La solitudine degli operai (III parte)

25 02 2012

La foto a sinistra ritrae i delegati della Fiom/Cgil uscire dagli stabilimenti Fiat portandosi dietro le bandiere, i manifesti, i documenti di una lunga storia sindacale, interrotta il 1° gennaio 2012 con l’entrata in vigore del nuovo contratto aziendale, definito di primo livello, sostitutivo dei precedenti accordi interni e del contratto nazionale. I rappresentanti sindacali della Fiom erano stati regolarmente eletti e il loro mandato non ancora scaduto, ma sono stati destituiti da un abile colpo di mano orchestrato dall’azienda con la complicità di altre organizzazioni sindacali. La Fiom/Cgil con l’applicazione del CCSL (contratto collettivo specifico di lavoro) Fiat, non può eleggere i propri delegati, non può indire assemblee, non gode dei diritti sindacali previsti dalla legge e dal contratto, non può nemmeno affiggere un volantino alla bacheca sindacale.

Le lavoratrici e i lavoratori della Fiat non possono scegliere a quale sindacato aderire e da quale sindacato farsi rappresentare. Per Marchionne, la quasi totalità dei partiti, Fim Uilm e Fismic, si direbbe il trionfo della democrazia. Quella negata.

La notizia che i delegati della Fiom uscivano dalla fabbrica cacciati dal nuovo modello di relazioni sindacali (sic!) non ha destato grande scalpore e nemmeno molti commenti. Il silenzio che si è creato intorno alla vicenda è imbarazzante. A Pomigliano tra i lavoratori riassunti nella Newco, lo stabilimento dove si produce la nuova Panda, non c’è un solo iscritto alla Fiom. La Fiat in assoluto spregio della Costituzione e delle leggi dello Stato decide politiche discriminatorie sui programmi di riassunzione in base all’appartenenza sindacale: se sei iscritto alla Fiom non ti faccio lavorare. Anche qui pochi commenti e nessuna presa di posizione, sembra che tutto rientri nella normalità. I politici e parlamentari che durante il referendum tenutosi a Mirafiori, fortemente voluto dalla Fiat, dispensavano consigli – se io fossi un operaio… – e indicazioni di voto, non hanno  nulla da dire e nemmeno da chiedere, su una questione che, evidentemente, ritengono conclusa nel migliore dei modi. È un silenzio assordante, un silenzio che indigna, poiché tutti i parlamentari, di destra e di sinistra, tra i primi compiti a cui dovrebbero rispondere e assolvere c’è quello di fare rispettare la Costituzione, sicuramente non vi è quello di inchinarsi a Marchionne.

La Fiat ha da sempre utilizzato soldi pubblici: incentivi alla rottamazione, investimenti, ammortizzatori sociali; ha usufruito di aiuti e agevolazioni come nell’acquisto dell’Alfa Romeo; ha utilizzato risorse del territorio, uomini donne, ambiente. La Fiat dovrebbe rispondere oltre che alle Leggi italiane anche ad un principio di responsabilità sociale. Ma il manager con il maglioncino, ubicato in un luogo non meglio precisato tra Detroit, Torino e la Svizzera, se ne infischia del principio di responsabilità, delle leggi e della Costituzione Italiana. Marchionne risponde solo agli azionisti e ai loro profitti.

L’ultimo esempio è rappresentato dalla palese violazione della sentenza di Potenza sul licenziamento illegittimo dei 3 operai di Melfi. Reintegrati dal giudice non sono stati riammessi al lavoro, la Fiat ha comunicato che non intende avvalersi delle loro prestazioni lavorative. Un po’ come dire LA LEGGE SONO IO , PER IL RESTO ME NE FREGO. Anche su questa vicenda, silenzio.

Nel silenzio e nell’indifferenza generale: dei partiti, del governo, della grande stampa; i lavoratori, soli, continuano a difendere i diritti, la Costituzione, la dignità di uomini e donne, il lavoro, l’idea moderna di un’Europa fondata sullo stato sociale, la democrazia.

