Marzo ’43, la spallata operaia al fascismo.

1 04 2013

1943-ScioperoNel mese di marzo di settant’anni fa, nell’Italia sconvolta dalla guerra, decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

di Claudio Dellavalle

Nel mese di marzo di settant’anni fa nell’Italia sconvolta dalla guerra si produsse un fatto inaspettato, che rappresentò la prima vera crepa della dittatura fascista e l’inizio del lungo e drammatico percorso di riconquista della democrazia e della libertà. Decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

La protesta operaia prese avvio il 5 marzo a Torino, si allargò nei giorni successivi in città e nei centri vicini, passò nelle fabbriche di altre aree piemontesi; dopo la metà di marzo si estese alle fabbriche di Milano, di Sesto S. Giovanni e del circondario milanese, ad altre province lombarde, toccò alcune fabbriche in Emilia e arrivò fino a Porto Marghera, esaurendosi alla metà di aprile. In quaranta giorni più di 200mila operai, secondo le valutazioni fasciste, avevano incrociato le braccia nonostante le minacce, gli arresti e il silenzio stampa imposto dal regime.

Lo sciopero ebbe una notevole risonanza anche sul piano internazionale. In effetti si configurava come un atto di ribellione, un atto politico, perché per la legge fascista non solo l’interruzione del lavoro era illegale e dunque vietata e punita, ma in tempo di guerra era considerata un atto eversivo, un tradimento della nazione fascista in armi.

Che cosa aveva portato migliaia di operai e operaie ad una prova così rischiosa e piena di incognite? Il terzo anno di guerra aveva impietosamente rivelato i limiti dell’Italia coinvolta in uno scontro insostenibile. Per la verità già dopo il primo anno di guerra l’Italia fascista si era rivelata per quello che era: un paese dallo sviluppo industriale limitato, condotto da una scelta politica irresponsabile a misurarsi in un’impresa superiore alle sue forze. Il regime, anziché prendere atto dell’inferiorità presto evidente, aveva moltiplicato le occasioni di coinvolgimento fino all’ultima disastrosa avventura a fianco di Hitler nella guerra all’Unione sovietica di Stalin.

La distanza tra la visione eroica della nazione in guerra offerta dal fascismo e la dura realtà delle sconfitte si era fatta troppo grande per essere colmata dalla propaganda. Inoltre dall’autunno 1942 la guerra, fino a quel punto lontana, irrompe nella vita degli italiani sottoposti alla minaccia continua dei bombardamenti alleati e al rischio delle distruzioni e della morte. Ne deriva una condizione di insicurezza e precarietà che sconvolge le relazioni della vita quotidiana: centinaia di migliaia di persone, di ogni ceto sociale, con lo sfollamento dai centri urbani cercano di sottrarsi ad una minaccia che può colpire in ogni momento e rispetto alla quale le difese preparate dal regime si sono rivelate inconsistenti.

In questo quadro in rapido deterioramento e privo di sbocchi si colloca la specifica condizione di migliaia di operai e operaie. Mentre le fabbriche sono diventate obiettivi di guerra, le loro condizioni vita e di lavoro si sono deteriorate: da un lato orari prolungati con ritmi stressanti, dall’altro le riduzioni delle razioni alimentari e l’aumento dei prezzi mentre i salari sono bloccati. Il ricorso al mercato nero per un verso diventa una necessità ma per un altro resta un miraggio perché i prezzi rendono inavvicinabili gran parte dei beni: anche cibi popolari come pane e pasta si riducono in quantità e peggiorano in qualità.

Le famiglie operaie che non possono sfollare sono costrette a una vita sospesa tra la minaccia che viene dal cielo e le difficoltà della vita in città. Chi invece ha sfollato la famiglia in campagna deve sottoporsi al disagio di trasporti sconvolti dalle incursioni aeree, e dagli orari incerti. Le condizioni interne ed esterne alla fabbrica arrivano presto ad un punto di rottura proprio in quello che il regime considerava la colonna portante del “fronte interno”.

