Democrazia “immediata”.

13 08 2014

democrazia Rousseau

Ilvo Diamanti sulla Repubblica di lunedì scrive che viviamo tempi di democrazia “immediata” dove le “mediazioni” e i “mediatori” sono più deboli. Il riferimento ai “mediatori”, non casuale visto il dibattito politico in corso e gli indirizzi presi dal governo, riguarda  i corpi intermedi della società. Tali soggetti sono messi in discussione. Emerge un nuovo modello di democrazia “personalizzata” affermata in Italia ma anche altrove in Europa, Eugenio Scalfari parla di “egemonia individuale”.  Renzi interpreta alla perfezione quel modello di “democrazia personale”. Secondo il giornalista di Repubblica non vi è alcun problema di autoritarismo, tanto meno di fascismo potenziale.

Non sono d’accordo. Il piano inclinato su cui scivola il sistema democratico italiano si fa sempre più pronunciato.

Sotto il profilo ideologico si governa seguendo l’affermazione tanto cara alla Thatchter: “there is not alternative”, non ci sono alternative. Un’asserzione che definisce la risolutezza del potere nel decidere, escludendo in partenza ipotesi diverse, definite automaticamente inammissibili. In termini di politiche economiche l’unica azione del governo riguarda la stabilizzazione del debito, seguendo le politiche monetarie e di austerità decise da Commissione Europea, FMI, BCE. Politiche sociali assenti producono l’aumento della povertà e delle disuguaglianze non compatibili con l’idea di democrazia. Nel paese manca una voce critica autorevole, le poche sono confinate in ambiti ristretti, dunque ininfluenti; giornali e televisioni sono dominati dal credo liberista. democrazia

Il governo delle larghe intese depotenzia il ruolo dell’opposizione, Lega e M5s nei governi locali dove sono presenti non prendono le distanze dall’attuale modello economico. La cessione di sovranità a organismi non elettivi: BCE, FMI, Commissione Europea, mina nelle fondamenta il sistema democratico. Ugualmente per quanto interessa la cessione di sovranità ai privati attraverso imponenti piani di privatizzazione riguardanti importanti settori industriali e di servizi, nonché scuola, sanità e previdenza. Il progressivo scollamento tra Costituzione scritta e quella applicata  spalanca le porte a quelle che impropriamente sono definite “riforme costituzionali”. L’alto livello di corruzione, ormai insostenibile. Il continuo, ossessivo, svuotamento dei diritti del lavoro con la conseguenza che il valore del lavoro è sconfessato, ignorato, producendo per questa via un deficit di democrazia. Il progressivo isolamento dei corpi intermedi della società, con un attacco frontale portato al sindacato, considerato l’unico vero soggetto antagonista di opposizione.

Basterebbe questo breve elenco di temi, tutti politici e di rilievo, ci fosse la volontà di affrontarli e approfondirli, per farci dire che non ci troviamo di fronte a un diverso tipo di “democrazia” come afferma Diamanti, ma a un modello portato inevitabilmente al superamento del sistema democratico che, prefigura (in parte è già realtà) l’esclusione dalla vita civile e politica di ampi strati della popolazione, a meno che non si consideri la piena partecipazione con la sola espressione di voto.

Democrazia “immediata”, che sia un nuovo slogan tipico della neolingua orwelliana?

 





Colpo di stato

12 12 2011

L’Europa socialdemocratica fondata sulla spinta delle lotte sindacali e civili, sui diritti, sull’eguaglianza; l’Europa del lavoro e del welfare state, l’Europa politica della democrazia parlamentare, è definitivamente morta venerdì 9 dicembre 2011. Cancellata da burocrati asserviti a poteri lontanissimi dai bisogni dei cittadini.  Al suo posto la nuova Europa della finanza e delle banche. La Commissione Europea, un organismo non eletto, ha deciso: nasce “l’unione di stabilità dei bilanci”, “l’unione fiscale”, con l’obbligo per gli stati membri di avere un sostanziale pareggio dei conti pubblici. La regola ferrea dovrà entrare nelle Costituzioni, una follia. I paesi in deficit che non rispetteranno le regole saranno sanzionati.

