Marzo ’43, la spallata operaia al fascismo.

1 04 2013

1943-ScioperoNel mese di marzo di settant’anni fa, nell’Italia sconvolta dalla guerra, decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

di Claudio Dellavalle

Nel mese di marzo di settant’anni fa nell’Italia sconvolta dalla guerra si produsse un fatto inaspettato, che rappresentò la prima vera crepa della dittatura fascista e l’inizio del lungo e drammatico percorso di riconquista della democrazia e della libertà. Decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

La protesta operaia prese avvio il 5 marzo a Torino, si allargò nei giorni successivi in città e nei centri vicini, passò nelle fabbriche di altre aree piemontesi; dopo la metà di marzo si estese alle fabbriche di Milano, di Sesto S. Giovanni e del circondario milanese, ad altre province lombarde, toccò alcune fabbriche in Emilia e arrivò fino a Porto Marghera, esaurendosi alla metà di aprile. In quaranta giorni più di 200mila operai, secondo le valutazioni fasciste, avevano incrociato le braccia nonostante le minacce, gli arresti e il silenzio stampa imposto dal regime.

Lo sciopero ebbe una notevole risonanza anche sul piano internazionale. In effetti si configurava come un atto di ribellione, un atto politico, perché per la legge fascista non solo l’interruzione del lavoro era illegale e dunque vietata e punita, ma in tempo di guerra era considerata un atto eversivo, un tradimento della nazione fascista in armi.

Che cosa aveva portato migliaia di operai e operaie ad una prova così rischiosa e piena di incognite? Il terzo anno di guerra aveva impietosamente rivelato i limiti dell’Italia coinvolta in uno scontro insostenibile. Per la verità già dopo il primo anno di guerra l’Italia fascista si era rivelata per quello che era: un paese dallo sviluppo industriale limitato, condotto da una scelta politica irresponsabile a misurarsi in un’impresa superiore alle sue forze. Il regime, anziché prendere atto dell’inferiorità presto evidente, aveva moltiplicato le occasioni di coinvolgimento fino all’ultima disastrosa avventura a fianco di Hitler nella guerra all’Unione sovietica di Stalin.

La distanza tra la visione eroica della nazione in guerra offerta dal fascismo e la dura realtà delle sconfitte si era fatta troppo grande per essere colmata dalla propaganda. Inoltre dall’autunno 1942 la guerra, fino a quel punto lontana, irrompe nella vita degli italiani sottoposti alla minaccia continua dei bombardamenti alleati e al rischio delle distruzioni e della morte. Ne deriva una condizione di insicurezza e precarietà che sconvolge le relazioni della vita quotidiana: centinaia di migliaia di persone, di ogni ceto sociale, con lo sfollamento dai centri urbani cercano di sottrarsi ad una minaccia che può colpire in ogni momento e rispetto alla quale le difese preparate dal regime si sono rivelate inconsistenti.

In questo quadro in rapido deterioramento e privo di sbocchi si colloca la specifica condizione di migliaia di operai e operaie. Mentre le fabbriche sono diventate obiettivi di guerra, le loro condizioni vita e di lavoro si sono deteriorate: da un lato orari prolungati con ritmi stressanti, dall’altro le riduzioni delle razioni alimentari e l’aumento dei prezzi mentre i salari sono bloccati. Il ricorso al mercato nero per un verso diventa una necessità ma per un altro resta un miraggio perché i prezzi rendono inavvicinabili gran parte dei beni: anche cibi popolari come pane e pasta si riducono in quantità e peggiorano in qualità.

Le famiglie operaie che non possono sfollare sono costrette a una vita sospesa tra la minaccia che viene dal cielo e le difficoltà della vita in città. Chi invece ha sfollato la famiglia in campagna deve sottoporsi al disagio di trasporti sconvolti dalle incursioni aeree, e dagli orari incerti. Le condizioni interne ed esterne alla fabbrica arrivano presto ad un punto di rottura proprio in quello che il regime considerava la colonna portante del “fronte interno”.

