8 Marzo 2013 – Rosa Luxemburg (di Rina Gagliardi)

8 03 2013

rosa luxemburg

«Un’ebrea polacca/ che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi/ uccisa/ dagli oppressori tedeschi».

Questi versi didattici, scritti da Bertolt Brecht nel 1948, tracciano il profilo essenziale di Rosa Luxemburg: e quella morte «eroica», consumata nella rivoluzione tedesca del 1919, che ne ha consegnata la figura, ma soprattutto la sconfitta, alla storia del movimento operaio.

In questa storia Rosa compare, scompare, ritorna, senza alcun criterio rigoroso, a ritmi rapsodici. Nei primi anni ’20, il suo mito, la «Rosa rossa», è nitidissimo, e ottiene il rispetto di Lenin, che la definisce «un’aquila». Con la normalizzazione staliniana, cade nell’oblìo, sepolta dalle accuse di spontaneismo : e il «luxemburghismo» (un «ismo» tra i meno naturali, per un personaggio che combattè tutta la vita contro il dogmatismo e il dottrinarismo) acquistò la cupa dignità di un’eresia. Negli anni successivi, gli scritti ormai quasi clandestini di Rosa Luxemburg interessano piccoli gruppi e microesperienze «revisioniste» : come quella francese di “Socialisme ou Barbarie”. Fu il ’68 europeo (ma non solo) a riscoprire la memoria teorica di Rosa Luxemburg, la piccola «ebrea polacca» che esaltava i movimenti delle masse, e collocava la libertà, e la pietà, tra i valori fondativi della rivoluzione.

Rosa Luxemburg nasce a Zamosc, in Polonia, il 5 marzo 1871, in una famiglia relativamente aperta (liberal, diremmo oggi). Studia, con risultati brillanti, nel liceo femminile di Varsavia, dove entra in contatto con i circoli giovanili antirussi e il Proletariat, il partito socialista polacco, col quale collaborerà attivamente. Nel 1884 — a tredici anni — scrive un poemetto satirico contro il kaiser Guglielmo I, in visita nella capitale polacca: un primo atto di «indisciplina», che le viene perdonato a stento. Pochi anni dopo, nel 1890, si trasferisce a Zurigo, per studiare filosofia (ma anche scienze naturali e matematica): in questa capitale dell’emigrazione intellettuale e politica, maturano amicizie importanti (Plechanov, Zasulic, Warski) e il grande amore con un giovane ebreo lituano, Leo Jogisches.

La Luxemburg concentra il suo lavoro di questi anni alla questione polacca: fonda, nel 1893, la Sdkp, il partito socialdemocratico della Polonia, lavora alla rivista “Sprawa Robotncza” (Causa operaia), partecipa alle riunioni della II Internazionale. Soprattutto, si batte con forza contro la causa — fatta propria anche da Federico Engels — dell’indipendenza nazionale polacca: solo l’unità di tutte le classi subalterne soggette al dominio zarista, sostiene, può liberare gli operai polacchi, mentre l’ideologia nazionalista è organicamente «inquinata», e compromissoria. Sosterrà questa posizione per tutta la sua vita, anche in una bruciante polemica con Lenin e il suo Diritto delle nazioni all’autodeterminazione. In coerenza, del resto, con il rifiuto di ogni specificità (ebraica, femminile), da lei vissuto come una secca riduzione di orizzonti politici e ideali.

Un forte tratto «universalistico», e cosmopolita, del resto, accompagna la cultura marxiana di Rosa Luxemburg — che è cultura solida, nient’affatto ideologica, sostenuta da severi studi strutturali, dal gusto dell’indagine sociale, da una curiosità pressoché inesauribile. In quasi trent’anni di lavoro, produce perciò una sola opera organica — L’accumulazione del capitale, sul quale gravò da subito l’accusa di catastrofismo economico — e una miriade di saggi e articoli (la polemica contro

il riformismo di Bernstein, i conflitti con Lenin sulla concezione del partito e del Massenbewegung, il movimento di massa contropposto alla visione ultracentralistica del leader russo-giacobino, le analisi della rivoluzione bolscevica, le battaglie sul suffragio universale), che definiscono un pensiero politico ricco e coerente, anche se scarsamente sistematico. L’intellettuale Rosa Luxemburg, insieme, coltiva le sue passioni per le scienze — la botanica e la zoologia, le opere di Goethe e i grandi romanzieri russi, i lieder di Hugo Wolf, i quadri del Tiziano.