La politica ha abdicato al suo ruolo, i governi nazionali non saranno più in grado di decidere le misure economiche e sociali da prendere, che invece saranno imposte, e le Costituzioni diventeranno carta straccia. È cancellata la sovranità nazionale dei governi eletti.

Nel prossimo futuro chi governerà? Dove saranno prese realmente le decisioni che riguarderanno milioni di cittadini? Le risposte le conosciamo, a governare saranno le potenti lobby finanziarie che sin qui hanno suggerito all’Unione Europea le politiche da adottare, pochi speculatori finanziari che avranno il potere di decidere il futuro dei popoli, le condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini del nostro continente. Come ama dire Mario Monti siamo sull’orlo del baratro, da venerdì abbiamo fatto un passo avanti.

Ope





La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla.

26 03 2011

Coraggioso e universale. Bastano questi due aggettivi per descrivere La scuola è di tutti, il bel libro di Girolamo De Michele. Coraggioso perché De Michele con metodo e rigore, attraverso una ricerca ampia e documentata fa piazza pulita di tutti i luoghi comuni usati dall’informazione di regime e dai suoi cortigiani per attaccare la scuola pubblica italiana e devastarla. Tutti gli argomenti utilizzati dai servi del potere per screditare la scuola, come ad esempio l’emergenza educativa e l’emergenza bullismo, nel libro sono affrontati uno a  uno e dati alla mano con argomentazioni acute vengono regolarmente smontati. Nulla è lasciato al caso, tutte le fonti sono citate, la bibliografia imponente.

Universale perché, richiamando il titolo, il libro è di tutti, e tutti dovrebbero leggerlo. Sicuramente dovrebbero leggerlo quelli che a scuola ci vanno e quelli che a scuola ci lavorano. Dovrebbe essercene una copia in ogni classe, diventare oggetto di discussione e approfondimento: gli argomenti non mancano il libro è ricchissimo. Svela quali interessi economici ci siano dietro la strategia di indebolimento della scuola pubblica e come l’istruzione possa diventare un affare. Spiega le politiche per rafforzare la scuola privata e le lobby potenti che perseguono questo obiettivo, da Confindustria a Comunione e liberazione, anche se sarebbe meglio dire in quest’ultimo caso Comunione e fatturazione. Si spinge nelle scienze cognitive e nella linguistica citando Lakoff: Elefanti, padri severi e altri fantasmi,ovvero: perché ci raccontano un sacco di balle? Un breve ma interessante capitolo sulla comunicazione politica, riassumibile nel concetto: mai dire la verità se puoi cavartela a forza di stronzate.

Per una scuola della Costituzione è l’ultima parte del libro. In questo capitolo De Michele sottolineando che l’intera scuola educa alla cittadinanza ci mette in guardia dal fascismo pedagogico e dal fascismo di ritorno e ci invita a tornare a Piero Calamandrei: “La scuola, come la vedo io, è un organo <<costituzionale>>. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. […] Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue”.

“Credo che la difesa della scuola sia, senza mediazioni, difesa della Costituzione, così come la difesa della Costituzione non può darsi senza difesa della scuola”.

Un libro da comprare, leggere e diffondere

Girolamo De Michele oltre a scrivere romanzi e saggi insegna in un liceo.

h.

Alcuni siti: http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/471     https://anoipiace.wordpress.com/2010/09/12/per-la-scuola/   

Qui invece potete ascoltare e scaricare la presentazione del libro a cura dello stesso De Michele e Wu Ming 1. Sono due ore di registrazione ma vi assicuro che vale la pena di ascoltarle: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/11/25/meteorologia/





Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne

20 02 2011

Nell’epoca in cui viviamo è stata dichiarata la fine del lavoro, eppure gli operai nel mondo sono circa 2 miliardi. Nel 1848 quando Marx ed Engels invitavano i proletari di tutto il mondo a unirsi gli operai erano pochi milioni concentrati in poche aree dell’Europa e degli Stati Uniti.

