Intorno al Bric Castelvelli – Sentiero 701

7 04 2013

Vigneti - Santuario di Crea

Abbiamo deciso di trascorrere una domenica di Pasqua diversa. Approfittando dell’unica giornata di sole del weekend, invece di mettere le gambe sotto il tavolo per il consueto pranzo tradizionale, ci siamo caricati lo zaino in spalla e con il cane Siria abbiamo raggiunto il Monferrato per un trekking di circa 3 ore. Mancavamo da diverso tempo, l’ultima volta per salutare un amico in partenza per l’Oriente.

È sempre piacevole tornare da queste parti, le colline basse solcate dalle vigne, i campi rettangolari, infondono al paesaggio un’atmosfera di serenità, alcuni scorci sono cartoline impressioniste. I borghi storici stanno tutti in alto sulla cima delle colline, in basso si trovano soltanto gli abitati di recente costruzione. Basta salire e il panorama si apre immenso, lo sguardo spazia libero sino ad incontrare la catena della Alpi.

Per me ritornare nel Monferrato, al Munfrà, vuol dire immergersi nei ricordi, ritornare indietro nel tempo, nel periodo dell’infanzia spensierata e della prima giovinezza. Mio padre appassionato vignaiuolo mi fece conoscere queste terre. Lo accompagnavo nei suoi giri alla ricerca di memorabili barbera e grignolini. Si pranzava a Moncalvo, uno dei suoi luoghi preferiti, al ristorante Centrale, allora situato nella piazza principale del paese; infine nel pomeriggio si scendeva ad Alba per comprare le barbatelle di vite. C’era sempre una pianta da sostituire e qualche volta una nuova vigna da impiantare.

il cane SiriaDi queste colline sono piene le pagine di Cesare Pavese: “un mondo, fatto di luoghi successivi, chine e piani, seminati di vigne, di campi, di selve”. Lui langhigiano di Santo Stefano Belbo dopo l’8 settembre ’43 si trasferì, sfollato, a Serralunga di Crea a casa della sorella. Vi restò due anni fino alla Liberazione insegnando a Casale sotto il falso nome di Carlo Deambrogio. “Si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”.

Il percorso                                                                                                        

L’itinerario proposto è un percorso ad anello tra le colline di Serralunga di Crea e Ponzano Monferrato con partenza e ritorno al santuario di Crea. Il cammino non presenta difficoltà, il dislivello è minimo, la lunghezza 10 km.

Si parte dal santuario della Madonna di Crea le cui origini risalgono probabilmente al 350 dopo Cristo. Per santificare il luogo S. Eusebio costruì un Oratorio in onore della Madonna e circa 10 anni dopo lo stesso santo avrebbe portato tre statue dall’Oriente. Di queste statue due si fermarono in Piemonte, una a Crea l’altra ad Oropa. Lo sviluppo di Crea fu favorito dai Signori del Monferrato, alla fine del ‘400 dalla dinastia dei Paleologi, successivamente dalla famiglia dei Gonzaga.

Prima di iniziare il percorso tra le colline vale la pena  di visitare le cappelle della “salita al Calvario” per ammirare le opere dello scultore fiammingo Jean de Wespin detto il Tabachetti e il pittore Guglielmo Caccia detto il Moncalvo. Si sale sino alla cappella del Paradiso, l’unica con accesso a pagamento, per poi ridiscendere alla cappella VIII dove sulla destra troviamo il segnavia bianco-rosso del CAI che ci indica l’imbocco del sentiero.

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Si scende tra il bosco e seguendo i segnavia si raggiungono le prime case della frazione di Forneglio, si prosegue seguendo l’unica via e arrivati alla chiesetta si prende a sinistra la vecchia strada, che in 15 minuti attraverso frutteti, orti e qualche vigna ci porta a Serralunga di Crea.

Il borgo di Serralunga è caratterizzato dai resti della cinta muraria e dalla bella chiesa di San Sebastiano sulla cui facciata due meridiane curiosamente indicano l’ora, a sinistra l’hora Italica a destra l’ora di Francia. Si segue percorrendola tutta Via Roma e giunti alla fine del paese si sale lungo via Cascinotto dove ritroviamo i segnavia bianco-rossi del Cai. Lo sterrato ci conduce brevemente lungo un tratto boscoso, da qui si raggiunge il Bric (collina) Castelvelli alt. 417 m.

