Marzo ’43, la spallata operaia al fascismo.

1 04 2013

1943-ScioperoNel mese di marzo di settant’anni fa, nell’Italia sconvolta dalla guerra, decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

di Claudio Dellavalle

Nel mese di marzo di settant’anni fa nell’Italia sconvolta dalla guerra si produsse un fatto inaspettato, che rappresentò la prima vera crepa della dittatura fascista e l’inizio del lungo e drammatico percorso di riconquista della democrazia e della libertà. Decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

La protesta operaia prese avvio il 5 marzo a Torino, si allargò nei giorni successivi in città e nei centri vicini, passò nelle fabbriche di altre aree piemontesi; dopo la metà di marzo si estese alle fabbriche di Milano, di Sesto S. Giovanni e del circondario milanese, ad altre province lombarde, toccò alcune fabbriche in Emilia e arrivò fino a Porto Marghera, esaurendosi alla metà di aprile. In quaranta giorni più di 200mila operai, secondo le valutazioni fasciste, avevano incrociato le braccia nonostante le minacce, gli arresti e il silenzio stampa imposto dal regime.

Lo sciopero ebbe una notevole risonanza anche sul piano internazionale. In effetti si configurava come un atto di ribellione, un atto politico, perché per la legge fascista non solo l’interruzione del lavoro era illegale e dunque vietata e punita, ma in tempo di guerra era considerata un atto eversivo, un tradimento della nazione fascista in armi.

Che cosa aveva portato migliaia di operai e operaie ad una prova così rischiosa e piena di incognite? Il terzo anno di guerra aveva impietosamente rivelato i limiti dell’Italia coinvolta in uno scontro insostenibile. Per la verità già dopo il primo anno di guerra l’Italia fascista si era rivelata per quello che era: un paese dallo sviluppo industriale limitato, condotto da una scelta politica irresponsabile a misurarsi in un’impresa superiore alle sue forze. Il regime, anziché prendere atto dell’inferiorità presto evidente, aveva moltiplicato le occasioni di coinvolgimento fino all’ultima disastrosa avventura a fianco di Hitler nella guerra all’Unione sovietica di Stalin.

La distanza tra la visione eroica della nazione in guerra offerta dal fascismo e la dura realtà delle sconfitte si era fatta troppo grande per essere colmata dalla propaganda. Inoltre dall’autunno 1942 la guerra, fino a quel punto lontana, irrompe nella vita degli italiani sottoposti alla minaccia continua dei bombardamenti alleati e al rischio delle distruzioni e della morte. Ne deriva una condizione di insicurezza e precarietà che sconvolge le relazioni della vita quotidiana: centinaia di migliaia di persone, di ogni ceto sociale, con lo sfollamento dai centri urbani cercano di sottrarsi ad una minaccia che può colpire in ogni momento e rispetto alla quale le difese preparate dal regime si sono rivelate inconsistenti.

In questo quadro in rapido deterioramento e privo di sbocchi si colloca la specifica condizione di migliaia di operai e operaie. Mentre le fabbriche sono diventate obiettivi di guerra, le loro condizioni vita e di lavoro si sono deteriorate: da un lato orari prolungati con ritmi stressanti, dall’altro le riduzioni delle razioni alimentari e l’aumento dei prezzi mentre i salari sono bloccati. Il ricorso al mercato nero per un verso diventa una necessità ma per un altro resta un miraggio perché i prezzi rendono inavvicinabili gran parte dei beni: anche cibi popolari come pane e pasta si riducono in quantità e peggiorano in qualità.

Le famiglie operaie che non possono sfollare sono costrette a una vita sospesa tra la minaccia che viene dal cielo e le difficoltà della vita in città. Chi invece ha sfollato la famiglia in campagna deve sottoporsi al disagio di trasporti sconvolti dalle incursioni aeree, e dagli orari incerti. Le condizioni interne ed esterne alla fabbrica arrivano presto ad un punto di rottura proprio in quello che il regime considerava la colonna portante del “fronte interno”.

In effetti il sistema industriale nel corso dei primi due anni di guerra era cresciuto assorbendo manodopera. Accanto agli operai specializzati era lievitato il numero degli occupati nelle produzioni standardizzate dell’industria bellica: operai poco qualificati, giovani, donne. Le distanze contrattuali tra questi vari settori del mondo del lavoro erano notevoli, ma dal 1942 l’inflazione e la scarsità di beni avevano attenuato rapidamente le differenze tra categoria e categoria. Diventava urgente trovare il modo di difendere le esigenze minime di vita di tutti. Anche gli operai di alta qualifica, che avevano un notevole potere contrattuale, diventavano disponibili a rivendicazioni egualitarie perché, come si diceva in fabbrica, “tutti hanno la bocca sotto il naso”.