Giorgio Cremaschi parte da questa considerazione per spiegare come la “fine del lavoro” sia soltanto una costruzione ideologica per negare la valenza e l’importanza del lavoro nell’attuale società, e come essa sia stata una parte delle strategie per affermare la centralità dell’impresa, così da provocare lo smottamento dei diritti dei lavoratori, che ora si sta estendendo anche ai diritti di cittadinanza, tanto che l’autore si chiede se viviamo ancora in una democrazia.

Questa tendenza si è affermata a livello globale, ma nel nostro paese, punta avanzata di qualsiasi sperimentazione politica in senso autoritario, si può parlare addirittura di regime: “il regime dei padroni”.

“Un’Italia che semplicemente riconoscesse l’esistenza di una classe operaia e un mondo del lavoro salariato con i propri diritti costituzionalmente garantiti, sarebbe incompatibile con il potere e i successi dell’Italia berlusconiana”.  L’involuzione democratica in Italia risulta ben visibile: l’insofferenza per le regole, i continui strappi inflitti alla Costituzione, l’eccessiva tolleranza nei confronti dei potenti,  – “la ricchezza, il denaro, non devono più essere legittimati, anzi legittimano” –  la scomparsa della critica sociale, hanno prodotto un progressivo allontanamento dallo stato di diritto e l’affermazione di una casta economico-politica potentissima, quella dei padroni, dei manager, dei redditieri; coloro che oltre ad aver vinto la lotta di classe “si sono conquistati il privilegio di  essere gli unici a poterla praticare”.

Per spiegare la svalutazione ideologica subita dal lavoro e il progressivo impoverimento che ha interessato la classe operaia e oggi riguarda anche il ceto medio, Cremaschi ripercorre la storia politico-sindacale dell’Italia repubblicana nei suoi passaggi cruciali. Ricorda la battaglia negli anni 50 del Segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio e la sua rivendicazione affinché i diritti sanciti dalla Costituzione entrassero nelle fabbriche. Una battaglia lunga, i diritti del lavoro faticarono ad affermarsi, lo Statuto dei Lavoratori arrivò soltanto 20 anni dopo. L’impresa italiana non ha mai accettato veramente il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, come invece è avvenuto nel resto d’Europa, ha sempre cercato di affermare un modello paternalista quando non autoritario nel rapporto con i propri dipendenti. Questo è il carattere distintivo, culturale, del padronato italiano, che attualmente, complice il momento politico favorevole e la crisi economica, si sta dispiegando in tutte le sue forze.

Al vertice della piramide sociale c’è il profitto: “Se c’è il guadagno c’è l’impresa; se c’è l’impresa, c’è il lavoro; se c’è il lavoro, ci possono essere i salari e forse anche i diritti”. I lavoratori ritornano ad essere merci: le condizioni, il prezzo lo stabilisce il mercato. Marchionne docet.

Percorrendo questa strada si arriva a Pomigliano, poi si risale a Nord sino a Mirafiori e poi ancora a Sud: Cassino, Melfi. Per metastasi la cancellazione dei diritti si diffonde in tutto il paese. La politica, impotente e servile, applaude. Si discute di liberare l’impresa abolendo l’art. 41 della Costituzione, qualcuno grida allo scandalo, nessuno si accorge che Marchionne “l’articolo 41, insieme a diversi altri, lo sopprime di fatto nel consenso generale, senza nemmeno un piccolo confronto parlamentare”. È un percorso totalmente asimmetrico, emerge soltanto un punto di vista, quello dell’impresa. Il punto di vista del lavoro è completamente ignorato.