Chiesa di San Sebastiano, Serralunga di CreaIl sentiero gira tutto intorno alla collina, si cammina in un bel bosco di castagni e querce con numerosi cespugli di pungitopo e biancospino sino a sbucare in un largo prato erboso, che davanti a noi  offre una bella veduta del Sacro Monte di Crea. Tenendo la destra si segue il margine del prato per poi riprendere lo sterrato percorrendolo in leggera salita e poi ridiscendere tra le vigne. Siamo tra le prime cascine, di fronte vediamo la caratteristica torre del castello di Ponzano.

boschi e prati tra serralunga e ponzanoContinuando la discesa arriviamo in breve alla Cascina Zenevrea, la bella facciata e il parco ci fanno pensare ad una villa padronale, ci fermiamo per una breve sosta prima di riprendere il cammino che ci riporta al Santuario di Crea, quest’ultimo tratto purtroppo su strada asfaltata.

Terminiamo il nostro racconto con un brano tratto da La casa in collina di Cesare Pavese: “è bello girare la collina insieme al cane: mentre si cammina, lui fiuta e riconosce per noi le radici, le tane, le forre, le vite nascoste, e moltiplica in noi il piacere delle scoperte”.





Cartolina dall’Oriente

28 02 2013

Beilun 2Ningbo, Cina: 26.02.2013 ore 09:19 del mattino.

Mi reco in ufficio ed accendo il pc già sapendo quel che troverò. Nonostante
questa profonda consapevolezza resto per un’attimo sgomento prima di andare a
farmi un caffè forte e nero, anzi, due.
In ufficio c’è uno stanzino dove andiamo a fumare ed in questo stanzino una
finestra si affaccia sull’esterno della fabbrica.
Posso vedere la grande area industriale che si stende ai miei piedi le cui
strade alberate disegnano quartieri fatti di capannoni e dormitori.
Questa è la vera Cina contemporanea. Quella in cui milioni di persone vivono,
in luoghi come quello che sto osservando, ora dedicando la propria esistenza a
produrre beni che il resto del mondo consumerà e che anche loro stanno
iniziando a consumare. Non la Cina dei grattaceli luccicanti di Pudong o quella
della Grande Muraglia o degli Hu Tong, non quella delle risaie a terrazze o
delle praterie mongole.
Perchè la vera natura di una società si può trovare dove essa sta costruendo
il suo futuro, dove il brulicare della vita delle persone rende l’aria
elettrica.
Questo vizio di voler vedere a tutti i costi l’essenza delle cose nel passato
è il sintomo della decadenza della nostra società che ormai vede grandezza
solamente dietro di se e si rifiuta di costruire un futuro all’altezza del
proprio passato. Anzi, peggio, si rifiuta prima ancora di pensarlo un futuro.
Qui invece la voglia di futuro, magari non perfetto , magari non ottimale la
senti sulla pelle e la vedi nel riflesso degli occhi delle persone quando
guardano lontano, oltre l’orizzonte delle loro attuali possibilità.
La sigaretta si consuma velocemente mentre un’omino, all’interno di un grande
orto salvato dalla cementificazione, trasporta due secchi di acqua a tracolla
di un bastone di legno. Anch’esso partecipa al futuro del suo popolo pur
perpetrando un lavoro vecchio di millenni. Lo sta facendo ora, in mezzo ai
capannoni dove le scintille delle mole disegnano lame di luce belle come fuochi
artificiali e i secchi pieni di acqua sono latte di vernice vuote e non anfore
di terracotta. Ma non preoccupatevi, l’acqua la contengono comunque.
Questo omino, penso, saprà almeno che i leaders del suo paese stanno
cambiando?
Una nuova classe dirigente sta per sostituire quella vecchia in Cina.
Discontinuità con il passato ma continuità nella volontà di programmare il
futuro. Perchè qui, terribile per noi malati di democrazia, tutto viene deciso
prima, tutto viene programmato nei minimi dettagli. E poi anche realizzato per
davvero. Senza guardarsi alle spalle.
L’omino nel campo non ha mai votato nella sua vita e forse mai lo potrà fare.
Altri, senza il suo giudizio decidono anche del suo futuro.
In Italia invece milioni di persone si sono liberamente espresse facendo la
loro scelta.
Liberamente hanno deciso di rimandare ancora per un po’ il loro, il nostro
futuro.
La sigaretta è finita, rimane solo la cenere che si libra nell’aria fresca
verso il grande orto rinchiuso fra le fabbriche.
Anche il mio paese forse è finito e ne resta solo la cenere.