Il disagio operaio si manifesta per vari segni tra la fine del 1942 e l’inizio del nuovo anno. Sia il sindacato fascista sia le componenti dell’antifascismo avvertono una situazione nuova nelle fabbriche. L’antifascismo ha subito fra gli anni trenta e l’inizio della guerra pesanti colpi dalla repressione della polizia politica fascista. Nelle fabbriche solo i comunisti hanno mantenuto una qualche debole presenza. Ma le difficoltà della guerra aprono nuovi spazi di intervento.

Dall’estate 1941 Umberto Massola, su mandato della direzione del Pci, riesce a entrare in Italia e a ritessere la rete dei collegamenti tra i militanti soprattutto nelle fabbriche di Torino, Milano e Genova. Questo “velo” organizzativo riesce a produrre e a far circolare clandestinamente la stampa di partito, che batte sui temi della guerra ormai persa e delle condizioni di vita e di lavoro degli operai.

Alla fine del 1942 e nei primi mesi del 1943 si verificano in diverse fabbriche alcune proteste spontanee di breve durata. Sono i segni di quello che è stato definito l’antifascismo “esistenziale”, frutto delle difficoltà di vita dei ceti popolari: in fabbrica esso trova le condizioni per incontrarsi con l’antifascismo “storico” di militanti motivati da scelte ideologiche e politiche.

Le proteste spontanee spingono Massola e il gruppo torinese a lui collegato a tentare un’iniziativa di protesta basata su rivendicazioni comuni: 192 ore di salario (erano state promesse agli sfollati e rivendicate per tutti), e un’indennità di guerra. Una protesta dunque di tipo economico, ma che avrebbe assunto, se estesa a più fabbriche, un significato politico, come atto ostile al regime e quindi avrebbe provocato reazioni repressive.

Per ridurre i rischi i militanti di fabbrica suggeriscono di incrociare le braccia sul posto di lavoro evitando manifestazioni esterne che sarebbero state represse con la forza. Si cerca il coinvolgimento della fabbrica più importante sul piano nazionale, la Fiat Mirafiori, che occupava allora 15mila operai e che per la presenza di militanti più esperti poteva fare da esempio trainante per tutti. In realtà le cose andarono in modo diverso: un primo tentativo fallisce e viene ripetuto venerdì 5 marzo, alle ore 10 all’officina 19 delle ausiliarie di Mirafiori.

La protesta ha breve durata e non si estende alla massa degli operai; lo sciopero riesce invece in modo significativo in due fabbriche di medie dimensioni, dove è forte la presenza di operai specializzati. Lunedì 8 marzo scioperano otto fabbriche; il giorno seguente altre ne seguono l’esempio e finalmente dal giorno 11 tutte le maggiori aziende torinesi, compresa Mirafiori, si fermano. Le forme e la durata della protesta sono molto diverse a seconda delle reazioni che le direzioni aziendali, il sindacato, il partito fascista o l’apparato di polizia mettono in atto. Per cui si va da interruzioni brevi, a volte ripetute, a blocchi prolungati dell’attività secondo una logica difficile da individuare: in alcune situazioni le indicazioni dei militanti comunisti sono determinanti; in altre la protesta procede secondo spinte del tutto autonome. L’apporto dei comunisti risulta però decisivo nel far circolare le notizie sullo sciopero e dare un minimo di coordinamento alle richieste.

Così dopo la metà di marzo lo sciopero si estende da Torino e dal Piemonte a Milano e in Lombardia. L’Unità del 15 marzo, diffusa nelle fabbriche milanesi, riporta la cronaca degli scioperi di Torino, le rivendicazioni avanzate e l’invito a scioperare. L’effetto imitazione funziona e lo sciopero anche qui si estende, malgrado sindacato e partito fascista, direzioni aziendali e apparato repressivo siano informati degli sviluppi della protesta. Dove le comunicazioni con i comunisti delle fabbriche non funzionano per difficoltà interne, come avviene a Genova, la protesta non decolla. Nell’insieme gli scioperi possono essere descritti come un’onda anomala, imprevedibile, con comportamenti operai differenti da situazione a situazione: le strutture del regime sono disorientate, incerte tra repressione e qualche concessione.