In effetti il sistema industriale nel corso dei primi due anni di guerra era cresciuto assorbendo manodopera. Accanto agli operai specializzati era lievitato il numero degli occupati nelle produzioni standardizzate dell’industria bellica: operai poco qualificati, giovani, donne. Le distanze contrattuali tra questi vari settori del mondo del lavoro erano notevoli, ma dal 1942 l’inflazione e la scarsità di beni avevano attenuato rapidamente le differenze tra categoria e categoria. Diventava urgente trovare il modo di difendere le esigenze minime di vita di tutti. Anche gli operai di alta qualifica, che avevano un notevole potere contrattuale, diventavano disponibili a rivendicazioni egualitarie perché, come si diceva in fabbrica, “tutti hanno la bocca sotto il naso”.

Il disagio operaio si manifesta per vari segni tra la fine del 1942 e l’inizio del nuovo anno. Sia il sindacato fascista sia le componenti dell’antifascismo avvertono una situazione nuova nelle fabbriche. L’antifascismo ha subito fra gli anni trenta e l’inizio della guerra pesanti colpi dalla repressione della polizia politica fascista. Nelle fabbriche solo i comunisti hanno mantenuto una qualche debole presenza. Ma le difficoltà della guerra aprono nuovi spazi di intervento.

Dall’estate 1941 Umberto Massola, su mandato della direzione del Pci, riesce a entrare in Italia e a ritessere la rete dei collegamenti tra i militanti soprattutto nelle fabbriche di Torino, Milano e Genova. Questo “velo” organizzativo riesce a produrre e a far circolare clandestinamente la stampa di partito, che batte sui temi della guerra ormai persa e delle condizioni di vita e di lavoro degli operai.

Alla fine del 1942 e nei primi mesi del 1943 si verificano in diverse fabbriche alcune proteste spontanee di breve durata. Sono i segni di quello che è stato definito l’antifascismo “esistenziale”, frutto delle difficoltà di vita dei ceti popolari: in fabbrica esso trova le condizioni per incontrarsi con l’antifascismo “storico” di militanti motivati da scelte ideologiche e politiche.

Le proteste spontanee spingono Massola e il gruppo torinese a lui collegato a tentare un’iniziativa di protesta basata su rivendicazioni comuni: 192 ore di salario (erano state promesse agli sfollati e rivendicate per tutti), e un’indennità di guerra. Una protesta dunque di tipo economico, ma che avrebbe assunto, se estesa a più fabbriche, un significato politico, come atto ostile al regime e quindi avrebbe provocato reazioni repressive.

Per ridurre i rischi i militanti di fabbrica suggeriscono di incrociare le braccia sul posto di lavoro evitando manifestazioni esterne che sarebbero state represse con la forza. Si cerca il coinvolgimento della fabbrica più importante sul piano nazionale, la Fiat Mirafiori, che occupava allora 15mila operai e che per la presenza di militanti più esperti poteva fare da esempio trainante per tutti. In realtà le cose andarono in modo diverso: un primo tentativo fallisce e viene ripetuto venerdì 5 marzo, alle ore 10 all’officina 19 delle ausiliarie di Mirafiori.

La protesta ha breve durata e non si estende alla massa degli operai; lo sciopero riesce invece in modo significativo in due fabbriche di medie dimensioni, dove è forte la presenza di operai specializzati. Lunedì 8 marzo scioperano otto fabbriche; il giorno seguente altre ne seguono l’esempio e finalmente dal giorno 11 tutte le maggiori aziende torinesi, compresa Mirafiori, si fermano. Le forme e la durata della protesta sono molto diverse a seconda delle reazioni che le direzioni aziendali, il sindacato, il partito fascista o l’apparato di polizia mettono in atto. Per cui si va da interruzioni brevi, a volte ripetute, a blocchi prolungati dell’attività secondo una logica difficile da individuare: in alcune situazioni le indicazioni dei militanti comunisti sono determinanti; in altre la protesta procede secondo spinte del tutto autonome. L’apporto dei comunisti risulta però decisivo nel far circolare le notizie sullo sciopero e dare un minimo di coordinamento alle richieste.