A.





Laghi di Prespa

11 08 2012

Verso oriente i luoghi di confine aprono porte che mostrano nuovi mondi. Sono luoghi che acquistano un fascino particolare, disvelano l’insolito, sono il crocevia di incontri e collisioni tra culture e civiltà diverse. Sono luoghi di contaminazione: l’atmosfera che si respira è unica, frutto di una vitalità e una durezza che non ha eguali in altre parti.

I laghi di Prespa, situati tra le montagne nel Nord della Grecia, in Macedonia, non fanno eccezione. Sul lago grande, il più profondo, si incontrano i confini della Grecia, dell’Albania e del Fyrom (ex Macedonia). Dall’epoca bizantina la regione è sempre stata teatro di dure battaglie. Nel XX secolo le guerre balcaniche del 1912-13, le due guerre mondiali e infine la guerra civile greca dal 1947 al 1949, furono la causa di un pesante fenomeno di emigrazione ed esilio forzato. Soltanto dalla metà degli anni ’70 la zona ha iniziato a ripopolarsi. Oggi, i laghi di Prespa sono diventati Parco Nazionale e grazie ai fondi dell’Unione Europea, sono interessati da programmi di investimento e sviluppo. L’intera “microregione” sta cercando di sviluppare progetti di turismo sostenibile e alternativo.

La bellezza e la tranquillità sono i caratteri distintivi del luogo. Un panorama incantevole vi accoglierà appena superato l’ultimo valico sulla strada proveniente da Kastoria; vi troverete di fronte le acque scintillanti dei due laghi separate da una stretta lingua di terra: sulla sinistra il Mikri Prespa, sulla destra il Megali Prespa.  Seguendo la strada in direzione est in pochi minuti si arriva ad Agios Germanos, il villaggio più grande, 230 abitanti, considerato la “capitale” della regione. In paese ci sono un paio di alberghi dove si può pernottare con un buon rapporto qualità/prezzo. Agios Germanos è una località piacevole dalle case in pietra e due minuscole chiese bizantine. Nella chiesa di Agios Athanasios si trovano dei dipinti di San Cristoforo in mezzo a una fila di santi, mentre nella parrocchiale di Agios Germanos dell’XI secolo è possibile vedere un notevole ciclo di affreschi raffiguranti agiografie e martirii. Nella chiesa è stata ritrovata un’iscrizione dello Zar bulgaro Samuele (regnò dal 987 al 1014), che fa riferimento alla tomba dei propri genitori.

Scendendo verso i laghi si supera la stretta striscia che li delimita e tenendo la direzione nord si arriva all’isolato villaggio di Psarades. Qui gli anziani parlano ancora nel vecchio dialetto macedone e raccontano che dall’altra parte del lago, in Albania, ci sono nove paesi, in alcuni vi risiedono comunità bulgare in altri macedoni. Psarades si trova sulle rive del Megali Prespa, sulla spiaggia erbosa ci sono delle piccole mucche al pascolo, una varietà nana che si è adattata al posto. Affittando una barca dai pescatori del villaggio potete recarvi a vedere le pitture rupestri lungo le ripide sponde del lago e tre eremi isolati che conservano ancora ricchi affreschi.

