Abitare l’utopia

1 02 2013

giuseppe di vittorio a piazza mancini

Il  luogo cui tendere è quello in cui ogni persona e ogni comunità conti e decida sulle condizioni di vita e di lavoro e nei rapporti con le istituzioni. […]

Abitare l’utopia è la condizione che va ricercata. Non per fuggire dal mondo reale della politica in atto. Al contrario perchè il solo modo di influire, di essere protagonista, è proporre e produrre una tensione, spendersi su una ipotesi, patrocinare un progetto. […]

Ci vuole un orizzonte, una grande idea, non un nuovo ordine prestabilito; un cambiamento che sia un movimento, una nuova fiducia in se stessi. Abitare l’utopia in una grande speranza che esige tensione e volontà ma non richiede sacrificio, propone piuttosto libera valorizzazione di sé e di ciascuno. Significa vivere entro la materialità, poichè è solo apparenza lo starne fuori, per usarne la forza come motore per la riforma. Significa assumere le novità del mondo, non rifiutarle come fanno i reazionari, non temerle come fanno i conservatori, per mettere in cammino un nuovo processo di libertà per tutti.

Sergio Garavini – Ripensare l’illusione: una prospettiva dalla fine del secolo (Rubbettino)





Tommaso Di Ciaula – Tuta Blu

5 08 2012

Nel 1978  Tommaso Di Ciaula pubblicava presso Feltrinelli Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud. L’autore raccontava con rabbia il suo vissuto personale: le condizioni di lavoro e le lotte di quello che veniva definito l’operaio-massa.

Nella prefazione al libro Paolo Volponi scriveva, «L’urgenza che muove questo libro è sprigionata da due condizioni esistenziali che accompagnano e spaccano la vita di Tommaso Di Ciaula. La prima è la sua condizione di contadino pugliese, la seconda è il suo essere operaio, con un timbro sulla tuta blu, e tanti altri timbri.»

Il libro fece il giro del mondo, fu pubblicato anche in Unione Sovietica, e ne furono tratte diverse versioni teatrali. A distanza di anni le vicende narrate non appaiono affatto datate, anzi, se le leggiamo alla luce dei recenti fatti riguardanti la Fiat, l’Ilva, la crisi e l’affermazione prepotente del liberismo con i suoi tecnici ignoranti e professori arroganti, possiamo dire senza rischio di smentita che quelle vicende trovano oggi una loro cruda conferma.

Una lettura che si propone come il migliore viatico per le vostre vacanze. Di seguito alcuni brani tratti dal libro Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud di Tommaso Di Ciaula:

I CAPETTI
Il capo è di nuovo alla carica, vuole più rendimento, ed io gli dico: vattene dalle palle. Quando torno a casa non ho nemmeno la voglia di fare una carezza a mio figlio, tanto sono scoglionato, e questo vuole che mi rompa il culo ancora di più.

CAOS
Le cose vanno male, non si capisce più nulla: i padroni non ci possono sopportare più; noi operai non possiamo più sopportare i padroni; gli operai non possono più sopportare i loro stesso compagni. C’è troppo odio, poca umanità, troppa confusione, troppi partiti, tutto è improntato all’insegna dell’egoismo. I cattolici con le loro prediche vogliono bloccare ogni rivendicazione. (…) Fingono di non vedere la differenza tra morale cristiana e democristiana. Ma che cristianità è la loro quando, con indifferenza, inquinano, ammazzano, rubano, distruggono, e poi parlano di amore. Ma che amore, quale diritto alla vita quando la vita l’hanno fatta diventare un inferno?

SBANDATI
La classe operaia sembra allo sbando. I sindacati non fiatano. Intanto, guarda caso, ci piovono addosso i sacrifici. Nessuno ci prospetta un’ombra di lotta, di protesta; sembra che tutto va bene, tutto sia giusto, ma, dico io: sulla nostra groppa quanto altro peso dovremo sopportare? (…) Visto che la rivoluzione non la vuol fare più nessuno, almeno incominciamo a mettere in chiaro che quel poco che abbiamo conquistato finora non lo svendiamo per le solite promesse, per la bella faccia dello sciacallo di turno.

INVENZIONE
Che grande invenzione la fabbrica. La fabbrica! In poche centinaia di metri quadrati costringere centinaia e centinaia di persone. Gente che per le sue divine qualità interiori, doveva saper quasi volare.