A. S.

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La solitudine degli operai (II parte)

19 02 2012

La propaganda di regime ci spiega quotidianamente, pur senza argomentazioni plausibili, che i mali di cui soffre l’economia risiedono nell’art. 18 vero elemento di arretratezza del paese. Secondo queste teorie strampalate e disoneste l’art. 18 impedisce all’economia di crescere e alle aziende di assumere, ostacola la mobilità sociale, favorisce il nanismo delle imprese; è un impedimento per le aziende straniere che vorrebbero investire in Italia, è la principale causa della diffusa precarietà, aumenta la disoccupazione. Naturalmente, non c’è una sola ricerca, seria e documentata, in grado di sostenere queste tesi, ma per gli ideologi del libero mercato non è che un insignificante dettaglio, la strategia consiste nel ripetere all’infinito lo stesso concetto: prima o poi finiranno per crederci.

Negli anni l’esercito degli oppositori all’art. 18 ha ingrossato le sue fila. A questi si è aggiunta recentemente una nuova categoria (quella degli imparziali astenuti indifferenti), rappresentata da un partito di massa, il PD, che nonostante sia al governo, sul lavoro sembra non avere un’opinione, preferendo lasciare alle parti sociali la decisione, e qualunque sia assumerla. Gira e rigira siamo sempre lì: “o Franza o Spagna purchè se magna”. Alla fine tutto aiuta  a confinare nel più assoluto isolamento gli strenui difensori di un principio di civiltà oltre che di tutela, qual è appunto l’art. 18 e lo Statuto dei Lavoratori.

Essendo l’art. 18 norma di vera tutela contro i ricatti, i soprusi e le discriminazioni, per i tanti sostenitori della sua abrogazione (la neo-lingua preferisce “manutenzione”) diventa efficace sostenere, mistificando, che in Italia non sia possibile licenziare, nemmeno per motivi economici. Falso. Niente di più falso. La normativa sui licenziamenti è stabilita dalla legge 604 del 1966, la quale prevede che il licenziamento possa essere intimato per giusta causa o giustificato motivo oggettivo: il recesso per motivi economici rientra nel secondo caso, se sono interessati uno o più lavoratori si parla di licenziamento plurimo individuale, se i lavoratori coinvolti sono almeno cinque si deve invece attivare la procedura per i licenziamenti collettivi, la cosiddetta mobilità. Occorre tenere presente che in Italia nel solo 2011 sono stati collocati in mobilità attraverso procedure di licenziamenti collettivi migliaia di lavoratori. Risulta evidente che l’affermazione sull’impossibilità di licenziare è priva di fondamento.

L’art. 18 della Legge 300 interviene solo dopo che il licenziamento è stato effettuato, e solo se il licenziamento non è sorretto né da giusta causa né da giustificato motivo oggettivo, dunque non impedisce i licenziamenti. La natura dell’art. 18 è di avere carattere sanzionatorio, a fronte di un licenziamento illegittimo prevede il reintegro del lavoratore e il risarcimento del danno, principio sacrosanto.  Perché, dunque, abolirlo o modificarlo? I padroni senza provare vergogna nel coprirsi di ridicolo rispondono: perché licenziando faremo più assunzioni. I tecnici al governo nella loro austera banalità replicano: perché ce lo chiedono la BCE e l’Europa.

Le ragioni sono altre, in fondo semplici: i lavoratori dipendenti devono essere privati totalmente di qualsiasi forma di tutela, per fare in modo che siano ricattabili, impossibilitati nel presentare legittime rivendicazioni, di conseguenza con un potere contrattuale prossimo allo zero. I lavoratori senza l’art. 18 sono soli. Soli di fronte al padrone che dispone del loro lavoro e del loro tempo, che li remunera quanto vuole per il tempo che serve; i lavoratori trasformati in merce saranno soggetti alle regole del mercato, senza diritti e senza dignità.

Il tentativo di abrogare o modificare l’art. 18 risponde a politiche liberiste il cui scopo è ampliare il sistema globalizzato di sfruttamento dei popoli, delle persone e dell’ambiente; polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi, aumentare le disuguaglianze e la povertà, espropriare le comunità dei suoi beni comuni. A parole tutto quello che il governo Monti e la sua corte dicono di voler combattere.