Spostandosi sul Mikri Prespa si può visitare la piccola ma splendida isola di Agios Ahillios. L’isola si può raggiungere dalla terraferma percorrendo un ponte galleggiante lungo circa 1 km. Una volta raggiunta l’isola seguendo le indicazioni un trekking ad anello ci porta alla basilica di Agios Ahillios e alle rovine di altre chiese in un percorso di indubbio fascino. Mentre camminate, ricordatevi che, nonostante oggi l’isola sia poco popolata, nel medioevo, nel X secolo, fu la capitale dello zar bulgaro Samuele ed ebbe un passato importante.

h.





Monemvasia e Yiannis Ritsos

22 02 2012

Nel continuo gioco dei rimandi si intrecciano ricordi, esperienze, luoghi, letture e cronaca. I pensieri mi riportano alla Grecia, paese di immensa e sconsolata bellezza. Assediata dalla violenza incivile dei nuovi barbari, edifica difese erigendo barricate di cultura e civiltà: resiste, lotta, si oppone, invoca libertà e giustizia, si appella alla sovranità del suo popolo. Da lontano, spettatori, osserviamo.

Una lettera di Mikis Theodarikis, famoso compositore greco, denuncia il complotto internazionale impegnato nel tentativo di cancellare materialmente il suo paese con la mancanza di lavoro e la miseria. È la cronaca. Il ricordo e la lettura prendono il nome di un poeta, Yiannis Ritsos, il suo paese natale Monemvasia il luogo e l’esperienza di un viaggio.

Agosto 2010: da Epidauro nel pieno del mondo classico ci precipitiamo lungo la costa orientale del Peloponneso a Monemvasia, nel Sud. Quattro ore di viaggio separano il mondo greco da quello bizantino e uniscono secoli di storia. La città-fortezza, unica e indomabile, bizantina e veneziana, ci accoglie all’imbrunire.

TRAMONTO SUL MARE
Piccola casa di pescatori sulla strada. Alla finestra
una tendina di cretonne a fiorami. I vasi di gerani
li avevano fuori, contro il muro. Dalla porta semiaperta
si vedevano le sedie, il tavolo, la lampada, la madia,
il crocifisso ricamato, i panieri, la brocca, il letto matrimoniale,
le stuoie di stracci multicolori. Sul divano, la donna grassa,
pesante, sudata, immobile, con gli occhi chiusi,
arrotolava un gomitolo – un grande gomitolo nero di lana –
un gesto cieco, secolare, indipendente. E fuori
c’era il mare, il tramonto dorato, molte rondini.
Yiannis Ritsos

“Moni-emvasis” ingresso unico. Dalla terraferma una strada rialzata porta all’imponente sperone roccioso piantato in mezzo al mare come un iceberg. È  l’unico accesso al borgo medievale. Superato il portone d’ingresso una piccola scalinata conduce a una terrazza, dove, sferzato dal vento si eleva il busto del poeta a scrutare l’orizzonte, tra il cielo, le acque, e l’infinito dei suoi versi.

Yiannis Ritsos fu un poeta rivoluzionario, lo fu per tutta la vita. Come dissero i suoi critici “la sua arte serviva il comunismo”. Partigiano, prigioniero in un campo di concentramento, conobbe Mikis Theodorakis: Yiannis mise le parole Theodorakis la musica.

Popolo
E’ un piccolo popolo ma combatte senza spade né pallottole
per il pane di tutta la gente la luce e il canto
Sotto la lingua trattiene i lamenti e gli evviva
e come si mette a cantarli si fendono le pietre
Yiannis Ritsos

Yiannis non ebbe mai dubbi, ci si deve schierare sempre dalla parte dei più deboli e nutrire la speranza di un futuro migliore per tutti. Rimarrà sempre fedele ai valori della libertà e della giustizia sociale esprimendoli nell’arte e nella vita. Nel 1967 durante il regime dei colonnelli ritorna in carcere, lo arrestano il giorno stesso del golpe, ma non si lascia piegare dalla sopraffazione, con ostinazione scrive e dipinge sui pacchetti di sigarette e sui ciottoli. Quelle poesie uscite dal carcere diventeranno una bellissima raccolta: Pietre Ripetizioni Sbarre.

Ritsos è considerato uno dei più grandi poeti del  900. Candidato più volte per il premio Nobel vinse invece il premio Lenin per la pace. Ne fu felice.