In effetti il sistema industriale nel corso dei primi due anni di guerra era cresciuto assorbendo manodopera. Accanto agli operai specializzati era lievitato il numero degli occupati nelle produzioni standardizzate dell’industria bellica: operai poco qualificati, giovani, donne. Le distanze contrattuali tra questi vari settori del mondo del lavoro erano notevoli, ma dal 1942 l’inflazione e la scarsità di beni avevano attenuato rapidamente le differenze tra categoria e categoria. Diventava urgente trovare il modo di difendere le esigenze minime di vita di tutti. Anche gli operai di alta qualifica, che avevano un notevole potere contrattuale, diventavano disponibili a rivendicazioni egualitarie perché, come si diceva in fabbrica, “tutti hanno la bocca sotto il naso”.

Il disagio operaio si manifesta per vari segni tra la fine del 1942 e l’inizio del nuovo anno. Sia il sindacato fascista sia le componenti dell’antifascismo avvertono una situazione nuova nelle fabbriche. L’antifascismo ha subito fra gli anni trenta e l’inizio della guerra pesanti colpi dalla repressione della polizia politica fascista. Nelle fabbriche solo i comunisti hanno mantenuto una qualche debole presenza. Ma le difficoltà della guerra aprono nuovi spazi di intervento.

Dall’estate 1941 Umberto Massola, su mandato della direzione del Pci, riesce a entrare in Italia e a ritessere la rete dei collegamenti tra i militanti soprattutto nelle fabbriche di Torino, Milano e Genova. Questo “velo” organizzativo riesce a produrre e a far circolare clandestinamente la stampa di partito, che batte sui temi della guerra ormai persa e delle condizioni di vita e di lavoro degli operai.

Alla fine del 1942 e nei primi mesi del 1943 si verificano in diverse fabbriche alcune proteste spontanee di breve durata. Sono i segni di quello che è stato definito l’antifascismo “esistenziale”, frutto delle difficoltà di vita dei ceti popolari: in fabbrica esso trova le condizioni per incontrarsi con l’antifascismo “storico” di militanti motivati da scelte ideologiche e politiche.

Le proteste spontanee spingono Massola e il gruppo torinese a lui collegato a tentare un’iniziativa di protesta basata su rivendicazioni comuni: 192 ore di salario (erano state promesse agli sfollati e rivendicate per tutti), e un’indennità di guerra. Una protesta dunque di tipo economico, ma che avrebbe assunto, se estesa a più fabbriche, un significato politico, come atto ostile al regime e quindi avrebbe provocato reazioni repressive.

Per ridurre i rischi i militanti di fabbrica suggeriscono di incrociare le braccia sul posto di lavoro evitando manifestazioni esterne che sarebbero state represse con la forza. Si cerca il coinvolgimento della fabbrica più importante sul piano nazionale, la Fiat Mirafiori, che occupava allora 15mila operai e che per la presenza di militanti più esperti poteva fare da esempio trainante per tutti. In realtà le cose andarono in modo diverso: un primo tentativo fallisce e viene ripetuto venerdì 5 marzo, alle ore 10 all’officina 19 delle ausiliarie di Mirafiori.

La protesta ha breve durata e non si estende alla massa degli operai; lo sciopero riesce invece in modo significativo in due fabbriche di medie dimensioni, dove è forte la presenza di operai specializzati. Lunedì 8 marzo scioperano otto fabbriche; il giorno seguente altre ne seguono l’esempio e finalmente dal giorno 11 tutte le maggiori aziende torinesi, compresa Mirafiori, si fermano. Le forme e la durata della protesta sono molto diverse a seconda delle reazioni che le direzioni aziendali, il sindacato, il partito fascista o l’apparato di polizia mettono in atto. Per cui si va da interruzioni brevi, a volte ripetute, a blocchi prolungati dell’attività secondo una logica difficile da individuare: in alcune situazioni le indicazioni dei militanti comunisti sono determinanti; in altre la protesta procede secondo spinte del tutto autonome. L’apporto dei comunisti risulta però decisivo nel far circolare le notizie sullo sciopero e dare un minimo di coordinamento alle richieste.