E’ a Berlino, dove si stabilisce nel 1898 e diventa cittadina tedesca grazie a un matrimonio bianco, che Rosa vive la sua maturità politica e intellettuale. Nella capitale della Germania, che è anche la capitale della socialdemocrazia, si lega di intensa amicizia a Karl e Luise Kautsky: quando, attorno al 1910, la rottura politica tra Rosa e il teorico della “Die neue Zeit” si farà insanabile, l’affetto si trasformerà in un odio selvaggio.

C’era totale unità di «personale e politico», in Rosa Luxemburg, una passione per la vita che — sono parole sue — «non ammetteva meschinità», non tollerava «nessuna bassezza». C’era anche un riserbo di sé quasi assoluto, una ricchezza che non si lasciava né conoscere davvero né penetrare, e che viveva come colpa, sofferenza, tensione, ogni momento di abbandono. E c’era soprattutto una ferrea istanza etica, la volontà che si adegua, senza mai cercare compromessi, alle indicazioni della ragione: quando nel 1919, scoppiano a Berlino i moti spartachisti, Rosa Luxemburg, che pure ne coglie lucidamente l’immaturità, resta a guidarli, sul campo. Non è un gesto estremo di sacrificio: è l’unica scelta possibile di un’esistenza che ha fatto della rivoluzione — dei reali processi rivoluzionari — l’unica meta per cui un’esistenza può spendersi bene. «Sono destinata, lo so, a morire sulle barricate… Ma nell’intimo appartengo più alle cinciallegre che non ai compagni». Bisogna, bruciare «come una candela, dalle due parti», dirà un’altra volta: solo dentro la storia, si esalta anche quella parte profonda di sé che vorrebbe fuggire, verso orizzonti pacificati e distaccati.

Ma in che cosa consiste, alla fine, la fascinazione luxemburghiana che colpisce quasi tutti coloro che si accostano a questa grande rivoluzionaria sconfitta? C’è la modernità del suo pensiero politico, certo: quella notwendigkeit (necessità) della rivoluzione che a torto è stata letta in chiave deterministica o meccanicistica, e che è, al contrario, una compiuta filosofia della contraddizione, e della non rassegnazione all’esistente. Ma c’è la speciale, difficile, forse irripetibile interezza del suo personaggio. «Bisogna abbattere un mondo, ma calpestare un verme per arbitrio è un delitto imperdonabile», scriverà Rosa nei giorni di fuoco della rivoluzione bolscevica, negli ultimi giorni della sua vita. A cui volle apporre come motto Ich war, ich bin, ich werde sein (Io ero, io sono, io sarò).

 

“il manifesto”, 18 maggio 1986

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Cartolina dall’Oriente

28 02 2013

Beilun 2Ningbo, Cina: 26.02.2013 ore 09:19 del mattino.

Mi reco in ufficio ed accendo il pc già sapendo quel che troverò. Nonostante
questa profonda consapevolezza resto per un’attimo sgomento prima di andare a
farmi un caffè forte e nero, anzi, due.
In ufficio c’è uno stanzino dove andiamo a fumare ed in questo stanzino una
finestra si affaccia sull’esterno della fabbrica.
Posso vedere la grande area industriale che si stende ai miei piedi le cui
strade alberate disegnano quartieri fatti di capannoni e dormitori.
Questa è la vera Cina contemporanea. Quella in cui milioni di persone vivono,
in luoghi come quello che sto osservando, ora dedicando la propria esistenza a
produrre beni che il resto del mondo consumerà e che anche loro stanno
iniziando a consumare. Non la Cina dei grattaceli luccicanti di Pudong o quella
della Grande Muraglia o degli Hu Tong, non quella delle risaie a terrazze o
delle praterie mongole.
Perchè la vera natura di una società si può trovare dove essa sta costruendo
il suo futuro, dove il brulicare della vita delle persone rende l’aria
elettrica.
Questo vizio di voler vedere a tutti i costi l’essenza delle cose nel passato
è il sintomo della decadenza della nostra società che ormai vede grandezza
solamente dietro di se e si rifiuta di costruire un futuro all’altezza del
proprio passato. Anzi, peggio, si rifiuta prima ancora di pensarlo un futuro.
Qui invece la voglia di futuro, magari non perfetto , magari non ottimale la
senti sulla pelle e la vedi nel riflesso degli occhi delle persone quando
guardano lontano, oltre l’orizzonte delle loro attuali possibilità.
La sigaretta si consuma velocemente mentre un’omino, all’interno di un grande
orto salvato dalla cementificazione, trasporta due secchi di acqua a tracolla
di un bastone di legno. Anch’esso partecipa al futuro del suo popolo pur
perpetrando un lavoro vecchio di millenni. Lo sta facendo ora, in mezzo ai
capannoni dove le scintille delle mole disegnano lame di luce belle come fuochi
artificiali e i secchi pieni di acqua sono latte di vernice vuote e non anfore
di terracotta. Ma non preoccupatevi, l’acqua la contengono comunque.
Questo omino, penso, saprà almeno che i leaders del suo paese stanno
cambiando?
Una nuova classe dirigente sta per sostituire quella vecchia in Cina.
Discontinuità con il passato ma continuità nella volontà di programmare il
futuro. Perchè qui, terribile per noi malati di democrazia, tutto viene deciso
prima, tutto viene programmato nei minimi dettagli. E poi anche realizzato per
davvero. Senza guardarsi alle spalle.
L’omino nel campo non ha mai votato nella sua vita e forse mai lo potrà fare.
Altri, senza il suo giudizio decidono anche del suo futuro.
In Italia invece milioni di persone si sono liberamente espresse facendo la
loro scelta.
Liberamente hanno deciso di rimandare ancora per un po’ il loro, il nostro
futuro.
La sigaretta è finita, rimane solo la cenere che si libra nell’aria fresca
verso il grande orto rinchiuso fra le fabbriche.
Anche il mio paese forse è finito e ne resta solo la cenere.