IL DELEGATO
Oggi abbiamo votato per un altro delegato, speriamo che sia migliore dell’altro. Ma qui più ne cambiano più sono quasi tutte carogne, un delegato è buono per gli operai solo quando riesce a far ottenere il passaggio di categoria, quando ti sa leggere la striscia paga. Non è importante se è ignorante, e non legge un quotidiano, e se non si tiene informato sulle vicende politiche e culturali del paese. Secondo noi sono cose secondarie. I soldi innanzi tutto, ’l t’rris, la grana.

FOLLIA
Sto lavorando sodo, mille e mille steli di ferro mi aspettano, debbono essere torniti e poi rettificati.
(…) E’ finita una massacrante giornata di lavoro, marco il cartellino. Ma, stranamente, preso da un raptus, torno indietro, nell’officina. Sono lucidissimo, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali: prendo una manciata di steli, ed esco nella campagna circostante, ed uno ad uno pianto gli steli di ferro nelle nuda terra.
In primavera, quegli steli d’acciaio fioriranno ed io non farò altro che raccoglierli, e così, affrancato dai ritmi bestiali di lavoro, avrò più tempo per me.

SICCITA’
(…) L’estate è stata caldissima, secca, nemmeno una goccia d’acqua. (….) Povero sud, pisciato sud; dai farabutti che speculano sulle nostre indecisioni, sulle nostre amarezze, sui nostri furori, che durano poco, lo spazio di qualche ora, di qualche minuto.
Io faccio il meccanico. Perché faccio il metalmeccanico, proprio non lo so. Allora ci fu il boom della meccanica. (…) Sulla via per Palese hanno aperto per mamma Fiat vari pozzi artesiani, per l’agricoltura non era stato possibile aprirli. Ci troviamo qui, che non sappiamo più cosa siamo: uomini-macchine, semiuomini, semimacchine, il paese che non sa di niente, distrutto, gli uomini che si arrabbiano, che mordono.
Le ultime vacche sono inseguite da ragazzi scarmigliati, a calci, a pietre. I camion che attraversano la città perdono tubi cemento ghiaia… Le fabbriche aperte da poco, già chiudono, l’acqua manca, gli ascensori si bloccano, quelli delle tasse ci inseguono con i coltelli in bocca come i pirati, i prezzi aumentano. (…)
Stasera al ritorno da cena, alle sette e mezza, mi sono seduto come un pascià: sulla poltrona del capo, con gli scarponi che pesano due chili l’uno, sulla scrivania, all’americana, e mi fumavo l’ennesima sigaretta. A un tratto compare il capo, quella carogna sta ancora qua; aveva fatto finta di andarsene e improvvisamente era tornato per… controllarci. (….)
Le cose vanno sempre peggio per gli operai. Nelle fabbriche ci sfruttano, ci intossicano, ci ammazzano, e come se non bastasse ci cacciano via, ci buttano in mezzo alla strada quando vogliono, come vogliono. Sempre ci chiedono sacrifici come se non ne facciamo già abbastanza! Appena nasciamo siamo immersi nei sacrifici. (…)

 





Il lavoro dipendente

10 04 2012

Una breve nota di Roberta Carlini sul lavoro dipendente tratto dal suo sito: www.robertacarlini.it

53,1

Ogni 100 euro prodotti in Italia, solo 53,1 vanno al lavoro dipendente. Detto in un altro modo: ai lavoratori va poco più della metà della torta che cucinano. Trent’anni fa ne prendevano il 65,8%. Però, contribuiscono per il 74% al gettito dell’Irpef – che sarebbe l’imposta su tutti i redditi. Insomma: guadagnano di meno e pagano più tasse. E per di più – ma questo non è illustrato in nessun grafico – nessuno se li fila.





La solitudine degli operai (III parte)

25 02 2012

La foto a sinistra ritrae i delegati della Fiom/Cgil uscire dagli stabilimenti Fiat portandosi dietro le bandiere, i manifesti, i documenti di una lunga storia sindacale, interrotta il 1° gennaio 2012 con l’entrata in vigore del nuovo contratto aziendale, definito di primo livello, sostitutivo dei precedenti accordi interni e del contratto nazionale. I rappresentanti sindacali della Fiom erano stati regolarmente eletti e il loro mandato non ancora scaduto, ma sono stati destituiti da un abile colpo di mano orchestrato dall’azienda con la complicità di altre organizzazioni sindacali. La Fiom/Cgil con l’applicazione del CCSL (contratto collettivo specifico di lavoro) Fiat, non può eleggere i propri delegati, non può indire assemblee, non gode dei diritti sindacali previsti dalla legge e dal contratto, non può nemmeno affiggere un volantino alla bacheca sindacale.