Così dopo la metà di marzo lo sciopero si estende da Torino e dal Piemonte a Milano e in Lombardia. L’Unità del 15 marzo, diffusa nelle fabbriche milanesi, riporta la cronaca degli scioperi di Torino, le rivendicazioni avanzate e l’invito a scioperare. L’effetto imitazione funziona e lo sciopero anche qui si estende, malgrado sindacato e partito fascista, direzioni aziendali e apparato repressivo siano informati degli sviluppi della protesta. Dove le comunicazioni con i comunisti delle fabbriche non funzionano per difficoltà interne, come avviene a Genova, la protesta non decolla. Nell’insieme gli scioperi possono essere descritti come un’onda anomala, imprevedibile, con comportamenti operai differenti da situazione a situazione: le strutture del regime sono disorientate, incerte tra repressione e qualche concessione.

Un bilancio quantitativo degli scioperi non è facile, tuttavia la cifra di 200mila scioperanti indicata dal sindacato fascista è un riferimento accettabile. Una minoranza, come dirà il Duce di fronte al direttorio del partito fascista per sminuire la portata degli scioperi, e tuttavia una minoranza che coinvolge quasi tutte le maggiori fabbriche italiane impegnate nella produzione bellica. D’altra parte la profonda irritazione di Mussolini nei confronti del sindacato, del partito, delle strutture repressive, cioè di tutto l’apparato del regime rivelatosi inadeguato rispetto alla novità degli scioperi, stava a significare che le agitazioni operaie avevano colpito nel segno.

A complicare le cose c’era il fatto che in molte realtà anche operai considerati filofascisti o iscritti al fascio avevano partecipato alla protesta. Ulteriore elemento, per altro sottovalutato, era stata la presenza massiccia nelle proteste di molte donne, in alcune situazioni le più determinate nello scontro con le direzioni e i sindacati fascisti. Molte di esse vengono denunciate. Dunque la protesta operaia rese palese ciò che molti pensavano ma non osavano dire, e cioè che la crisi da militare si stava trasformando in crisi sociale. Da qui il carattere politico degli scioperi del marzo 1943, che da questo punto di vista assumono una valenza cruciale, segnando un punto di non ritorno nella parabola discendente del fascismo.

Questo dato è ovviamente sottolineato dai comunisti, che hanno lavorato per avviare la protesta, accompagnarla e diffonderla. Ma vale anche per le altre componenti dell’antifascismo politico, stimolate a mettersi in gioco. D’ora in poi i comunisti, per comune riconoscimento, potranno legittimamente assumere un ruolo primario di rappresentanza delle forze del lavoro e questo susciterà l’emulazione delle altre componenti. Già nel corso degli scioperi, ad esempio, è significativo lo sforzo compiuto dagli azionisti torinesi nel dare rilievo alle agitazioni, e prezioso si rivelerà il loro apporto per far conoscere sul piano internazionale la protesta degli operai italiani, che susciterà attenzioni preoccupate anche nei circoli conservatori e vicini alla monarchia.

D’altra parte la cifra prevalente delle agitazioni non è quella di una sola componente politica ma di un soggetto sociale aperto alle proposte della politica. Più in generale, nel considerare l’insieme della prova sostenuta dagli operai nel marzo 1943, si può affermare che proprio l’intreccio di azione politica e di iniziativa spontanea che aveva alimentato gli scioperi costituì l’avvio di una fase nuova nella storia del paese. E in essa il manifestarsi di un protagonismo del mondo del lavoro destinato a durare in contesti completamente diversi.

Nei due difficilissimi anni che seguirono l’iniziativa operaia avrà modo di manifestarsi con una intensità ed efficacia di gran lunga superiore all’apporto di altre componenti sociali. Da questo punto di vista gli scioperi del marzo 1943 possono essere considerati il primo passo per una nuova Italia, dove le forze del lavoro avranno piena legittimazione e un ruolo centrale nel percorso di avvicinamento alla scelta democratica.