Così dopo la metà di marzo lo sciopero si estende da Torino e dal Piemonte a Milano e in Lombardia. L’Unità del 15 marzo, diffusa nelle fabbriche milanesi, riporta la cronaca degli scioperi di Torino, le rivendicazioni avanzate e l’invito a scioperare. L’effetto imitazione funziona e lo sciopero anche qui si estende, malgrado sindacato e partito fascista, direzioni aziendali e apparato repressivo siano informati degli sviluppi della protesta. Dove le comunicazioni con i comunisti delle fabbriche non funzionano per difficoltà interne, come avviene a Genova, la protesta non decolla. Nell’insieme gli scioperi possono essere descritti come un’onda anomala, imprevedibile, con comportamenti operai differenti da situazione a situazione: le strutture del regime sono disorientate, incerte tra repressione e qualche concessione.

Un bilancio quantitativo degli scioperi non è facile, tuttavia la cifra di 200mila scioperanti indicata dal sindacato fascista è un riferimento accettabile. Una minoranza, come dirà il Duce di fronte al direttorio del partito fascista per sminuire la portata degli scioperi, e tuttavia una minoranza che coinvolge quasi tutte le maggiori fabbriche italiane impegnate nella produzione bellica. D’altra parte la profonda irritazione di Mussolini nei confronti del sindacato, del partito, delle strutture repressive, cioè di tutto l’apparato del regime rivelatosi inadeguato rispetto alla novità degli scioperi, stava a significare che le agitazioni operaie avevano colpito nel segno.

A complicare le cose c’era il fatto che in molte realtà anche operai considerati filofascisti o iscritti al fascio avevano partecipato alla protesta. Ulteriore elemento, per altro sottovalutato, era stata la presenza massiccia nelle proteste di molte donne, in alcune situazioni le più determinate nello scontro con le direzioni e i sindacati fascisti. Molte di esse vengono denunciate. Dunque la protesta operaia rese palese ciò che molti pensavano ma non osavano dire, e cioè che la crisi da militare si stava trasformando in crisi sociale. Da qui il carattere politico degli scioperi del marzo 1943, che da questo punto di vista assumono una valenza cruciale, segnando un punto di non ritorno nella parabola discendente del fascismo.

Questo dato è ovviamente sottolineato dai comunisti, che hanno lavorato per avviare la protesta, accompagnarla e diffonderla. Ma vale anche per le altre componenti dell’antifascismo politico, stimolate a mettersi in gioco. D’ora in poi i comunisti, per comune riconoscimento, potranno legittimamente assumere un ruolo primario di rappresentanza delle forze del lavoro e questo susciterà l’emulazione delle altre componenti. Già nel corso degli scioperi, ad esempio, è significativo lo sforzo compiuto dagli azionisti torinesi nel dare rilievo alle agitazioni, e prezioso si rivelerà il loro apporto per far conoscere sul piano internazionale la protesta degli operai italiani, che susciterà attenzioni preoccupate anche nei circoli conservatori e vicini alla monarchia.

D’altra parte la cifra prevalente delle agitazioni non è quella di una sola componente politica ma di un soggetto sociale aperto alle proposte della politica. Più in generale, nel considerare l’insieme della prova sostenuta dagli operai nel marzo 1943, si può affermare che proprio l’intreccio di azione politica e di iniziativa spontanea che aveva alimentato gli scioperi costituì l’avvio di una fase nuova nella storia del paese. E in essa il manifestarsi di un protagonismo del mondo del lavoro destinato a durare in contesti completamente diversi.

Nei due difficilissimi anni che seguirono l’iniziativa operaia avrà modo di manifestarsi con una intensità ed efficacia di gran lunga superiore all’apporto di altre componenti sociali. Da questo punto di vista gli scioperi del marzo 1943 possono essere considerati il primo passo per una nuova Italia, dove le forze del lavoro avranno piena legittimazione e un ruolo centrale nel percorso di avvicinamento alla scelta democratica.

