanavano, le sue grida crescevano in volume e sconforto. Alla fine, quando i delfini erano ormai scomparsi, dalla gola del bambino sfuggì un grido acuto, una nota altissima che allarmò i pescatori, ma che fece ritornare indietro uno dei cetacei.

Il delfino si avvicinò alla costa e iniziò a fare salti nell’acqua. Panchito lo incoraggiava con le note acute che gli sgorgavano dalla gola. Tutti capirono che tra il bambino e il cetaceo si era stabilita una forma di comunicazione che prescindeva da dubbi e spiegazioni. Era successo perché la vita è fatta così. Punto e basta. Il delfino rimase davanti a Angostura tutta l’estate. E quando l’approssimarsi dell’inverno impose di abbandonare il luogo, i genitori di Panchito e gli altri pescatori notarono stupiti che nel bambino no c’era la minima traccia di dolore. Con una serietà inaudita per isuoi cinque anni, dichiarò che anche il suo amico delfino sarebbe partito, perché altrimenti ighiacci lo avrebbero intrappolato, ma che l’anno dopo avrebbe fatto ritorno. E l’estate successiva il delfino tornò.

Panchito cambiò, divenne un bambino loquace, allegro, arrivò a scherzare sulla sua condizione di invalido. Cambiò radicalmente. I suoi giochi con il delfino si ripetereno per sei estati. Panchito imparò a leggere, a scrivere, a disegnare il suo amico delfino. Collaborava come tutti gli altri bambini alla riparazione delle reti, preparava zavorre, seccava frutti di mare, sempre con il suo amico che saltava nell’acqua, compiendo prodezze per lui. Una mattina d’estate del 1990 il delfino non venne al suo quotidiano appuntamento. Allarmati, i pescatori lo cercarono, rastrellando lo stretto da cima a fondo. Non lo trovarono, ma incontrarono una nave officina russa, una delle assassine del mare, che navigava vicinissima al secondo restringimento dello stretto. Due mesi dopo Panchito Barria morì di tristezza. Si spense senza piangere, senza mormorare un lamento.

Io ho visitato la sua tomba e da lì ho guardato il mare, il mare grigio e agitato degli inizi dell’inverno. Il mare dove fino a poco tempo fa giocavano i delfini.

Luis Sepulveda – Patagonia Express





Camminando da Nord verso Sud

5 04 2011

A metà degli anni ’90 Goffredo Fofi pubblicava “La Terra vista dalla Luna”. Una pubblicazione coraggiosa con un programma ambizioso, occuparsi del “sociale”: il volontariato, i giovani, il disagio, la scuola, le istituzioni, i mezzi di comunicazione, la cultura. Era la rivista dell’intervento sociale.

Nel primo numero, nella sezione Pianeta Terra, un reportage sull’Africa con fotografie di Tom Stoddart a testimoniare la tragedia del Ruanda e un lungo articolo di Ryszard Kapuscinski facente parte di un lavoro ancora incompiuto, una grande inchiesta-riflessione sul continente africano, pubblicato qualche anno più tardi da Feltrinelli con il titolo Ebano.

A quei tempi non conoscevo ancora Kapuscinski, non sapevo chi fosse e mai avevo letto un suo articolo, ma l’incontro su quelle pagine mi spinse in seguito a cercare e leggere tutti i suoi libri-reportage.

Nel racconto che ho scelto, tratto da quella rivista, Kapuscinski riesce in poche righe a raccontare l’Africa. Lo fa attraverso la sua gente. Lui che in un’intervista disse: “L’Africa è troppo grande per poterla descrivere”, eppure, la sua narrazione, meglio di qualsiasi saggio, riesce a raccontare questo immenso continente: la sua anima, il suo spirito, le sue tragedie.

Camminando da Nord verso Sud è un racconto che ho letto molte volte, ogni volta con lo stesso stupore.

h.

Camminando da Nord verso Sud

Nei pressi di Gondar (una città di re etiopi e di imperatori che si attraversa quando dalla baia di Aden passando per Gibuti ci si sposta verso El Obeid, Tersaf Njamena e il lago Ciad) incontro un uomo che si dirige a piedi da Nord a Sud. Questo è tutto quello che so di lui; è la cosa che lo distingue. Scopro che sta cercando il fratello perduto.

È a piedi nudi, indossa un paio di pantaloncini rattoppati e quella che una volta avremmo chiamato una maglietta. Con sé, porta soltanto tre oggetti: un pezzo di stoffa che usa a pranzo come tovaglia, di giorno come copricapo per ripararsi dal sole e la sera come coperta per dormire; e una boccia di legno con un coperchio che porta sulle spalle. Non ha denaro. Vive della gentilezza degli estranei. Se non trova da mangiare, gli resta la fame. È sempre stato affamato.

Cammina verso Sud perché quando se è andato da casa suo fratello ha preso questa direzione. Quando è stato, chiedo? Molto tempo fa. Tutto il passato di quest’uomo sembra riassumersi in una sola frase: “molto tempo fa”. È partito dalle montagne dell’Eritrea, da Keren. È partito molto tempo fa.

Sa come andare a Sud. La mattina cammina seguendo la direzione del sole. Chiede a tutti quelli che incontra se conoscono Solomon, suo fratello. Nessuno si stupisce della domanda. Tutta l’Africa è in movimento. Alcuni fuggono la guerra, la sete, la fame e tornano a casa. Spesso perdono la strada. L’uomo che cammina verso Sud è uno dei tanti.

Gli chiedo perché vuole trovare suo fratello. Scrolla le spalle. Per lui, la domanda si risponde da sé. Scrolla le spalle: prova pietà per quest’uomo, per questo straniero che magari sarà anche ben vestito ma è chiaramente, seriamente, privo di qualcosa di molto più importante. Gli chiedo se si è accorto di aver sconfinato, di essere passato dall’Eritrea in Etiopia. Mi risponde con un sorriso d’intesa. Per lui c’è solo una terra che brucia e un fratello che cerca suo fratello.

Ryszard Kapuscinski – Ebano

La nuova rivista di Goffredo Fofi “Lo Straniero” la trovate qui: http://www.lostraniero.net/