* Presidente Istituto piemontese per la storia della Resistenza

tratto dal sito www.rassegna.it

 





W il 1° Maggio

30 04 2012

Abbiamo il dovere di difendere le libertà democratiche e i diritti sindacali che sono legati alla questione del pane e del lavoro; abbiamo il dovere di difendere i diritti democratici dei cittadini e dei lavoratori italiani, anche all’interno delle fabbriche. In realtà oggi i lavoratori cessano di essere cittadini della Repubblica Italiana quando entrano nella fabbrica. Anche studiosi, prima ancora che noi annunciassimo la nostra iniziativa per la presentazione di uno “Statuto per la difesa dei diritti, della libertà e della dignità del lavoratore nell’azienda”, hanno riconosciuto questa esigenza, che però gli industriali non vogliono riconoscere. Quando al Congresso dei Chimici io annunciai l’idea di proporre lo Statuto, qualche giornale degli industriali scrisse: “Ma Di Vittorio dimentica che le aziende appartengono ai padroni e che coloro che vi entrano debbono ubbidire ai padroni”.

E’ una risposta, questa, che rivela proprio una mentalità feudale, che rivela come i lavoratori siano considerati dai padroni come loro proprietà, come se fossero degli attrezzi qualsiasi. I padroni non considerano il lavoratore un uomo, lo considerano una macchina, un automa. Ma il lavoratore non è un attrezzo qualsiasi, non si affitta, non si vende. Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone. […]

Tutta l’esperienza storica, non soltanto nostra, dimostra che la democrazia, se c’è nella fabbrica, c’è anche nel Paese, e se la democrazia è uccisa nella fabbrica, essa non può sopravvivere nel Paese. […] Noi, perciò, sottoponiamo all’approvazione del Congresso [III Congresso CGIL, Napoli] il testo di uno “Statuto per la difesa dei diritti, della libertà e della dignità del lavoratore nell’azienda” che proporremo alle altre organizzazioni sindacali.
Giuseppe Di Vittorio – L’idea di uno statuto dei diritti dei lavoratori (1952)

E per festeggiare il 1° Maggio una canzone di Sandra Boninelli, intitolata semplicemente CGIL: il nostro segno rosso dentro il cuore. Il nostro sogno rosso che non muore.

 

 

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

W il 1° Maggio, W i Lavoratori.

 

 





La solitudine degli operai (I parte)

11 02 2012

Ammesso che esistano differenze tra il governo Monti e il governo Berlusconi, sicuramente non ce ne sono per quanto riguarda le politiche economiche e sociali, in particolare sulle materie riguardanti il lavoro. Trovo, invece, nelle scelte dell’attuale Governo, una continuità preoccupante con il precedente, a cui peraltro sulle materie citate sono state impresse brusche accelerazioni, giustificate dall’emergenza e dalla crisi. Monti sta raggiungendo obiettivi che Berlusconi ha perseguito per almeno un decennio senza mai centrarli: pensioni, art. 18 e flessibilità in uscita, mercato del lavoro e ammortizzatori sociali.

A cambiare è solo l’orientamento dell’opinione pubblica da parte di alcuni quotidiani nazionali e dei loro autorevoli opinionisti, nonché di quei partiti, che facevano, giustamente, opposizione a Berlusconi e oggi sostengono acriticamente Monti. Sembra che in Italia l’unica opposizione possibile sia in chiave anti-berlusconiana, quando piuttosto dovrebbe essere costruita su temi sociali, economici e culturali.

Data la situazione e lo schieramento di forze in campo, chi si trova a sostenere le ragioni e gli interessi legittimi dei più deboli, viene trattato con sufficienza quando va bene, altrimenti viene etichettato come disfattista, populista, massimalista, nel peggiore dei casi un estremista. Si passa, insomma, alla de-legittimazione. Sostenere le ragioni degli operai in questo contesto è complicato, ne è un esempio concreto la recente polemica tra Eugenio Scalfari e Susanna Camusso e, se volete, è anche la rappresentazione della SOLITUDINE DEGLI OPERAI.