Le lavoratrici e i lavoratori della Fiat non possono scegliere a quale sindacato aderire e da quale sindacato farsi rappresentare. Per Marchionne, la quasi totalità dei partiti, Fim Uilm e Fismic, si direbbe il trionfo della democrazia. Quella negata.

La notizia che i delegati della Fiom uscivano dalla fabbrica cacciati dal nuovo modello di relazioni sindacali (sic!) non ha destato grande scalpore e nemmeno molti commenti. Il silenzio che si è creato intorno alla vicenda è imbarazzante. A Pomigliano tra i lavoratori riassunti nella Newco, lo stabilimento dove si produce la nuova Panda, non c’è un solo iscritto alla Fiom. La Fiat in assoluto spregio della Costituzione e delle leggi dello Stato decide politiche discriminatorie sui programmi di riassunzione in base all’appartenenza sindacale: se sei iscritto alla Fiom non ti faccio lavorare. Anche qui pochi commenti e nessuna presa di posizione, sembra che tutto rientri nella normalità. I politici e parlamentari che durante il referendum tenutosi a Mirafiori, fortemente voluto dalla Fiat, dispensavano consigli – se io fossi un operaio… – e indicazioni di voto, non hanno  nulla da dire e nemmeno da chiedere, su una questione che, evidentemente, ritengono conclusa nel migliore dei modi. È un silenzio assordante, un silenzio che indigna, poiché tutti i parlamentari, di destra e di sinistra, tra i primi compiti a cui dovrebbero rispondere e assolvere c’è quello di fare rispettare la Costituzione, sicuramente non vi è quello di inchinarsi a Marchionne.

La Fiat ha da sempre utilizzato soldi pubblici: incentivi alla rottamazione, investimenti, ammortizzatori sociali; ha usufruito di aiuti e agevolazioni come nell’acquisto dell’Alfa Romeo; ha utilizzato risorse del territorio, uomini donne, ambiente. La Fiat dovrebbe rispondere oltre che alle Leggi italiane anche ad un principio di responsabilità sociale. Ma il manager con il maglioncino, ubicato in un luogo non meglio precisato tra Detroit, Torino e la Svizzera, se ne infischia del principio di responsabilità, delle leggi e della Costituzione Italiana. Marchionne risponde solo agli azionisti e ai loro profitti.

L’ultimo esempio è rappresentato dalla palese violazione della sentenza di Potenza sul licenziamento illegittimo dei 3 operai di Melfi. Reintegrati dal giudice non sono stati riammessi al lavoro, la Fiat ha comunicato che non intende avvalersi delle loro prestazioni lavorative. Un po’ come dire LA LEGGE SONO IO , PER IL RESTO ME NE FREGO. Anche su questa vicenda, silenzio.

Nel silenzio e nell’indifferenza generale: dei partiti, del governo, della grande stampa; i lavoratori, soli, continuano a difendere i diritti, la Costituzione, la dignità di uomini e donne, il lavoro, l’idea moderna di un’Europa fondata sullo stato sociale, la democrazia.

A. S.





La solitudine degli operai (II parte)

19 02 2012

La propaganda di regime ci spiega quotidianamente, pur senza argomentazioni plausibili, che i mali di cui soffre l’economia risiedono nell’art. 18 vero elemento di arretratezza del paese. Secondo queste teorie strampalate e disoneste l’art. 18 impedisce all’economia di crescere e alle aziende di assumere, ostacola la mobilità sociale, favorisce il nanismo delle imprese; è un impedimento per le aziende straniere che vorrebbero investire in Italia, è la principale causa della diffusa precarietà, aumenta la disoccupazione. Naturalmente, non c’è una sola ricerca, seria e documentata, in grado di sostenere queste tesi, ma per gli ideologi del libero mercato non è che un insignificante dettaglio, la strategia consiste nel ripetere all’infinito lo stesso concetto: prima o poi finiranno per crederci.

Negli anni l’esercito degli oppositori all’art. 18 ha ingrossato le sue fila. A questi si è aggiunta recentemente una nuova categoria (quella degli imparziali astenuti indifferenti), rappresentata da un partito di massa, il PD, che nonostante sia al governo, sul lavoro sembra non avere un’opinione, preferendo lasciare alle parti sociali la decisione, e qualunque sia assumerla. Gira e rigira siamo sempre lì: “o Franza o Spagna purchè se magna”. Alla fine tutto aiuta  a confinare nel più assoluto isolamento gli strenui difensori di un principio di civiltà oltre che di tutela, qual è appunto l’art. 18 e lo Statuto dei Lavoratori.