A.





Autodifesa di un rivoluzionario

17 02 2013

louis blanqui

Louis-Auguste Blanqui nacque a Nizza nel 1805 da famiglia benestante. Fu uno degli esponenti di spicco del socialismo utopistico, a questa causa dedicò la sua intera esistenza. Marx lo riteneva il più autorevole dirigente operaio del XIX secolo. Passò gran parte della sua vita in carcere, ben 33 anni. Nel 1832 arrestato per complotto contro la sicurezza dello Stato pronuncia davanti alla Corte d’Assise il suo primo grande discorso pubblico. A distanza di oltre 180 anni può stupire l’attualità di questo testo. Tratto da “Autodifesa di un rivoluzionario” pubblicato da manifestolibri.

Signori giurati,

io sono accusato d’aver detto a trenta milioni di francesi, proletari come me, che avevano diritto di vivere. Se si tratta di un delitto, mi sembra che, almeno, non dovrei risponderne se non a uomini che non fossero insieme giudici e parti in causa.

Ora, signori, notate bene che il pubblico ministero non s’è affatto rivolto al vostro spirito di equità e alla vostra ragione, ma alle vostre passioni e ai vostri interessi; non invoca il vostro rigore riferendosi a un atto contrario alla morale e alle leggi: non vuole che scatenare la vostra vendetta contro ciò ch’egli descrive come una minaccia per la vostra esistenza e le vostre proprietà. Non mi trovo dunque dinanzi a giudici, ma a nemici: sarebbe dunque del tutto inutile difendermi. E anche sono rassegnato a ogni pena che potrà colpirmi, ma tuttavia protesto con energia contro questa sostituzione della violenza alla giustizia e, per l’avvenire, m’impegno di cercare di restituire forza al diritto.

Nondimeno, se è mio dovere di proletario, privato di tutti i suoi diritti civili, di respingere quale illegittima la competenza di un tribunale, dove non siedono che dei privilegiati, che non sono affatto miei pari, io son convinto che il vostro spirito sia tanto elevato da svolgere dignitosamente il ruolo che l’onore vi impone in una circostanza, in cui in un modo o nell’altro vi si immolano avversari disarmati. Per ciò che ci riguarda, seguiamo una via già prestabilita: soltanto il ruolo di accusatore conviene agli oppressi.

Infatti, non si può pensare che individui, investiti con sorpresa e con frode del potere di un giorno, a loro piacere saranno in grado di trascinare i patrioti davanti alla loro giustizia e, mostrandoci la spada, di costringerci a invocare misericordia per il nostro patriottismo. Non crediate che noi veniamo qui per giustificare i delitti di cui ci incolpate! Anzi siamo onorati dell’imputazione e, da questo banco stesso di criminali, dove ci si deve considerare onorati di sedere oggi, leveremo le nostre accuse contro gli sciagurati che hanno rovinato e disonorato la Francia, in attesa che sia ristabilito l’ordine naturale nelle funzioni per cui sono costruiti i banchi opposti di questa sala, e che accusatori e accusati siano posti nelle loro posizioni reali. Quanto dirò, darà una spiegazione sul perché abbiamo scritto le frasi denunciate dai servitori del re, e perché ne scriveremo ancora.