Dalle colonne di Repubblica, Scalfari cita strumentalmente una lunga intervista del ‘78 a Luciano Lama tralasciandone oltretutto alcune parti importanti su profitti e accumulazione del capitale, per invitare la Cgil e gli altri sindacati a tenere una linea di moderazione e nell’interesse comune ad accettare la sfida delle “riforme” proposte dal governo Monti; segue una replica molto ben argomentata e articolata della Camusso a cui Scalfari risponde seccato con una serie di luoghi comuni tipici del pensiero unico.

Il Professor Scalfari, quasi indispettito dal fatto che un sindacato tuteli gli interessi di chi rappresenta, sale in cattedra con l’intento di impartire una severa e sonora lezione alla segretaria della Cgil, rea di non aver capito la situazione in cui ci troviamo, sostenendo addirittura di non aver trovato nella risposta della Camusso l’intelligenza politica mostrata in altre circostanze. La presunzione e l’arroganza di questa affermazione sta nel fatto che un pensiero economico, politico, ideologico, legittimamente rappresentato, diventa e si trasforma in verità assoluta, dogma religioso, che per caratteristiche esclude qualsiasi altra visione e alternativa. D’altra parte quando ci si appella ai “sacrifici” vi è un chiaro riferimento ai temi religiosi; già, perché Scalfari vede (e lo scrive) il sindacato protagonista unicamente attraverso una politica di sacrifici, dunque senza una reale autonomia.

Ma il punto è capire dove siamo e dove stiamo andando, non si può liquidare la questione dicendo che la precarietà e la disoccupazione sono effetti della crisi, prendere atto che il mondo è cambiato e accettare il cambiamento come fatto inoppugnabile, senza interrogarsi su quali siano stati gli attori che hanno provocato la crisi, che dal mio modesto punto di vista prosegue ininterrotta ormai dal 2001. La crisi che stiamo vivendo è stata provocata da precise decisioni politiche, volute e perseguite dall’elite mondiale, dai centri di potere. La globalizzazione non è stata un evento casuale, dapprima è stata progettata e poi realizzata, anche attraverso un accurato piano legislativo. Bisogna porsi domande, avere dubbi e uscire dalla sindrome del TINA, there is not alternative, non ci sono alternative. Tra le domande concedetemene una retorica, ma siamo poi così sicuri che si voglia uscire dalla crisi? Oppure la crisi è funzionale agli interessi di qualcuno, di gruppi di potere? Dopo 10 anni di decadenza credo sia legittimo porsi questa domanda, considerando che, tutte le misure prese: tagli alla spesa pubblica, riduzione del welfare e contenimento del costo del lavoro, non solo non hanno dato risultati ma addirittura hanno contribuito a peggiorare la situazione.

Questo è il punto: nelle analisi di Scalfari e nelle proposte di Monti non c’è la benché minima considerazione di ciò che è avvenuto negli ultimi venti anni. Tutte le tesi che propongono hanno già trovato applicazione. E quali effetti hanno avuto? È aumentata la povertà, la disoccupazione, la precarietà, i salari sono fermi al palo da 15 anni e ora stanno precipitando, sono diminuiti gli investimenti, siamo passati da una fase di stagnazione alla recessione, il paese si sta impoverendo. Possibile che tutto ciò non abbia nulla a che fare con le politiche adottate nell’ultimo ventennio? Possibile che non si prenda atto che quelle politiche hanno accresciuto le disuguaglianze? Che a pagare i costi della crisi, il risanamento dei conti pubblici e a suo tempo l’ingresso in Europa, sono sempre gli stessi?