A. S.





Colpo di stato

12 12 2011

L’Europa socialdemocratica fondata sulla spinta delle lotte sindacali e civili, sui diritti, sull’eguaglianza; l’Europa del lavoro e del welfare state, l’Europa politica della democrazia parlamentare, è definitivamente morta venerdì 9 dicembre 2011. Cancellata da burocrati asserviti a poteri lontanissimi dai bisogni dei cittadini.  Al suo posto la nuova Europa della finanza e delle banche. La Commissione Europea, un organismo non eletto, ha deciso: nasce “l’unione di stabilità dei bilanci”, “l’unione fiscale”, con l’obbligo per gli stati membri di avere un sostanziale pareggio dei conti pubblici. La regola ferrea dovrà entrare nelle Costituzioni, una follia. I paesi in deficit che non rispetteranno le regole saranno sanzionati.

La politica ha abdicato al suo ruolo, i governi nazionali non saranno più in grado di decidere le misure economiche e sociali da prendere, che invece saranno imposte, e le Costituzioni diventeranno carta straccia. È cancellata la sovranità nazionale dei governi eletti.

Nel prossimo futuro chi governerà? Dove saranno prese realmente le decisioni che riguarderanno milioni di cittadini? Le risposte le conosciamo, a governare saranno le potenti lobby finanziarie che sin qui hanno suggerito all’Unione Europea le politiche da adottare, pochi speculatori finanziari che avranno il potere di decidere il futuro dei popoli, le condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini del nostro continente. Come ama dire Mario Monti siamo sull’orlo del baratro, da venerdì abbiamo fatto un passo avanti.

Ope





Le lacrime della Fornero i compensi di Monti. Prime considerazioni di rabbia alla dittatura dei tecnocrati.

5 12 2011

Rigore, equità, crescita. Con queste tre parole Mario Monti ha presentato la quarta manovra finanziaria dell’anno. Abituatevi, le ripeteranno come un mantra nei prossimi mesi, lo faranno per ficcarcele bene in testa, non hanno alternative tanto è scomoda la verità; se pensiamo al significato di queste parole e lo caliamo nel contesto attuale, immediatamente ci accorgiamo che il Monti ci sta raccontando balle, falsità, stronzate. Sì, ieri sera nella conferenza  stampa Mario Monti & Company ci hanno raccontato un mucchio di stronzate. I tecnocrati e i politici venduti ai loro interessi ci raccontano balle da almeno trent’anni con ottimi risultati, per loro ovviamente: hanno trasformato i cittadini in sudditi, il programma per il futuro è renderci schiavi. Evviva il progresso.

Questa volta per intortarci meglio hanno aggiunto qualcosa in più, il lato umano, l’emozione, le lacrime. La Fornero si è commossa sui sacrifici, degli altri naturalmente. Lei piangeva e a me giravano, perché non adeguare le pensioni all’inflazione è un po’ come sparare sulla croce rossa. È IGNOBILE, VILE. È UNA BESTEMMIA. Ciò succede dopo che INPS e INAIL ci hanno spiegato che i pensionati italiani sono tra i più poveri in Europa e con le pensioni che in 10 anni si sono svalutate mediamente del 30% nonostante l’adeguamento. È la nuova strategia del governo delle destre: sapendo che il giochino dell’innalzamento dell’età pensionabile prima o poi finisce puntano sulla svalutazione. Attenzione, lo fanno con metodo, infatti nella manovra c’è una bella spinta inflattiva, l’aumento dell’IVA e delle accise sui carburanti. Per ogni punto di svalutazione delle pensioni il governo risparmia e i ricchi guadagnano, una specie di scala mobile al contrario. Per Monti si chiama equità invece è un imbroglio.

Mario Monti è odioso. Lo sottolineo perché ci tengo a precisarlo. È ciò che penso. Il “gesto nobile” di rinunciare al compenso di primo ministro in realtà è una carognata. Quel gesto è uno dei tanti privilegi che si può permettere solo una persona nella sua posizione, è un gesto che noi “umani” non ci possiamo concedere e nemmeno pensare. Dunque, un privilegio. Un uomo che vive soltanto del suo lavoro non può rinunciare al suo compenso, chi vive di rendita sì. E poi sono sicuro di un fatto, dagli anni ’80 ad oggi il reddito di Mario Monti è aumentato, credo di molto, mentre per pensionati e lavoratori dipendenti c’è stato un impoverimento progressivo a causa delle politiche liberiste di cui Monti è stato, e lo è tuttora, un accanito sostenitore.