Essendo l’art. 18 norma di vera tutela contro i ricatti, i soprusi e le discriminazioni, per i tanti sostenitori della sua abrogazione (la neo-lingua preferisce “manutenzione”) diventa efficace sostenere, mistificando, che in Italia non sia possibile licenziare, nemmeno per motivi economici. Falso. Niente di più falso. La normativa sui licenziamenti è stabilita dalla legge 604 del 1966, la quale prevede che il licenziamento possa essere intimato per giusta causa o giustificato motivo oggettivo: il recesso per motivi economici rientra nel secondo caso, se sono interessati uno o più lavoratori si parla di licenziamento plurimo individuale, se i lavoratori coinvolti sono almeno cinque si deve invece attivare la procedura per i licenziamenti collettivi, la cosiddetta mobilità. Occorre tenere presente che in Italia nel solo 2011 sono stati collocati in mobilità attraverso procedure di licenziamenti collettivi migliaia di lavoratori. Risulta evidente che l’affermazione sull’impossibilità di licenziare è priva di fondamento.

L’art. 18 della Legge 300 interviene solo dopo che il licenziamento è stato effettuato, e solo se il licenziamento non è sorretto né da giusta causa né da giustificato motivo oggettivo, dunque non impedisce i licenziamenti. La natura dell’art. 18 è di avere carattere sanzionatorio, a fronte di un licenziamento illegittimo prevede il reintegro del lavoratore e il risarcimento del danno, principio sacrosanto.  Perché, dunque, abolirlo o modificarlo? I padroni senza provare vergogna nel coprirsi di ridicolo rispondono: perché licenziando faremo più assunzioni. I tecnici al governo nella loro austera banalità replicano: perché ce lo chiedono la BCE e l’Europa.

Le ragioni sono altre, in fondo semplici: i lavoratori dipendenti devono essere privati totalmente di qualsiasi forma di tutela, per fare in modo che siano ricattabili, impossibilitati nel presentare legittime rivendicazioni, di conseguenza con un potere contrattuale prossimo allo zero. I lavoratori senza l’art. 18 sono soli. Soli di fronte al padrone che dispone del loro lavoro e del loro tempo, che li remunera quanto vuole per il tempo che serve; i lavoratori trasformati in merce saranno soggetti alle regole del mercato, senza diritti e senza dignità.

Il tentativo di abrogare o modificare l’art. 18 risponde a politiche liberiste il cui scopo è ampliare il sistema globalizzato di sfruttamento dei popoli, delle persone e dell’ambiente; polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi, aumentare le disuguaglianze e la povertà, espropriare le comunità dei suoi beni comuni. A parole tutto quello che il governo Monti e la sua corte dicono di voler combattere.

A. S.





La solitudine degli operai (I parte)

11 02 2012

Ammesso che esistano differenze tra il governo Monti e il governo Berlusconi, sicuramente non ce ne sono per quanto riguarda le politiche economiche e sociali, in particolare sulle materie riguardanti il lavoro. Trovo, invece, nelle scelte dell’attuale Governo, una continuità preoccupante con il precedente, a cui peraltro sulle materie citate sono state impresse brusche accelerazioni, giustificate dall’emergenza e dalla crisi. Monti sta raggiungendo obiettivi che Berlusconi ha perseguito per almeno un decennio senza mai centrarli: pensioni, art. 18 e flessibilità in uscita, mercato del lavoro e ammortizzatori sociali.

A cambiare è solo l’orientamento dell’opinione pubblica da parte di alcuni quotidiani nazionali e dei loro autorevoli opinionisti, nonché di quei partiti, che facevano, giustamente, opposizione a Berlusconi e oggi sostengono acriticamente Monti. Sembra che in Italia l’unica opposizione possibile sia in chiave anti-berlusconiana, quando piuttosto dovrebbe essere costruita su temi sociali, economici e culturali.

Data la situazione e lo schieramento di forze in campo, chi si trova a sostenere le ragioni e gli interessi legittimi dei più deboli, viene trattato con sufficienza quando va bene, altrimenti viene etichettato come disfattista, populista, massimalista, nel peggiore dei casi un estremista. Si passa, insomma, alla de-legittimazione. Sostenere le ragioni degli operai in questo contesto è complicato, ne è un esempio concreto la recente polemica tra Eugenio Scalfari e Susanna Camusso e, se volete, è anche la rappresentazione della SOLITUDINE DEGLI OPERAI.