LE COSE ELEMENTARI
In modo maldestro, con ago grosso, con
filo grosso,
si attacca i bottoni della giacca. Parla da
solo:

Hai mangiato il tuo pane? Hai dormito
tranquillo?
Hai potuto parlare? Tendere la mano?
Ti sei ricordato di guardare dalla finestra?
Hai sorriso al bussare della porta?

Se la morte c’è sempre, è la seconda.
La libertà sempre è la prima.
Yiannis Ritsos

Dagli albori della storia le civiltà mediterranee si mischiano nel suo mare e si respingono. Monemvasia fu fondata dai Laconi che si rifugiarono in questa fortezza naturale per sfuggire agli invasori dell’epoca, gli Slavi; vi passarono poi i normanni, la conquistarono i franchi, i veneziani e i turchi, fu ceduta ai bizantini, la assediarono i pirati. Ritornò sempre sé stessa.

Camminiamo sui bastioni lungo le mura, scendiamo incalzati dal vento e rientriamo nel borgo, il piacere di esplorarlo non si esaurisce, percorriamo strade strette acciottolate che si aprono in ampi slarghi e piazze: Monemvasia offre scorci incantevoli, seduce e ammalia.

Sole e vento. Polvere. Un viaggiatore turco nel 1700 scrisse: in questa città troverete tutto ciò che desiderate, tranne l’acqua. Una scala tortuosa seguita da un sentiero ci porta nella città alta e alla fortezza. Sulla cima, l’unico edificio conservato è la Chiesa di Agia Sofia, arroccata su di uno sperone roccioso a picco sul mare. Tutto intorno solo rovine e il blu dell’acqua. E dell’aria.

 

“Eppure chissà
là dove qualcuno resiste senza speranza
è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo.”
Yiannis Ritsos

Per concludere ancora un aneddoto. Nei suoi lunghi periodi di detenzione Yiannis fu mandato nel campo di Makronisso, una struttura di stampo orwelliano, i detenuti venivano educati e persuasi a firmare il “pentimento”. Un giorno toccò a lui, lo chiamarono a firmare. Al ritornò racconto ai compagni: “Strada facendo mi sono fatto un esame di coscienza: hai fatto mai del male a qualcuno? No. Vuoi bene al mondo intero? Sì. Ami tanto la Grecia? Infinitamente. Vedete signori, queste cose un uomo le vive, non ha bisogno di metterci la firma. E me ne sono andato.”

h.

La lettera di Theodorakis la potete trovare qui:
http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/7756-lettera-aperta-di-mikis-theodorakis.html

Pietre Ripetizioni Sbarre è pubblicato da Crocetti Editore e lo potete trovare qui: http://www.crocettieditore.com/leky_vol_31-35.htm





Sant’Anna di Stazzema

13 11 2011

Le è stata dedicata una piazza di Sant’Anna di Stazzema. Sulla lapide è scritto “Anna Pardini, la più piccola dei tanti bambini che il 12 agosto 1944 la guerra ha qui strappato ai girotondi”. Era nata il 23 luglio di quell’anno. Aveva 20 giorni quando la mamma, Bruna Farnocchi Pardini, la prese in braccio per l’ultima volta. Gli assassini avevano obbligato una moltitudine dolente, terrorizzata a schierarsi davanti al muro di una casa. Di fronte avevano piazzato una mitragliatrice. Da servente al pezzo fungeva un traditore. Cominciò il crepitio. Bruna cadde a terra, insieme ad Anna. Non si rialzò più. La piccola, alla quale i colpi avevano tranciato le gambe, sopravvisse solo per poco più di una settimana, come la sorellina Maria.   Franco Giustolisi – L’armadio della vergogna