Ma era una manovra necessaria, manovra salva Italia ci hanno spiegato. È allora che ho compreso che in Italia esiste una terra di nessuno abitata da lavoratori salariati e pensionati, dove vengono massacrati in nome del rigore, dell’equità e della crescita.

Ope





Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne

20 02 2011

Nell’epoca in cui viviamo è stata dichiarata la fine del lavoro, eppure gli operai nel mondo sono circa 2 miliardi. Nel 1848 quando Marx ed Engels invitavano i proletari di tutto il mondo a unirsi gli operai erano pochi milioni concentrati in poche aree dell’Europa e degli Stati Uniti.

Giorgio Cremaschi parte da questa considerazione per spiegare come la “fine del lavoro” sia soltanto una costruzione ideologica per negare la valenza e l’importanza del lavoro nell’attuale società, e come essa sia stata una parte delle strategie per affermare la centralità dell’impresa, così da provocare lo smottamento dei diritti dei lavoratori, che ora si sta estendendo anche ai diritti di cittadinanza, tanto che l’autore si chiede se viviamo ancora in una democrazia.

Questa tendenza si è affermata a livello globale, ma nel nostro paese, punta avanzata di qualsiasi sperimentazione politica in senso autoritario, si può parlare addirittura di regime: “il regime dei padroni”.

“Un’Italia che semplicemente riconoscesse l’esistenza di una classe operaia e un mondo del lavoro salariato con i propri diritti costituzionalmente garantiti, sarebbe incompatibile con il potere e i successi dell’Italia berlusconiana”.  L’involuzione democratica in Italia risulta ben visibile: l’insofferenza per le regole, i continui strappi inflitti alla Costituzione, l’eccessiva tolleranza nei confronti dei potenti,  – “la ricchezza, il denaro, non devono più essere legittimati, anzi legittimano” –  la scomparsa della critica sociale, hanno prodotto un progressivo allontanamento dallo stato di diritto e l’affermazione di una casta economico-politica potentissima, quella dei padroni, dei manager, dei redditieri; coloro che oltre ad aver vinto la lotta di classe “si sono conquistati il privilegio di  essere gli unici a poterla praticare”.

Per spiegare la svalutazione ideologica subita dal lavoro e il progressivo impoverimento che ha interessato la classe operaia e oggi riguarda anche il ceto medio, Cremaschi ripercorre la storia politico-sindacale dell’Italia repubblicana nei suoi passaggi cruciali. Ricorda la battaglia negli anni 50 del Segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio e la sua rivendicazione affinché i diritti sanciti dalla Costituzione entrassero nelle fabbriche. Una battaglia lunga, i diritti del lavoro faticarono ad affermarsi, lo Statuto dei Lavoratori arrivò soltanto 20 anni dopo. L’impresa italiana non ha mai accettato veramente il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, come invece è avvenuto nel resto d’Europa, ha sempre cercato di affermare un modello paternalista quando non autoritario nel rapporto con i propri dipendenti. Questo è il carattere distintivo, culturale, del padronato italiano, che attualmente, complice il momento politico favorevole e la crisi economica, si sta dispiegando in tutte le sue forze.

Al vertice della piramide sociale c’è il profitto: “Se c’è il guadagno c’è l’impresa; se c’è l’impresa, c’è il lavoro; se c’è il lavoro, ci possono essere i salari e forse anche i diritti”. I lavoratori ritornano ad essere merci: le condizioni, il prezzo lo stabilisce il mercato. Marchionne docet.

Percorrendo questa strada si arriva a Pomigliano, poi si risale a Nord sino a Mirafiori e poi ancora a Sud: Cassino, Melfi. Per metastasi la cancellazione dei diritti si diffonde in tutto il paese. La politica, impotente e servile, applaude. Si discute di liberare l’impresa abolendo l’art. 41 della Costituzione, qualcuno grida allo scandalo, nessuno si accorge che Marchionne “l’articolo 41, insieme a diversi altri, lo sopprime di fatto nel consenso generale, senza nemmeno un piccolo confronto parlamentare”. È un percorso totalmente asimmetrico, emerge soltanto un punto di vista, quello dell’impresa. Il punto di vista del lavoro è completamente ignorato.