Dalle colonne di Repubblica, Scalfari cita strumentalmente una lunga intervista del ‘78 a Luciano Lama tralasciandone oltretutto alcune parti importanti su profitti e accumulazione del capitale, per invitare la Cgil e gli altri sindacati a tenere una linea di moderazione e nell’interesse comune ad accettare la sfida delle “riforme” proposte dal governo Monti; segue una replica molto ben argomentata e articolata della Camusso a cui Scalfari risponde seccato con una serie di luoghi comuni tipici del pensiero unico.

Il Professor Scalfari, quasi indispettito dal fatto che un sindacato tuteli gli interessi di chi rappresenta, sale in cattedra con l’intento di impartire una severa e sonora lezione alla segretaria della Cgil, rea di non aver capito la situazione in cui ci troviamo, sostenendo addirittura di non aver trovato nella risposta della Camusso l’intelligenza politica mostrata in altre circostanze. La presunzione e l’arroganza di questa affermazione sta nel fatto che un pensiero economico, politico, ideologico, legittimamente rappresentato, diventa e si trasforma in verità assoluta, dogma religioso, che per caratteristiche esclude qualsiasi altra visione e alternativa. D’altra parte quando ci si appella ai “sacrifici” vi è un chiaro riferimento ai temi religiosi; già, perché Scalfari vede (e lo scrive) il sindacato protagonista unicamente attraverso una politica di sacrifici, dunque senza una reale autonomia.

Ma il punto è capire dove siamo e dove stiamo andando, non si può liquidare la questione dicendo che la precarietà e la disoccupazione sono effetti della crisi, prendere atto che il mondo è cambiato e accettare il cambiamento come fatto inoppugnabile, senza interrogarsi su quali siano stati gli attori che hanno provocato la crisi, che dal mio modesto punto di vista prosegue ininterrotta ormai dal 2001. La crisi che stiamo vivendo è stata provocata da precise decisioni politiche, volute e perseguite dall’elite mondiale, dai centri di potere. La globalizzazione non è stata un evento casuale, dapprima è stata progettata e poi realizzata, anche attraverso un accurato piano legislativo. Bisogna porsi domande, avere dubbi e uscire dalla sindrome del TINA, there is not alternative, non ci sono alternative. Tra le domande concedetemene una retorica, ma siamo poi così sicuri che si voglia uscire dalla crisi? Oppure la crisi è funzionale agli interessi di qualcuno, di gruppi di potere? Dopo 10 anni di decadenza credo sia legittimo porsi questa domanda, considerando che, tutte le misure prese: tagli alla spesa pubblica, riduzione del welfare e contenimento del costo del lavoro, non solo non hanno dato risultati ma addirittura hanno contribuito a peggiorare la situazione.

Questo è il punto: nelle analisi di Scalfari e nelle proposte di Monti non c’è la benché minima considerazione di ciò che è avvenuto negli ultimi venti anni. Tutte le tesi che propongono hanno già trovato applicazione. E quali effetti hanno avuto? È aumentata la povertà, la disoccupazione, la precarietà, i salari sono fermi al palo da 15 anni e ora stanno precipitando, sono diminuiti gli investimenti, siamo passati da una fase di stagnazione alla recessione, il paese si sta impoverendo. Possibile che tutto ciò non abbia nulla a che fare con le politiche adottate nell’ultimo ventennio? Possibile che non si prenda atto che quelle politiche hanno accresciuto le disuguaglianze? Che a pagare i costi della crisi, il risanamento dei conti pubblici e a suo tempo l’ingresso in Europa, sono sempre gli stessi?

Non bisogna poi dimenticare che i lavoratori hanno iniziato ad impoverirsi  dall’inizio degli anni ’90, anni ruggenti come li ha definiti Joseph Stiglitz per il livello di crescita che andava aumentando esponenzialmente. Una crescita che però non ha creato occupazione, non ha ridotto la povertà, migliorato lo stato sociale, la sanità, l’istruzione, preservato i beni pubblici; ad aumentare sono stati soltanto i profitti e i patrimoni di pochi eletti. Eppure, si continua a ragionare come se non fosse cambiato nulla, come se i salari fossero ancora indicizzati dalla scala mobile, se si andasse in pensione dopo 35 anni di lavoro, se le assunzioni venissero fatte con i contratti a tempo indeterminato e per quelli a termine fosse necessaria una causale precisa, come se le aziende per assumere dovessero farlo attraverso l’ufficio di collocamento prendendo il primo in lista, come se la sanità e l’istruzione fossero tutte a carico dello stato.