Non bisogna poi dimenticare che i lavoratori hanno iniziato ad impoverirsi  dall’inizio degli anni ’90, anni ruggenti come li ha definiti Joseph Stiglitz per il livello di crescita che andava aumentando esponenzialmente. Una crescita che però non ha creato occupazione, non ha ridotto la povertà, migliorato lo stato sociale, la sanità, l’istruzione, preservato i beni pubblici; ad aumentare sono stati soltanto i profitti e i patrimoni di pochi eletti. Eppure, si continua a ragionare come se non fosse cambiato nulla, come se i salari fossero ancora indicizzati dalla scala mobile, se si andasse in pensione dopo 35 anni di lavoro, se le assunzioni venissero fatte con i contratti a tempo indeterminato e per quelli a termine fosse necessaria una causale precisa, come se le aziende per assumere dovessero farlo attraverso l’ufficio di collocamento prendendo il primo in lista, come se la sanità e l’istruzione fossero tutte a carico dello stato.

Dunque, c’è da chiedersi perché il sindacato portatore di interessi particolari dovrebbe essere l’unico soggetto ad occuparsi dell’interesse generale attraverso una politica di sacrifici per riconquistare la fiducia dei mercati. O si vuol far credere che i mercati agiscano nell’interesse generale, dimenticando che sono costituiti da attori che speculano per i propri interessi o quelli di altri cercando di ottenere il più alto profitto? Sarebbe questo il concetto di equità a cui ispirarsi? Ci si dovrebbe rendere conto che i “sacrifici” per molti equivalgono a scivolare verso la povertà, come le statistiche dimostrano. La manovra finanziaria varata da Monti non porta da nessuna parte, ancora una volta si tratta di un trasferimento enorme di ricchezza dai ceti più poveri a quelli più ricchi. Il meccanismo è semplice quanto odioso: si specula, lo spread si alza, si tagliano diritti, salari, spesa pubblica, stato sociale; mai che si tagli la ricchezza. È diventato insopportabile. E la crescita, se mai ci sarà, ma anche qui bisognerebbe aprire una discussione ampia, non darà risposte ai problemi della disoccupazione, della povertà, dell’esclusione sociale.

Il tema di cui ci si dovrebbe occupare è la redistribuzione: del lavoro e della ricchezza. Alla competitività, che equivale a sfruttamento, si dovrebbe preferire la cooperazione. Bisognerebbe affrontare le sfide che abbiamo di fronte coniugandole con il concetto di comunità, con cui sostituire il termine vago e ambiguo di interesse generale. La politica deve rispondere ai bisogni dei cittadini, non ai mercati, deve occuparsi dei più deboli e limitare il potere dei più forti. Se il riferimento diventa la comunità forse è più facile scegliere politiche inclusive, ciò che è comune unisce. Ma non credo siano questi i valori a cui il premier faccia riferimento.

A. S.

Qui , sul sito SINDACALMENTE, potete leggere gli articoli di Scalfari e Camusso: http://www.sindacalmente.org/content/scalfari-lama-camusso-la-scelta-delleur-sindacato-italiano-1212





Lavoro, diritti e cittadinanza.

25 09 2011

Con la recente approvazione della manovra economico-finanziaria il governo Berlusconi porta a termine la cancellazione dei diritti dei lavoratori perseguita con tenace ostinazione sin dall’inizio della legislatura. L’art. 8 del decreto, che permette, attraverso accordi sindacali aziendali o territoriali, di derogare all’applicazione del contratto nazionale oppure a leggi dello stato, nei fatti liquida, tutto intero, l’impianto giuridico del diritto del lavoro. E con i diritti dei lavoratori finisce anche il modello del sindacato confederale che è stato protagonista nel nostro paese per buona parte del secolo scorso.

L’attacco definitivo ai diritti e al sindacato è partito lo scorso anno a Pomigliano. La portata di quell’accordo, che metteva in discussione i 3 punti fondamentali su cui si è consolidato il sindacalismo italiano – il contratto nazionale, il diritto di sciopero, la tutela sui licenziamenti – è stata gravemente sottovalutata, purtroppo anche dalla sinistra, e non compresa sino in fondo.

La complicità, come ama definirla Sacconi, di Cisl e Uil, ha accelerato i processi. E il tentativo della Cgil di uscire dall’isolamento, di rientrare in gioco con l’accordo interconfederale del 28 giugno su contrattazione e rappresentanza, per scardinare il sistema dall’interno si è rivelato insufficiente.