Sotto la pressione dell’ideologia dei padroni abbiamo perso di vista una semplice verità: “quando il lavoro estendeva le sue conquiste, miglioravano i diritti di tutti; quando l’impresa impone alla società la sua logica del  profitto, quei diritti sono messi in discussione”.

Che fare, dunque? Cremaschi guarda all’Europa, alla ricostituzione dell’Europa sociale e democratica del dopoguerra, a quell’Europa che ha costruito un patrimonio pubblico e civile diventato un bene per l’umanità, ma prima bisogna sconfiggere la casta politica economica dominante. Non è facile, ci vuole una rivoluzione democratica fondata sulla partecipazione del popolo e abbia come punto fermo la COSTITUZIONE repubblicana.

Io, però, ho paura che, piazza Tahrir, la Tunisia, il Nord Africa, siano molto lontane e non basti attraversare il Mediterraneo.

Da leggere Da leggere Da leggere.

h.

http://www.fiom.cgil.it/   http://www.editoririuniti.net/   http://www.ibs.it/code/9788835990017/cremaschi-giorgio/regime-dei-padroni-da.html





KHALIMA E IL BALUNDI

8 07 2010

 

KHALIMA E IL BALUNDI

-Non mi piacciono. Mi fanno schifo!-

-Ma dai. Alla fine siamo tutti esseri umani,cosa c’entra il colore della pelle?-

-Non è solo la pelle…come posso spiegarti?Non sono come noi. Vivono in un modo che non mi piace e poi oltretutto puzzano. La loro pelle è flaccida e bianchiccia, macchiata. Sarà quello che mangiano. Usano burro, cipolle, lardo e poi…-

-Ogni nazione ha il suo modo di cucinare. Anche noi magari puzziamo secondo loro. Le nostre spezie sono piuttosto forti. Non so. E’ una storia che si ripete.-

-Ma per favore! Mangiano pure la carne di maiale e quella delle galline!! Galline e maiali che mangiano e becchettano di tutto anche cibi marci o cacca…phuà!-

-Potremmo stare qui all’infinito a parlare di queste cose. Mi sembra illogico dire che altri esseri umani, solo perchè bianchi, facciano schifo. C’è del buono in ogni cultura, in ogni posto. Le differenze sono anche belle, almeno quelle che riguardano i cibi, la cultura, i modi di vestire, le abitudini.-

Così la pensava Khalima. Parlava mentre guardava fuori dalla porta, verso le basse colline al di là di Balundi.Così pensava e intanto sognava quel mondo tanto colorato e ricco di differenze.

La sua amica,Salandi, aveva già fatto molti viaggi in diversi paesi dell’Europa Bianca, come anche lei del resto, ma non riusciva a capire perchè avrebbe dovuto accettare e sopportare tutti gli extracontinentali che negli ultimi anni avevano “invaso”il Ghanaui e l’Africa in generale.

C’era più povertà in Europa e le continue guerriglie tra gli stati della “Striscia dell’Est”e nelle zone russe, non avevano migliorato la situazione europea ancora precaria sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista sociale.

Molti bianchi arrivavano in Africa sperando di trovare un lavoro magari come coltivatori in quelle immense distese di terreno o come guardiani di animali, come giardinieri, stallieri o domestici oppure solamente per la disperazione e per scappare dalla guerra.

I bianchi facevano fatica a volte ad adeguarsi alle nuove culture, loro che , come il loro vecchio continente , si portavano appresso un vecchio e stratificato bagaglio culturale intriso di ricordi degli anni d’oro del vetusto continente.