Un bilancio quantitativo degli scioperi non è facile, tuttavia la cifra di 200mila scioperanti indicata dal sindacato fascista è un riferimento accettabile. Una minoranza, come dirà il Duce di fronte al direttorio del partito fascista per sminuire la portata degli scioperi, e tuttavia una minoranza che coinvolge quasi tutte le maggiori fabbriche italiane impegnate nella produzione bellica. D’altra parte la profonda irritazione di Mussolini nei confronti del sindacato, del partito, delle strutture repressive, cioè di tutto l’apparato del regime rivelatosi inadeguato rispetto alla novità degli scioperi, stava a significare che le agitazioni operaie avevano colpito nel segno.

A complicare le cose c’era il fatto che in molte realtà anche operai considerati filofascisti o iscritti al fascio avevano partecipato alla protesta. Ulteriore elemento, per altro sottovalutato, era stata la presenza massiccia nelle proteste di molte donne, in alcune situazioni le più determinate nello scontro con le direzioni e i sindacati fascisti. Molte di esse vengono denunciate. Dunque la protesta operaia rese palese ciò che molti pensavano ma non osavano dire, e cioè che la crisi da militare si stava trasformando in crisi sociale. Da qui il carattere politico degli scioperi del marzo 1943, che da questo punto di vista assumono una valenza cruciale, segnando un punto di non ritorno nella parabola discendente del fascismo.

Questo dato è ovviamente sottolineato dai comunisti, che hanno lavorato per avviare la protesta, accompagnarla e diffonderla. Ma vale anche per le altre componenti dell’antifascismo politico, stimolate a mettersi in gioco. D’ora in poi i comunisti, per comune riconoscimento, potranno legittimamente assumere un ruolo primario di rappresentanza delle forze del lavoro e questo susciterà l’emulazione delle altre componenti. Già nel corso degli scioperi, ad esempio, è significativo lo sforzo compiuto dagli azionisti torinesi nel dare rilievo alle agitazioni, e prezioso si rivelerà il loro apporto per far conoscere sul piano internazionale la protesta degli operai italiani, che susciterà attenzioni preoccupate anche nei circoli conservatori e vicini alla monarchia.

D’altra parte la cifra prevalente delle agitazioni non è quella di una sola componente politica ma di un soggetto sociale aperto alle proposte della politica. Più in generale, nel considerare l’insieme della prova sostenuta dagli operai nel marzo 1943, si può affermare che proprio l’intreccio di azione politica e di iniziativa spontanea che aveva alimentato gli scioperi costituì l’avvio di una fase nuova nella storia del paese. E in essa il manifestarsi di un protagonismo del mondo del lavoro destinato a durare in contesti completamente diversi.

Nei due difficilissimi anni che seguirono l’iniziativa operaia avrà modo di manifestarsi con una intensità ed efficacia di gran lunga superiore all’apporto di altre componenti sociali. Da questo punto di vista gli scioperi del marzo 1943 possono essere considerati il primo passo per una nuova Italia, dove le forze del lavoro avranno piena legittimazione e un ruolo centrale nel percorso di avvicinamento alla scelta democratica.

* Presidente Istituto piemontese per la storia della Resistenza

tratto dal sito www.rassegna.it

 





Lo specchio di Sarajevo – Adriano Sofri –

21 03 2011

Per me parlare di questo libro intenso e denso di spirito di umana fratellanza è parlare anche di una grande emozione personale.

Quando ho preso in mano, per la prima volta, la mia copia de “Lo specchio di Sarajevo” era avvolta in una carta da pacchi perchè era il regalo di una coppia di carissimi amici.

Poche settimane prima io e loro, insieme ad un quarto vagabondo, ci eravamo stati per qualche giorno, nel mezzo di un breve viaggio in Bosnia, in quella Sarajevo che Sofri definisce come uno specchio. L’ho quindi letto dopo e non prima di esserci stato e ne sono felice.

Infatti durante la lettura, ad ogni pagina quasi, mi si ponevano dinnanzi le immagini della città sotto la neve che avevo visto; le colline che ne cingono i fianchi, gli edifici ricostruiti delle torri che divennero l’immagine simbolo dell’assedio, le viuzze scivolose della città vecchia con le sue fontane e moschee, i cimiteri, i tanti, troppi cimiteri dove le date di morte si concentrano quasi tutte in quei  maledetti anni di assedio.