Non bisogna poi dimenticare che le manovre finanziarie sin qui varate dal governo Berlusconi – in 3 anni 16 interventi in materia economica per un valore di 200 miliardi di euro – contengono l’idea non solo di ridurre il perimetro dei diritti, ma anche di restringere il perimetro dello stato, negando quelle funzioni essenziali garantite dalla Costituzione a sostegno del benessere dei cittadini quali: sanità, istruzione, assistenza, giustizia, e aggiungo l’accoglienza per gli stranieri; con l’evidente rischio di minare alla radice il livello di coesione sociale del paese.

La questione principale, dunque, sono i diritti. I diritti e il lavoro. Nella nostra storia i diritti sono nati nel lavoro, hanno camminato insieme, lo dice e lo ricorda la Costituzione Italiana nel primo articolo. Le soglie minime regolatrici, i diritti, si sono affermati prima nel lavoro e solo in un secondo tempo sono trasmigrati nella cittadinanza. Se si riduce l’area dei diritti del lavoro, inevitabilmente assisteremo anche al declino dei diritti di cittadinanza. Un lavoratore senza diritti può mantenere lo status di cittadino? Questo è un tema che non sembra essere molto presente nel dibattito in corso, nell’opinione pubblica; anzi, il carattere puramente ideologico e mistificatorio delle classi egemoni al governo identifica i diritti quasi fossero privilegi.

Se diritti e lavoro vanno di pari passo occorre interrogarsi sul valore di quest’ultimo. Riconoscere che il lavoro è un valore in sé, cosa per nulla scontata, rappresenta un punto di partenza per organizzare una battaglia culturale contro lo strapotere liberista e il governo delle banche e della finanza. È necessario uscire dalla logica proposta da Marchionne e condivisa da Bonanni e Angeletti: “basta il lavoro”, con i diritti in secondo piano. Bisogna ritornare al valore sociale del lavoro, che non è quanti posti ci sono o sono stati creati, non è l’occupazione, ma quello che c’è dentro, il “contenuto”. La qualità del lavoro rimane un’idea importante alla quale rimanere agganciati, che è quello che fai e come ti permette di realizzarti. Se il lavoro è partecipazione attiva allo sviluppo economico e sociale, allo stesso tempo deve costituire titolo fondamentale di cittadinanza e opportunità di crescita individuale e comunitaria.

In questo particolare e straordinario momento storico bisogna pensare che non è possibile opporsi allo svilimento del lavoro in tutte le sue forme, all’aggressione dei diritti, allo smantellamento della scuola, della sanità, dello stato sociale, alla privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, solo con una politica e strategia di emendamenti e aggiustamenti. Vale per il sindacato e per i partiti dell’opposizione.

Bisogna costruire una battaglia culturale sui valori, che diventi battaglia politica, che abbia parole d’ordine e un linguaggio comune che la sinistra ha smarrito. Una battaglia che abbia una visione del futuro e non si limiti all’analisi del contesto attuale. Una battaglia che metta al centro il lavoro, fonte di ricchezza e benessere per tutti. Il lavoro deve diventare il punto di riferimento su cui misurare la salute e l’equità di una società.

Albino Saluggia

 





Un desiderio per il Futuro

12 10 2010

Casale 20 gennaio 2027

Il 16 Ottobre 2010 a Roma si cambiarono le carte in tavola ed io c’ero.

Per capire bene quello di cui sto parlando bisogna ricordare che allora il nostro paese, l’Italia, viveva uno dei sui momenti più difficili. La crisi economica mordeva feroce facendo saltare migliaia di posti di lavoro. Gli stipendi dei dipendenti erano i più bassi d’europa o poco ci mancava. La precarietà fra i giovani era la norma. Berlusconi e la sua cricca spadroneggiavano ancora. I sindacati Cisl e Uil erano guidati da Bonanni ed Angeletti che con cercavono di imporre un diverso modo di fare e “vedere” il sindacato. La FIAT con l’allora amministratore delegato Marchionne era sul punto di esportare quello che passò alla storia come “l’accordo di Pomigliano” a tutto il mondo del lavoro.