* Presidente Istituto piemontese per la storia della Resistenza

tratto dal sito www.rassegna.it

 

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Il lavoro dipendente

10 04 2012

Una breve nota di Roberta Carlini sul lavoro dipendente tratto dal suo sito: www.robertacarlini.it

53,1

Ogni 100 euro prodotti in Italia, solo 53,1 vanno al lavoro dipendente. Detto in un altro modo: ai lavoratori va poco più della metà della torta che cucinano. Trent’anni fa ne prendevano il 65,8%. Però, contribuiscono per il 74% al gettito dell’Irpef – che sarebbe l’imposta su tutti i redditi. Insomma: guadagnano di meno e pagano più tasse. E per di più – ma questo non è illustrato in nessun grafico – nessuno se li fila.





La solitudine degli operai (III parte)

25 02 2012

La foto a sinistra ritrae i delegati della Fiom/Cgil uscire dagli stabilimenti Fiat portandosi dietro le bandiere, i manifesti, i documenti di una lunga storia sindacale, interrotta il 1° gennaio 2012 con l’entrata in vigore del nuovo contratto aziendale, definito di primo livello, sostitutivo dei precedenti accordi interni e del contratto nazionale. I rappresentanti sindacali della Fiom erano stati regolarmente eletti e il loro mandato non ancora scaduto, ma sono stati destituiti da un abile colpo di mano orchestrato dall’azienda con la complicità di altre organizzazioni sindacali. La Fiom/Cgil con l’applicazione del CCSL (contratto collettivo specifico di lavoro) Fiat, non può eleggere i propri delegati, non può indire assemblee, non gode dei diritti sindacali previsti dalla legge e dal contratto, non può nemmeno affiggere un volantino alla bacheca sindacale.

Le lavoratrici e i lavoratori della Fiat non possono scegliere a quale sindacato aderire e da quale sindacato farsi rappresentare. Per Marchionne, la quasi totalità dei partiti, Fim Uilm e Fismic, si direbbe il trionfo della democrazia. Quella negata.

La notizia che i delegati della Fiom uscivano dalla fabbrica cacciati dal nuovo modello di relazioni sindacali (sic!) non ha destato grande scalpore e nemmeno molti commenti. Il silenzio che si è creato intorno alla vicenda è imbarazzante. A Pomigliano tra i lavoratori riassunti nella Newco, lo stabilimento dove si produce la nuova Panda, non c’è un solo iscritto alla Fiom. La Fiat in assoluto spregio della Costituzione e delle leggi dello Stato decide politiche discriminatorie sui programmi di riassunzione in base all’appartenenza sindacale: se sei iscritto alla Fiom non ti faccio lavorare. Anche qui pochi commenti e nessuna presa di posizione, sembra che tutto rientri nella normalità. I politici e parlamentari che durante il referendum tenutosi a Mirafiori, fortemente voluto dalla Fiat, dispensavano consigli – se io fossi un operaio… – e indicazioni di voto, non hanno  nulla da dire e nemmeno da chiedere, su una questione che, evidentemente, ritengono conclusa nel migliore dei modi. È un silenzio assordante, un silenzio che indigna, poiché tutti i parlamentari, di destra e di sinistra, tra i primi compiti a cui dovrebbero rispondere e assolvere c’è quello di fare rispettare la Costituzione, sicuramente non vi è quello di inchinarsi a Marchionne.

La Fiat ha da sempre utilizzato soldi pubblici: incentivi alla rottamazione, investimenti, ammortizzatori sociali; ha usufruito di aiuti e agevolazioni come nell’acquisto dell’Alfa Romeo; ha utilizzato risorse del territorio, uomini donne, ambiente. La Fiat dovrebbe rispondere oltre che alle Leggi italiane anche ad un principio di responsabilità sociale. Ma il manager con il maglioncino, ubicato in un luogo non meglio precisato tra Detroit, Torino e la Svizzera, se ne infischia del principio di responsabilità, delle leggi e della Costituzione Italiana. Marchionne risponde solo agli azionisti e ai loro profitti.

L’ultimo esempio è rappresentato dalla palese violazione della sentenza di Potenza sul licenziamento illegittimo dei 3 operai di Melfi. Reintegrati dal giudice non sono stati riammessi al lavoro, la Fiat ha comunicato che non intende avvalersi delle loro prestazioni lavorative. Un po’ come dire LA LEGGE SONO IO , PER IL RESTO ME NE FREGO. Anche su questa vicenda, silenzio.