Il pubblico ministero, per così dire, ha mostrato in prospettiva alla vostra immaginazione una rivolta degli schiavi, allo scopo di eccitare con la paura il vostro odio: «Vedete, – ha detto, – è la guerra dei poveri contro i ricchi: tutti coloro che possiedono hanno interesse a respingere l’invasione. Noi vi presentiamo i vostri nemici: colpiteli prima che essi non divengano più temibili».

Sì, signori, è la guerra tra i ricchi e i poveri: i ricchi l’hanno voluta così: infatti, sono gli aggressori. Soltanto, essi ritengono azione nefasta il fatto che i poveri oppongano resistenza; direbbero volentieri, parlando del popolo: «Questo animale è tanto feroce da difendersi, quando viene attaccato». L’intera filippica del sostituto procuratore generale può essere riassunta in questa frase.

Continuamente si denunciano i proletari quali ladri pronti a gettarsi sulla proprietà: perché? Perché si lamentano di essere schiacciati da imposte a profitto dei privilegiati. Per ciò che riguarda i privilegiati, che vivono con magnificenza del sudore del proletario, costoro sono dei possessori legittimi, minacciati di saccheggio da una plebaglia rapace. Non è la prima volta che i carnefici si danno arie da vittime. Chi sono dunque questi ladri degni di così grandi anatemi e supplizi? Trenta milioni di francesi, che pagano al fisco un miliardo e mezzo, una somma press’a poco uguale a quella dei privilegiati. E i possessori, che la società intera deve proteggere con la sua potenza, sono due o trecentomila oziosi, che divorano tranquillamente i miliardi pagati dai ladri. Mi par proprio che si tratti, in una forma nuova e fra avversari diversi, della guerra dei baroni feudali contro i mercanti, i quali venivano derubati dai primi lungo le grandi arterie di comunicazione.

In effetti, il governo attuale non ha altra base se non questa iniqua divisione dei carichi e dei benefici. La restaurazione l’ha costituito nel 1814, col consenso delle forze estere, allo scopo di arricchire un’infima minoranza colle spoglie della nazione. Centomila borghesi formano quanto viene definito, con amara ironia, l’elemento democratico. Che ne sarà, Dio santo!, degli altri elementi? […]

I meccanismi di questa macchina, collegati in un modo meraviglioso, raggiungono il povero in ogni momento della giornata, lo perseguitano nelle minime necessità della sua umile vita, si associano ad ogni suo più piccolo guadagno, al suo più miserabile godimento. E non è più sufficiente il mucchio d’argento che passa dalle tasche del proletario a quelle del ricco, attraverso gli abissi del fisco; somme ancora più cospicue sono riscosse dai privilegiati direttamente sulle masse, per mezzo delle leggi che reggono le transazioni industriali e commerciali, leggi di cui detti privilegiati posseggono l’esclusiva…

Louis Auguste Blanqui – Autodifesa di un rivoluzionario (manifestolibri)





Conversazione in Sicilia

10 02 2013

Elio VittoriniViviamo tempi stupidi. Vacui. Allo stesso tempo feroci e violenti. Stanchi osserviamo gli eventi da lontano. Cerchiamo una ragione ma la perdiamo subito, sovrastati dal chiacchiericcio di fondo. Ho bisogno di “senso”, un disperato bisogno di “senso”, anche se l’umore è quello mirabilmente descritto da Elio Vittorini nell’incipit di “Conversazione in Sicilia”.

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

Elio Vittorini – Conversazione in Sicilia





Parole di (José Saramago)

2 02 2013

Saramago2-199x300Fortunatamente, ci sono parole per tutto. Fortunatamente ne esistono alcune che non dimenticano di raccomandarci che chi dà deve dare con entrambe le mani perchè in nessuna delle due rimanga quel che dovrebbe appartenere ad altre.

Come la bontà non ha da vergognarsi di essere bontà, anche la giustizia non dovrà dimenticare di essere, innanzitutto, restituzione, restituzione di diritti. Tutti, a cominciare dal diritto elementare di vivere degnamente.