Sotto la pressione dell’ideologia dei padroni abbiamo perso di vista una semplice verità: “quando il lavoro estendeva le sue conquiste, miglioravano i diritti di tutti; quando l’impresa impone alla società la sua logica del  profitto, quei diritti sono messi in discussione”.

Che fare, dunque? Cremaschi guarda all’Europa, alla ricostituzione dell’Europa sociale e democratica del dopoguerra, a quell’Europa che ha costruito un patrimonio pubblico e civile diventato un bene per l’umanità, ma prima bisogna sconfiggere la casta politica economica dominante. Non è facile, ci vuole una rivoluzione democratica fondata sulla partecipazione del popolo e abbia come punto fermo la COSTITUZIONE repubblicana.

Io, però, ho paura che, piazza Tahrir, la Tunisia, il Nord Africa, siano molto lontane e non basti attraversare il Mediterraneo.

Da leggere Da leggere Da leggere.

h.

http://www.fiom.cgil.it/   http://www.editoririuniti.net/   http://www.ibs.it/code/9788835990017/cremaschi-giorgio/regime-dei-padroni-da.html





Per la scuola

12 09 2010

Il problema della democrazia si pone dunque, prima di tutto, come un problema di istruzione. […] Vera democrazia non si ha là dove , pur essendo di diritto tutti i cittadini ugualmente elettori ed eleggibili, di fatto solo alcune categorie di essi dispongono dell’istruzione sufficiente per esser elementi consapevoli ed attivi nella lotta politica.    Piero Calamandrei

E’ iniziato l’anno scolastico e a noi rammenta la solerzia del governo nel tagliare i fondi destinati alla scuola pubblica per l’anno in corso come per i prossimi. Così inizia la scuola nel nostro paese, con la programmazione di tagli che, considerando le già scarse risorse disponbili incideranno pesantemente sul futuro dell’istruzione pubblica e in generale sul futuro del paese. Ovviamente i tagli non riguarderanno le scuole private. Il progetto del governo delle destre risulta sin troppo chiaro, ritornare alla scuola di classe, la scuola intesa come privilegio per pochi, quelli che se lo possono permettere. Su questo tema risultano di sorprendente attualità le analisi di Piero Calamandrei nei tre scritti “Per la scuola” risalenti agli anni tra il 1946 e il 1950 proposti dall’editore Sellerio.

La scuola per Calamandrei è “organo costituzionale”, “organo centrale della democrazia”, strumento che deve garantire la mobilità sociale, rimuovere gli ostacoli che producono diseguaglianza, formare e selezionare la classe dirigente. A tutti deve essere data l’opportunità, indipendentemente dalla classe sociale a cui si appartiene di poter far parte della classe dirigente, al fine di garantire la necessaria giustizia sociale. Questo il pensiero di Piero Calamandrei, ma nel nostro paese le difficoltà per considerare e poi realizzare una scuola che sia “organo della Costituzione” sono sempre state enormi e oggi paiono insormontabili. Si profila un ritorno a quello che Calamandrei definiva “il privilegio nell’istruzione”, reso possibile da una scuola pubblica povera e indebolita al confronto di una ricca e assistita, ed è scandaloso che lo stato a fronte di un esiguo bilancio per l’istruzione  destini risorse alla scuola privata.

Leggere gli appassionati e lucidi interventi di Calamandrei sull’argomento può far capire a molti quanto sia importante mantenere saldo il legame del binomio scuola-democrazia; e magari provocare qualche moto di ribellione nei confronti di una politica sorda ai bisogni primari dei cittadini.

“I meccanismi della costituzione democratica sono costruiti infatti per essere adoprati non dal gregge dei sudditi inerti, ma dal popolo dei cittadini responsabili: e trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere.”

h.

http://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Calamandrei





Il Sentiero Chiovini

4 06 2010

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani…

Piero Calamandrei

In una delle aree wilderness più grandi delle Alpi, la Val Grande, la bellezza dell’ambiente si congiunge con il tempo della storia; i luoghi ne sono ammantati, la montagna è protagonista, la Resistenza si fa epica.