Il volto bestiale del nazi-fascismo si presentò agli abitanti di S. Anna di Stazzema il 12 agosto 1944. Un esercito straniero affiancato da traditori scatenò l’inferno trucidando la popolazione inerme. Fu una delle più gravi carneficine compiute sul nostro territorio, a S. Anna morirono 560 persone, tra cui donne vecchi e bambini. A distanza di 67 anni, il fascismo pulito e distinto dei mercati si riaffaccia in questi luoghi, la crisi si sa giustifica tutto, bisogna fare sacrifici ci ricordano i mantenuti: si cancelli, dunque, la memoria. La notizia è di quelle che fanno male, da lunedì il Museo di S. Anna di Stazzema chiuderà, a causa della decisione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di tagliare i fondi ad esso destinati. Vergognoso. Si cancella la memoria storica del paese. Si cancella il martirio delle vittime innocenti. Si cancellala Resistenza. Sicancella la dignità di un popolo, l’ideale di libertà. Lotte, battaglie, sofferenze, sacrifici di vite umane, l’impegno politico e civile di una moltitudine di uomini e donne che anelava un futuro migliore saranno confinati nell’oblio. La realtà assomiglia sempre di più ad un mondo orwelliano.

A Sant’Anna ci recammo nell’estate del 2010. Quell’anno decidemmo di trascorrere una breve vacanza nella Toscana meno frequentata delle Alpi Apuane, inseguendo suggestioni politiche: gli anarchici di Carrara; trasgressioni gastronomiche: il lardo di Colonnata; imprese sportive: i trekking tra le cave di marmo; evocazioni storiche. Nella nostra immaginazione l’importanza del viaggio si rappresentava nella visita a Stazzema. Ci salimmo un pomeriggio con le nuvole che appesantivano il cielo. Lungo il tragitto discutemmo dei danni causati dal revisionismo storico e dal negazionismo, che minimizza o nega gli orrendi crimini di cui si sono macchianti fascisti e nazisti in Italia.

Giunti a Sant’Anna la prima immagine fu il dipinto sul muro fatto dai ragazzi delle scuole medie, a riprodurre la celebre foto scattata nel giugno del ’44 ai bambini del paese. Festeggiavano con un girotondo la fine della scuola. Due mesi più tardi di quei bambini ritratti nella foto non sopravviverà nessuno. Dalla piazza Anna Pardini raggiungemmo il Museo Storico della Resistenza (quello che vogliono chiudere) ricavato nella struttura della vecchia scuola elementare. Fu inaugurato da Sandro Pertini nel 1982. Afianco dell’ingresso la lapide con l’ode di Calamandrei  a Kesserling Lo avrai / camerata Kesselring / il monumento che pretendi da noi italiani / ma con che pietra si costruirà / a deciderlo tocca a noi. / Non coi sassi affumicati / dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio / non colla terra dei cimiteri / dove i nostri compagni giovinetti / riposano in serenità…”.

Quel pomeriggio a Sant’Anna ci colpì il rigoroso silenzio osservato da tutti i visitatori, si parlava sottovoce, anche i bambini, alcuni impegnati nei loro giochi non facevano schiamazzi e non si trattava solo del rispetto che il luogo richiedeva, era la sacralità emanata da tutto il dolore che quella terra aveva provato e i suoi figli vissuto.

Salendo la Via Crucis, verso il colle dove è stato eretto il Monumento ai Caduti, commentammo la vigliaccheria che rese possibili quei fatti e il tentativo di nascondere e occultare sin da subito, giustificandola come azione di guerra, quell’immensa tragedia. Mutuandola dal linguaggio politico potremmo dire che la viltà fu trasversale.

Nel rapporto giornaliero del 13 agosto 1944 il comando della 14 armata tedesca scriveva che nelle operazioni contro le bande partigiane erano stati fatti saltare quattro depositi di munizioni, distrutto un centro di servizi informazioni, catturati 353 civili sospetti, trucidati 270 banditi e ridotto in cenere un punto d’appoggio delle bande. Il punto d’appoggio messo a fuoco era la chiesa e tra i banditi c’era una bambina di 20 giorni. Il resto del rapporto erano squallide menzogne.

Alcuni mesi più tardi nello schieramento opposto il brigadiere generale inglese del quarto corpo d’armata scrisse: “ è dubbio se questo massacro sia di competenza della Commissione dei crimini di guerra, poiché la maggioranza degli abitanti del villaggio ha svolto attività partigiana ed ha trasgredito un’ordinanza germanica”. Solidarietà ai macellai.