Il contratto collettivo nazionale di lavoro dei metalmeccanci era diventato cartastraccia grazie al lavoro dei suddetti figuri a cui si deve aggiungere l’allora ministro Sacconi e l’allora presidente della Confindustria Marcegaglia. La democrazia nei luoghi di lavoro era negata ai lavoratori e tenuta in ostaggio dall’establishment politico-sindacale. Il parlamento  era sul punto di cancellare lo statuto dei lavoratori. Le gabbie salariali erano all’orizzonte.

Insomma il più pesante attacco al mondo del lavoro dalla fine della seconda guerra mondiale stava per portare a termine il colpo fatale.

In questo clima un’unica forza cercò di mettersi di traverso e bloccare questo progetto.

La FIOM.

Dopo aver difeso migliaia di posti di lavoro fabbrica per fabbrica, dopo aver combattuto una strenua battaglia, nonostante la continua delegittimazione degli altri sindacati ed una pesante campagna denigratoria dei principali organi di informzaione, decise, per far prevalere le ragioni della democrazia e della tutela dei diritti, di indire una grande manifestazione per svegliare le coscienze dei lavoratori e dei cittandini italiani. Il 16 ottobre 2010 appunto, a Roma.

http://www.fiom.cgil.it/eventi/2010/10_10_16-manifestazione_nazionale/default.htm

Nata all’idomani del vergognoso referendum sull’accordo di Pomigliano nel luglio del 2010 piano piano la manifestazione prese piede. Molti intellettuali ed importanti figure della società civile decisero di dare il loro sostegno e partecipare.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/camilleri-flores-darcais-don-gallo-hack-il-16-ottobre-in-piazza-con-la-fiom-contro-il-regime-berlusconi-marchionne/

http://www.facebook.com/event.php?eid=112650748793110

Di settimana in settimana gli appelli e le adesioni aumentavano facendo di quell’evento il vero grido di un popolo che non ci sta e vuole cambiare le cose. Così il fronte della reazione comprendendo il pericolo iniziò una campagna di tensione  per isolare ancora di più la FIOM.

Ma tutto questo non valse a nulla.

Centinaia di migliaia di persone scesero quel giorno nella capitale trasformandola in un una gioiosa festa tinta dal rosso delle bandiere della FIOM. Con gli operai scesero in piazza gli studenti, i ricercatori precari, i movimenti, le associazioni, il mondo della società civile ed insieme, quel giorno, spezzarono la catena di soprusi e violenze dell’asse padronale ridando un futuro al nostro paese. Dal giorno successivo tutti capirono che un nuovo fronte era nato e che non sarebbe stato facile spezzarlo.

Non lo fu infatti e sappiamo come andò poi. Bene per noi, male per loro.

Io quel giorno ero un giovane militante della FIOM e ricorderò sempre con un grande batticuore quell’alba di Roma con la bandiera in spalla ed i miei compagni intorno a me che marciavamo per cambiare il nostro futuro e per la democrzia.

Questo è un testo che mi piacerbbe davvero tanto scrivere fra 17 anni.  Aiutatemi a soddisfare questo mio desiderio, venite tutti a Roma il 16, con auobus, treni, macchine, rishò, a piedi o a nuoto, non importa, con ogni mezzo!

Facciamoci sentire, facciamo vedere quanti siamo e quanto forte possiamo far salire al cielo il nostro grido per la giustizia ed il futuro!!

A.





Poesia per Pomigliano

28 06 2010

Addio compagni di lavoro e di lotta/ In tanti anni abbiamo imparato/ Che l’unità di classe è indispenzabile/ Dobbiamo sempre lottare contro i padroni/ Ma la fabrica comunque noi lamiamo/ La vogliamo più bella e come la casa/ Per 8 ore al giorno ci viviamo/ E nessuno può demolirla/ Anzi la vogliamo più bella/ Più accogliente più pulita/ E’ il luogo dove si passano/ I migliori anni della nostra/ VITA.

Raffaele Scali, operaio poeta della Fiat