Dopo il colorato rito del giorno di festa Khalima ancora ascoltava e parlava:

-Li hai visti?Sono finalmente venuti a festeggiare con noi. Mi fa piacere. C’erano anche i loro capi religiosi. Un po’ ridicoli con quelle tuniche nere e le donne con quei copricapi mi fanno pena ma per loro è così.-

-Certo. Sono felice anche io- disse Khalima a Bobomi:- Si respirava una belle atmosfera.Non so tu come la pensi Balbour e tu Salandi?Ah!Ah!Ah!-

-Per piacere! Ma lo sai che loro dicono di essere spose del signore?Di Dio! E poi non si possono sposare e parlare di sesso è vietato, anche agli uomini!Danno consigli a tutti , si fanno raccontare i peccati dai loro adepti e si obbligano a non fare pensieri strani per far felice il loro Dio…pazzesco!-

Balbour meditava e poi:-So che hanno problemi con il sesso. Rispetto però le loro idee se lo fanno per scelta.Spero non siano obbligati. E’ la storia della loro religione che mi lascia perplesso. Come quella di alcuni dei movimentiche la compongono. Seguono una figura carismatica e pacifica come quella di Gesù Cristo ma hanno secoli sanguinosi e di tortura alle spalle ed in alcuni stati i loro centri di potere religioso coprono crimini aberranti.Ma non mi va di parlarne se no si fomenta ancora di più questa ondata di odio nei confronti dei bianchi che porterà solo guai. Cerchiamo di conoscerli meglio. Anche noi non siamo senza macchia e le nostre religioni non sono un gran bell’esempio.-

– Hai ragione Balbour.-

-Però sono qui e non vogliono adattarsi. Dovrebbero capirci prima loro visto che sono ospiti.- disse Salandi.

-Vorrebbero che nelle nostre scuole si insegnasse qualcosa su Gesù o i loro dèi. Scherziamo?!Iniziamo così poi va a finire che le nostre usanze vengono soppiantate da quelle di questi guerrafondai barbari.-

-Ma non puoi fermare il processo di mescolanza e integrazione fra culture diverse.-

-Integrazione? Non vogliono integrarsi in verità. E gravano pure sul nostro governo. Si ammalano più di noi. Non sono agili come noi, hanno la pelle troppo delicata e non sopportano le nostre temperature.Svengono e no corrono veloce, si fanno pure sbranare dai leoni. Poi sono disposti a fare qualunque cosa per due soldi, la feccia. Stanno divebtando la feccia dei nostri paesi. E ci tocca tenerli nelle prigione. Pochi tornano al loro paese.-

– Un vero problema. Peròl’odio non risolve la questione alla radice.- Disse Balbour.

-Se creano tutti questi problemi è meglio che se ne stiano dove sono nati.E’ meglio per loro e noi non ci arrabbiamo più anzi avremo più lavoro per noi.-

-Guarda Salba, ha sposato Sara la bianca e hanno un bel bambino. Ecco la soluzione: l’amore!-

-Con una infinità di problemi culturali. Lei era di una religione che non accettava chi credeva alle divinità della Terra. Pensa un po’…che bravi questi bianchi! Corre voce che lui si sia convertito per sposarla. Forse loro non possono nemmeno avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Sono pazzi. Integralisti!-

-Anche noi abbiamo delle regole un po’ rigide.Forse non le seguiamo…-

-Loro sono peggio.Sono solo problemi.-

Khalima capiva. Khalima pensava. Khalima valutava.Khalima cercava di comprendere fino in fondo i due risvolti della questione: le istanze del suo popolo e la cultura dei bianchi.

Si facevano discorsi profondi in merito. Si facevano stupide asserzioni. Si proferivano giudizi di una durezza inaudita. Si proferivano parole di solidarietà.

Khalima aveva tanti amici, sia neri che bianchi. Khalima non riusciva ad odiare nessuno. Khalima leggeva e si informava. Khalima aiutava se poteva. Se fosse stata lei dall’altra parte?

Ma Khalima era della stirpe di quelli più fortunati, non era tra i “diversi” e tutto era più facile, forse anche essere bravi.

C’era chi era uguale, come gli altri e chi era diverso.

Chi era come gli altri sembrava capire meno.Chi era diverso forse poteva essere più sensibile.

Ma Khalima non era mai stata diversa né per religione, né per gusti sessuali, né per scelte di vita, né per eccentricità, né per spirito artistico, né per via della sua famiglia, né per i suoi amici, né per le scelte politiche, né per violenze subite, né per altri motivi.

Khalima era come gli altri e forse era più fortunata. Khalima di questo non era convinta ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta.

LTSTAR