L’ultimo capitolo lo ha scritto il governo italiano nel 1948 seppellendo nell’Armadio della vergogna (si legga il libro molto ben documentato di Franco Giustolisi) tutti i fascicoli riguardanti quei crimini.

Ci siamo recati in visita in quei luoghi per non dimenticare, per raccoglierne la testimonianza e trasmetterla ad altri, ci siamo recati a Sant’Anna seguendo lo spirito e l’insegnamento di Piero Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani…”

Ora e sempre Resistenza.

h.

http://www.santannadistazzema.org/  http://www.beatedizioni.it/collane_dett.php?id_coll=22&id_lib=575   http://www.santannadistazzema.org/sezioni/LA%20MEMORIA/pagine.asp?idn=1380





Il Mani, Peloponneso (Greece part V)

7 08 2011

Il paesaggio cambia repentinamente, i colori assumono la tonalità grigia delle rocce. L’omogeneità cromatica è spezzata solo dal verde di tenaci arbusti. La macchia mediterranea è stata sostituita da una terra brulla, arida, di una bellezza selvaggia. Siamo nel Mani. All’apparenza una regione inospitale. Eccetto alcuni ulivi e qualche pianta di fico non ci sono coltivazioni, eppure il Mani esercita sul viaggiatore un fascino insolito.

 I Monti del Taigeto corrono di cima in cima sino all’estremità meridionale della penisola, digradando a mare danno origine a impervie scogliere. Ai piedi dei monti piccole insenature e gradevoli porticcioli, le poche spiagge che si trovano sono quasi tutte di ciottoli. I villaggi sono costruiti in alto con pochi accessi al mare. Spiccano le antiche abitazioni turrite, si capisce che erano fatte per difendersi, vere e proprie fortezze verticali con piccole finestre, quasi delle feritoie. Furono costruite a partire dal XVII secolo e la loro origine è dovuta alle ricorrenti lotte tra clan, violente faide interne che insanguinavano la regione, scaturite dalla contesa delle poche terre fertili disponibili.

La natura belligerante di questo popolo è da ricercarsi, forse, nelle sue radici. Gli abitanti del Mani si considerano i discendenti diretti degli spartani. Con la caduta di Sparta scelsero di rifugiarsi sulle montagne piuttosto che subire la dominazione straniera. Neppure i turchi, secoli più tardi, riuscirono a sottomettere i manioti. 

Il capoluogo, Aeropoli, deve il suo nome al dio della guerra, Ares. È un piccolo paese di circa 800 abitanti. Le sue strette viuzze, le chiese, la Torre di Mavromihalis e altre case turrite lo rendono un luogo piacevole. Da Aeropoli si può partire per il classico “giro del Mani”, andando verso Sud si incontrano caratteristici borghi, la bella Baia di Mezapos, sino a giungere a Geroliménas un tranquillo e pittoresco villaggio di pescatori. È il luogo ideale per godersi la bellezza del paesaggio, concedersi un aperitivo e poi cenare in una delle taverne lungo il porticciolo. Più a Sud si trova Vàthia, il più incantevole dei villaggi tradizionali manioti. Proseguendo  si raggiungono le spiagge sabbiose di Marmàri e infine Porto Kàgio situato in una bella baia a ferro di cavallo. Da qui con una bella passeggiata si raggiunge il promontorio di Capo Tenaro, menzionato per la prima volta da Omero nell’Iliade.

A Nord di Aeropoli si trova il paese di Kardamyli, uno tra i luoghi più suggestivi di tutta l’aerea. Situato tra le acque del Golfo Messenico  e i Monti del Taigeto Kardamyli deve la sua fama allo scrittore e viaggiatore inglese Patrick Leigh Fermor: “Era un borgo diverso da tutti quelli che avevo visto in Grecia. Le case, simili a castelletti di pietra dorata, con torrette a pepaiola di aspetto medioevale, erano sovrastate da una bella chiesa. I monti precipitavano fin quasi sul bordo dell’acqua, con qua e là, tra le case imbiancate a calce dei pescatori vicino al mare, grandi canneti fruscianti alti tre metri e tutti ondeggianti all’unisono al minimo soffio di vento”.