Se mi dicessero di disporre in ordine di precedenza la carità, la giustizia e la bontà, metterei al primo posto la bontà, al secondo la giustizia e al terzo la carità.

Perchè la bontà, da sola, già dispensa la giustizia e la carità, perchè la giustizia giusta già contiene in sé sufficiente carità.  La carità è ciò che resta quando non c’è bontà né giustizia.

José Saramago – Il Quaderno (Bollati Boringhieri)





Abitare l’utopia

1 02 2013

giuseppe di vittorio a piazza mancini

Il  luogo cui tendere è quello in cui ogni persona e ogni comunità conti e decida sulle condizioni di vita e di lavoro e nei rapporti con le istituzioni. […]

Abitare l’utopia è la condizione che va ricercata. Non per fuggire dal mondo reale della politica in atto. Al contrario perchè il solo modo di influire, di essere protagonista, è proporre e produrre una tensione, spendersi su una ipotesi, patrocinare un progetto. […]

Ci vuole un orizzonte, una grande idea, non un nuovo ordine prestabilito; un cambiamento che sia un movimento, una nuova fiducia in se stessi. Abitare l’utopia in una grande speranza che esige tensione e volontà ma non richiede sacrificio, propone piuttosto libera valorizzazione di sé e di ciascuno. Significa vivere entro la materialità, poichè è solo apparenza lo starne fuori, per usarne la forza come motore per la riforma. Significa assumere le novità del mondo, non rifiutarle come fanno i reazionari, non temerle come fanno i conservatori, per mettere in cammino un nuovo processo di libertà per tutti.

Sergio Garavini – Ripensare l’illusione: una prospettiva dalla fine del secolo (Rubbettino)





Memorie di un rivoluzionario

26 01 2013

victor sergeNel leggere questo brano di Victor Serge scritto settant’anni fa, viene da pensare che non abbiamo fatto molta strada, siamo sempre lì, afflitti dagli stessi problemi: immobili su cumuli di macerie.

LA SCONFITTA DELL’OCCIDENTE. I nuovi metodi totalitari di dominio sullo spirito delle masse riprendono i procedimenti della grande pubblicità commerciale aggiungendovi, su un fondo di irrazionalismo, una violenza forsennata. La sfida all’intelligenza umilia quest’ultima e ne prefigura la disfatta. […] il buon successo di simili tecniche è possibile soltanto in epoche torbide e a condizione che le minoranze coraggiose, che incarnano il senso critico, siano bene imbavagliate o ridotte all’impotenza dalla ragion di Stato o dalla mancanza di risorse materiali. […] Il totalitarismo non ha nemico più pericoloso del senso critico; si accanisce a sterminarlo.

[…] Ho tenuto testa a degli assilitori in riunioni pubbliche. Gli offrivo di rispondere a tutte le loro domande. Raffiche di ingiurie, lanciate all’impazzata, si sforzavano di coprire la mia voce. I miei libri, strettamente documentati, scritti con la sola passione della verità, sono stati tradotti in Polonia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, nel Cile, in Spagna. Mai, in nessun luogo, ne hanno contestato una sola riga, mai un argomento si è loro opposto. Null’altro che l’ingiuria, la denuncia e la minaccia.

[…] Vivevamo in un vicolo cieco e soffocante. Mi sembra che da anni la Francia – e forse tutto l’Occidente – fosse dominata dal sentimento che “così non poteva andare avanti”. Con Henry Poulaille avevamo adottato, per un settimanale morto prima di nascere, questo titolo “Les derniers jours”… Che cosa non poteva andare avanti? Tutto. Le frontiere, Danzica, i fascismi, i parlamenti impotenti, quella letteratura e quella stampa marce, quel movimento operaio sfibrato, quella quantità di iniquità e assurdità. Niente disfattismo, beninteso. Contro il nazismo e persino per una III Repubblica decisa a sopravvivere, tutti i rivoluzionari, come tutto il popolo francese, si sarebbero battuti coraggiosamente, se fosse stato possibile. Ma non si può difendere una società che non è viva, e lo stato di decomposizione di questa era già troppo avanzato. Nessuno credeva più in nulla, perchè in realtà nulla vi era più possibile: nè rivoluzione, con quella classe operaia ben nutrita di camembert fresco, di vini piacevoli e di vecchie idee diventate parole – e completamente circondata del resto tra il Reich nazista, l’Italia fascista, la Spagna franchista, la Gran Bretagna insulare e conservatrice.

Victor Serge – Memorie di un rivoluzionario (Edizioni E/O)