W il 25 Aprile

25 04 2012

W la Resistenza! W la Liberazione! W il 25 Aprile! Quante volte lo abbiamo gridato alle manifestazioni, e ogni volta in cuor nostro sentivamo la bellezza e la forza di queste parole, la bellezza e la forza della libertà. E ogni anno celebrare la Festa della Liberazione è ritrovare l’entusiasmo per continuare le nostre battaglie per una maggiore giustizia sociale e civile.

Quest’anno voglio festeggiare il 25 Aprile con un pugno di canzoni, cantate a gran voce e con commozione. La prima, intitolata Partigiano sconosciuto, è del gruppo torinese Cantacronache, testo di Anonimo, musiche di Sergio Liberovici.

A Modena, prima città italiana liberata dai suoi partigiani domenica 22 aprile 1945, la sera del 23 aprile fu data notizia che era stato trovato un partigiano ucciso, sconosciuto a tutti, il quale aveva in tasca soltanto un pezzo di pane. La sua fotografia fu esposta per alcuni giorni sotto il portico del Collegio nella località più centrale e più frequentata della città; poi non se ne seppe più nulla. Questa poesia di un anonimo, appunto ispirata a questo episodio, comparve in quei giorni accanto alla fotografia dello sconosciuto.

Ancora Cantacronoche. Una bellissima canzone. Il testo è di Italo Calvino, la musica di S. Liberovici.  Qui è presentata nella versione dei Modena City Ramblers.

“Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere si educheranno all’amore per il loro paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull’esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana.”  Giovanni Pesce

Questa è la storia di uno dei tanti eroi della Resistenza: Dante Di Nanni. Cantano gli Stormy Six, uno dei più grandi gruppi rock italiani.

Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore. I 7 fratelli Cervi. Marco Paolini e i Mercanti di Liquore dal vivo.

Bella Ciao la cantiamo sempre e non poteva mancare. Questa è una versione originale degli Yo Yo Mundi, tratta dallo spettacolo Resistenza, Teatro di Casale Monferrato.

Ora e Sempre, Resistenza!

 

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Hurbinek

26 01 2012

Lo scorso anno in occasione del Giorno della Memoria Marco Paolini ha presentato Ausmerzen, un monologo sullo sterminio dei più deboli nella Gemania nazista: i disabili. Al termine della rappresentazione Paolini ha voluto leggere un brano tratto dal libro La tregua di Primo Levi, per ricordarci come la memoria delle vittime, coloro a cui i nazisti negavano l’identità di uomini, possa testimoniare attraverso le parole di chi è rimasto. Ascoltatelo…

 

Hurbinek

tratto da “La tregua” di PRIMO LEVI

Fuori dai vetri, benché nevicasse fitto, le funeste strade del campo non erano piú deserte, anzi brulicavano di un viavai alacre, confuso e rumoroso, che sembrava fine a se stesso. Fino a tarda sera si sentivano risuonare grida allegre o iraconde, richiami, canzoni. Ciononostante la mia attenzione, e quella dei miei vicini di letto, raramente riusciva ad eludere la presenza ossessiva, la mortale forza di affermazione del piú piccolo ed inerme fra noi, del piú innocente, di un bambino, di Hurbinek.

 

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giú, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.

Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia dì Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.

Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo». Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome,

Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbínek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.

Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero, – Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui – egli testimonia attraverso queste mie parole.

PRIMO LEVI