Fermor impara a conoscere la Grecia durante la seconda guerra mondiale, combattendo come maggiore dell’esercito inglese accanto ai partigiani anti-monarchici nella Grecia del Nord e poi a Creta; successivamente in uno dei suoi viaggi si innamorerà a tal punto della regione del Mani da decidere di trasferirsi a Kardamili.

La principale attività a Kardamili è l’escursionismo, nella zona si possono fare fantastici trekking.

Con questo post si chiude il viaggio in Grecia fatto nel 2010, le tappe del tour sono state le seguenti: Ancona – Igoumenitsa – Parga – Dodoni – Regione della Zagorohoria – Metsovo – Meteore – Delphi – Distomo – Corinto – Epidauros – Nafplio – Tirinto – Micene – Monemvasia – Regione del Mani – Mystras – Koroni – Methoni – Pylos – Tempio di Apollo Epicureo di Basse – Olimpia – Patrasso – Ancona.

Ci hanno accompagnato, straordinari compagni di viaggio:
Dario e Lia Del Corno – Nella terra del mito
Giovanni Mariotti – Creso
Anilda Ibrahimi – Rosso come una sposa
Petros Markaris – La lunga estate calda del commissario Charitos
Donatella Puliga, Silvia Panichi – In Grecia
Patrick Leigh Fermor – Mani. Viaggi nel Peloponneso

Qui la tappa precedente: https://anoipiace.wordpress.com/2011/05/22/mystras-greece-part-iv/

h.





Mystras (Greece part IV)

22 05 2011

Questa antica città bizantina situata nel cuore del Peloponneso meridionale, sui contrafforti del monte Taigeto, domina dall’alto del suo Kastro la pianura inferiore dove un tempo regnava incontrastata la città di Sparta. Da qui sono passati franchi, latini, turchi.

Mystras fu fondata nel 1249 da Guillaume de Villehardouin, un crociato capo dei Franchi. Riconquistata dai bizantini,  sotto l’imperatore Michele VIII Paleologo divenne capitale e sede del governo. Fu anche un importante centro di studi filosofici. Gemisto Pletone (1355-1452) vi fondò una Scuola filosofica tradizionalista, il cui insegnamento  si proponeva di riscoprire gli antichi scritti greci, prevalentemente Platone e Pitagora. In seguito all’occupazione turca molti intellettuali allievi di Pletone si trasferirono a Roma e Firenze dove diedero un contributo importante al Rinascimento italiano. Nel 1687 Mystras fu conquistata dai veneziani e la città conobbe un nuovo sviluppo, fino al declino definitivo nel 1715 ad opera dei turchi.

La visita alle rovine di Mystras è molto suggestiva, si trovano chiese, biblioteche, palazzi, affreschi, e si può godere di uno splendido panorama sulla pianura. La città è divisa in tre parti: la fortezza sulla sommità, la città alta e la città bassa. Per una visita completa del sito calcolate 4/6 ore, calzate scarpe da trekking e portatevi una buona scorta d’acqua, dopodichè avventuratevi nel dedalo di sentieri e rovine, immersi tra il paesaggio mediterraneo e la seduzione di secoli di storia e le varie civiltà che si sono alternate.

Tra i principali monumenti il Convento di Pantanassa del XIV secolo, ancora oggi abitato da monache. Nella chiesa sono presenti sotto la grande icona della Vergine piccole offerte votive in oro e argento. Molto bello il Monastero di Perìvleptos costruito nella roccia, famoso per la cupola altissima e pregevoli affreschi. La Cattedrale di Agios Dimitrios è composta da un complesso di edifici circondato da mura. All’interno si trovano la chiesa, situata in un bel cortile, e il piccolo museo in cui sono custoditi oggetti di uso quotidiano degli abitanti di Mystras.

Per il pernottamento scendete al paese omonimo, circa 1 km dalle rovine. Nella piazza c’è una taverna, si mangia bene e offrono monolocali a 50 euro a notte.

Qui trovate la tappa precedente: https://anoipiace.wordpress.com/2011/02/23/distomo-greece-part-iii-2/

h.