In queste vallate i sentieri che seguendo il corso dei torrenti si fanno crinale sono diventati “sentieri partigiani”, percorsi della memoria. Qui ha avuto luogo uno degli eventi più tragici della Resistenza nel Verbano Cusio Ossola: il rastrellamento nazifascista della Val Grande, 17mila soldati tedeschi e fascisti contro 500 partigiani.

Al rastrellamento partecipano anche reparti speciali delle SS, l’obiettivo è annientare le truppe partigiane insediate sui monti del Verbano. Gli episodi di estrema ferocia e barbarie di cui si rendono protagonisti i nazifascisti sono numerosi: fucilazioni sommarie di partigiani e civili, torture, incendi e saccheggi.

Per i partigiani inseguiti e braccati sulle montagne è la disfatta, ma gli uomini e le donne della Val Grande animati da un profondo sentimento di giustizia e libertà si oppongono alla brutale violenza fascista con estrema dignità e grandissimo eroismo. Nelle giornate del grande rastrellamento i tedeschi uccisero 300 partigiani. Ne rimasero in vita 150, forse 160, riprenderanno a combattere. Per sempre sarà ricordata come la Val Grande Martire.

Il sentiero è dedicato a Nino Chiovini partigiano e uomo di cultura che dopo la guerra pubblicò numerosi libri sulla resistenza in Val Grande; è un percorso di grande suggestione, che attraversando tutta la valle da est a ovest racconta e ricorda la storia di quei tragici giorni tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del ’44. A percorrerlo tutto ci vogliono sei/otto giorni di cammino. Si parte da Fondotoce, presso Verbania, dove furono fucilati 43 partigiani tra cui Cleonice Tomassetti e Carlo Suzzi, il “43”, l’unico sopravvissuto. Si arriva a Cannobio.

Del sentiero Chiovini ne abbiamo percorso un breve tratto: da Cicogna, raggiungibile in auto da Fondotoce, fino a Pogallo. Si tratta di un’escursione semplice, senza difficoltà, calcolate tre ore di cammino compreso il ritorno e un dislivello minimo di 180 metri.

 

Partendo dalla piazza di Cicogna si ritorna indietro sulla strada asfaltata e al primo tornante s’imbocca la mulattiera conosciuta come strada Sutermeister. Subito ci si immerge nel bosco e si costeggia il Rio Pogallo che rimane in basso sulla destra del sentiero. La camminata è piacevole, dai versanti intorno l’acqua scende ovunque e precipita nel torrente sottostante, tra le cime degli alberi si intravedono le vette delle montagne.

Superato un ponte si arriva al caratteristico Punt dal Canalesc, il torrente scende impetuoso da una stretta gola e sfocia allargandosi in una piccola laguna, i riflessi dell’acqua verdi e blu sono molto belli. Un ponticello permette di passare sull’altra sponda e scendere fino all’acqua dove ci si può bagnare.

Da qui con un’altra mezzora di cammino in mezzo al bosco si arriva a Pogallo. Qui il 18 giugno del 1943 venne fucilato un gruppo di 18 partigiani: il più vecchio aveva 22 anni, il più giovane 16.

“Oggi sul luogo dell’eccidio c’è una lapide, solo pochi hanno un nome e una fotografia, molti solo una scritta di sei lettere: ignoto. Non sappiamo chi fossero, ma sappiamo cosa li spinse a combattere su queste montagne; sappiamo che in un mattino di inizio estate, con il fieno alto che profumava l’aria, i loro sogni furono infranti e i loro ideali raccolti da altri”.

Alcuni links utili : http://www.isrn.it/   http://www.casadellaresistenza.it/   http://www.parcovalgrande.it/

h.