Anche senza sapere in fondo poi molto della recente e sanguinosa storia della città in ogni momento in cui sono stato a Sarajevo ho percepito con chiarezza il fatto di essere in un luogo dove, per chi vi transita, si impone di riflettere sulla sofferenza, sul sacrificio, sulla violenza e sulla morte.

Ogni momento trascorso è stato, quindi, per me carico di emozioni forti.

Ne voglio in particolare ricordare una.

Voglio ricordare di quando, al tramonto di un sole pallido, saliti sui bastioni di un’antica fortezza che domina la città da nord, allora coperta da un manto di neve soffice, abbiamo visto le luci dei palazzi e delle case e delle strade accendersi una dopo l’altra ascoltando il suono della voce dei muezzin che richiamavano i fedeli alla preghiera della sera nelle moschee sparse per la città. Mentre appena sotto di noi un enorme cimitero con al centro la maestosa tomba di Izbegovic ci ammoniva che quel momento di grande bellezza e commozione è costato la vita e la sofferenza di un popolo per dare anche a noi la libertà di essere li, infagottati ed infreddoliti a godere di quell’istante.

L’edizione originale del libro è del 1997 ma, dopo essere sparito dalla circolazione per troppo tempo, Sellerio decide di ristamparlo nel 2010 rendendolo così nuovamente alla lettura di chiunque lo voglia.

Raccoglie un serie di articoli scritti tra il 1993 ed il 1995 da Adriano Sofri come corrispondente da Sarajevo per L’Unità, il Manifesto e Cuore, durante i terribili anni dell’assedio alla città trasformata da grande capitale europea ad enorme galera.

Gli articoli si riempiono soprattutto della gente di Sarajevo, quei sarajevesi di cui è difficle non innamorarsi quando li si conosce ed incontra.

Per secoli luogo di incredibile tolleranza e multiculturalità, dove Islam, Ebraismo e Cristianesimo cattolico ed ortodosso hanno convissuto, dove imperi secolari come quello ottomano e quello austriaco si sono incontrati lasciando meravigliosi ricordi culturali ed architettonici Sarajevo è pur tuttavia ricordata per fatti di sangue. L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per mano del nazionalista serbo Gravrilo Princip, scintilla che farà deflagrare il primo conflitto mondiale, e per i lugubri anni dell’assedio sotto i bombardamenti dei cetnci serbo-bosniaci dei criminali di guerra Karadzic e Mladic.

Di questi anni si Sofri ci racconta le difficoltà di vivere in una città in cui incroci stradali, mercati, i cortili dove giocano i bambini, le code alle fontane per l’acqua diventano i luoghi preferiti da cecchini e granetieri per esercitare la loro mira.

Ci dipinge i visi sofferenti della gente, della loro dignità.

Ci spinge a riflettere suule responsabilità enormi che la comunità internazionale ebbe in quella vicenda come in tutta la guerra nei Balcani.

Le immagini dei volti e dei luoghi che Sofri evoca e descrive sono così vivide da sembrarci di poter toccare quei visi scavati da inverni gelidi senza quasi riscaldamento e cibo, di poter udire quelle voci cariche di dramma eppure anche di una, tutta bosniaca, incredibile ironia.

Sarajevo è uno specchio ci dice l’autore, uno specchio che riflette noi stessi e la nostra stessa patria.

Questo libro ci può aiutare quindi a capire ancora oggi molto su noi stessi e su quella guerra, insegnarci a rispettare i popoli che ricercano l’indipendenza, insegnarci ad aiutarli nel loro percorso di libertà, che è anche nostra libertà.

Insegnarci anche ad amarli, come Sofri ha amato profondamente gli abitanti di Sarajevo nei suoi soggiorni sotto le bombe.

Può farci riflettere sulle contraddizioni di un pacifismo imbelle senza se e senza ma che a volte ci fa, nostro malgrado, diventare complici di carnefici efferati.

Credo che queste riflessioni, soprattutto in momenti come questi, tragici della guerra in Libia, siano utili e doverose.

Per concludere mi sia permesso un ringraziamento a quella coppia di amici che ha voluto condivedere con me l’emozione grande di un pezzo di Balcani e farmi omaggio di questo bel libro.

Hvala amici miei!

A.