Dunque, c’è da chiedersi perché il sindacato portatore di interessi particolari dovrebbe essere l’unico soggetto ad occuparsi dell’interesse generale attraverso una politica di sacrifici per riconquistare la fiducia dei mercati. O si vuol far credere che i mercati agiscano nell’interesse generale, dimenticando che sono costituiti da attori che speculano per i propri interessi o quelli di altri cercando di ottenere il più alto profitto? Sarebbe questo il concetto di equità a cui ispirarsi? Ci si dovrebbe rendere conto che i “sacrifici” per molti equivalgono a scivolare verso la povertà, come le statistiche dimostrano. La manovra finanziaria varata da Monti non porta da nessuna parte, ancora una volta si tratta di un trasferimento enorme di ricchezza dai ceti più poveri a quelli più ricchi. Il meccanismo è semplice quanto odioso: si specula, lo spread si alza, si tagliano diritti, salari, spesa pubblica, stato sociale; mai che si tagli la ricchezza. È diventato insopportabile. E la crescita, se mai ci sarà, ma anche qui bisognerebbe aprire una discussione ampia, non darà risposte ai problemi della disoccupazione, della povertà, dell’esclusione sociale.

Il tema di cui ci si dovrebbe occupare è la redistribuzione: del lavoro e della ricchezza. Alla competitività, che equivale a sfruttamento, si dovrebbe preferire la cooperazione. Bisognerebbe affrontare le sfide che abbiamo di fronte coniugandole con il concetto di comunità, con cui sostituire il termine vago e ambiguo di interesse generale. La politica deve rispondere ai bisogni dei cittadini, non ai mercati, deve occuparsi dei più deboli e limitare il potere dei più forti. Se il riferimento diventa la comunità forse è più facile scegliere politiche inclusive, ciò che è comune unisce. Ma non credo siano questi i valori a cui il premier faccia riferimento.

A. S.

Qui , sul sito SINDACALMENTE, potete leggere gli articoli di Scalfari e Camusso: http://www.sindacalmente.org/content/scalfari-lama-camusso-la-scelta-delleur-sindacato-italiano-1212





La solitudine degli operai (intro)

4 02 2012

Impressiona il silenzio che si è venuto a creare intorno alla condizione operaia: rispetto al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e rispetto alla continua e palese violazione dei diritti, da quelli minimi a quelli costituzionali.

Sconvolge l’arroganza e la supponenza cieca e sorda dei molti, che inadeguati nell’affrontare la crisi, incapaci di un’analisi che non sia meramente ideologica ripropongono ricette vecchie di trent’anni inutili e dannose, come la storia seppur recente ci insegna; tuttavia, codesti Signori Professori, continuano, perseverando, con non poco sadismo, a ritenere responsabili dei mali del mondo gli umili operai, e contro questi ultimi, concentrano le loro malsane attenzioni, appellandosi pomposamente all’interesse generale, anche se, questo interesse generale coincide casualmente con l’interesse dei ricchi e dei potenti. Forti di un unico pensiero gli  Esperti del Governo, appellandosi tecnici, dunque neutrali, a essere di parte si sa sono sempre altri, infliggono alla classe operaia le moderne teorie del progresso, che si fondano sulla cancellazione dei diritti affinché i privilegi possano prosperare.

Così, secondo queste moderne teorie, l’operaio deve essere flessibile, precario, licenziabile; l’operaio deve costare poco, non deve ammalarsi che altrimenti peserebbe sulla collettività, deve lavorare a lungo, tanto, ma soprattutto non deve protestare. All’operaio deve bastare il lavoro, che per il resto ci pensa il padrone. L’operaio è chiamato al sacrificio dalle alte cariche dello Stato, l’operaio deve immolarsi per la patria, la BCE, l’FMI, i Bot, lo Spread, il Pil e chissà quali altre diavolerie moderne.

Agli operai hanno sempre chiesto tutto, a nessuno però importa di come viva un operaio, come vivano le loro famiglie, a nessuno interessa cosa pensa un operaio, cosa sogna, cosa desidera un operaio: LA SOLITUDINE DEGLI OPERAI è tutta qui.

A. S.