Nel silenzio e nell’indifferenza generale: dei partiti, del governo, della grande stampa; i lavoratori, soli, continuano a difendere i diritti, la Costituzione, la dignità di uomini e donne, il lavoro, l’idea moderna di un’Europa fondata sullo stato sociale, la democrazia.

A. S.





La solitudine degli operai (II parte)

19 02 2012

La propaganda di regime ci spiega quotidianamente, pur senza argomentazioni plausibili, che i mali di cui soffre l’economia risiedono nell’art. 18 vero elemento di arretratezza del paese. Secondo queste teorie strampalate e disoneste l’art. 18 impedisce all’economia di crescere e alle aziende di assumere, ostacola la mobilità sociale, favorisce il nanismo delle imprese; è un impedimento per le aziende straniere che vorrebbero investire in Italia, è la principale causa della diffusa precarietà, aumenta la disoccupazione. Naturalmente, non c’è una sola ricerca, seria e documentata, in grado di sostenere queste tesi, ma per gli ideologi del libero mercato non è che un insignificante dettaglio, la strategia consiste nel ripetere all’infinito lo stesso concetto: prima o poi finiranno per crederci.

Negli anni l’esercito degli oppositori all’art. 18 ha ingrossato le sue fila. A questi si è aggiunta recentemente una nuova categoria (quella degli imparziali astenuti indifferenti), rappresentata da un partito di massa, il PD, che nonostante sia al governo, sul lavoro sembra non avere un’opinione, preferendo lasciare alle parti sociali la decisione, e qualunque sia assumerla. Gira e rigira siamo sempre lì: “o Franza o Spagna purchè se magna”. Alla fine tutto aiuta  a confinare nel più assoluto isolamento gli strenui difensori di un principio di civiltà oltre che di tutela, qual è appunto l’art. 18 e lo Statuto dei Lavoratori.

Essendo l’art. 18 norma di vera tutela contro i ricatti, i soprusi e le discriminazioni, per i tanti sostenitori della sua abrogazione (la neo-lingua preferisce “manutenzione”) diventa efficace sostenere, mistificando, che in Italia non sia possibile licenziare, nemmeno per motivi economici. Falso. Niente di più falso. La normativa sui licenziamenti è stabilita dalla legge 604 del 1966, la quale prevede che il licenziamento possa essere intimato per giusta causa o giustificato motivo oggettivo: il recesso per motivi economici rientra nel secondo caso, se sono interessati uno o più lavoratori si parla di licenziamento plurimo individuale, se i lavoratori coinvolti sono almeno cinque si deve invece attivare la procedura per i licenziamenti collettivi, la cosiddetta mobilità. Occorre tenere presente che in Italia nel solo 2011 sono stati collocati in mobilità attraverso procedure di licenziamenti collettivi migliaia di lavoratori. Risulta evidente che l’affermazione sull’impossibilità di licenziare è priva di fondamento.

L’art. 18 della Legge 300 interviene solo dopo che il licenziamento è stato effettuato, e solo se il licenziamento non è sorretto né da giusta causa né da giustificato motivo oggettivo, dunque non impedisce i licenziamenti. La natura dell’art. 18 è di avere carattere sanzionatorio, a fronte di un licenziamento illegittimo prevede il reintegro del lavoratore e il risarcimento del danno, principio sacrosanto.  Perché, dunque, abolirlo o modificarlo? I padroni senza provare vergogna nel coprirsi di ridicolo rispondono: perché licenziando faremo più assunzioni. I tecnici al governo nella loro austera banalità replicano: perché ce lo chiedono la BCE e l’Europa.

Le ragioni sono altre, in fondo semplici: i lavoratori dipendenti devono essere privati totalmente di qualsiasi forma di tutela, per fare in modo che siano ricattabili, impossibilitati nel presentare legittime rivendicazioni, di conseguenza con un potere contrattuale prossimo allo zero. I lavoratori senza l’art. 18 sono soli. Soli di fronte al padrone che dispone del loro lavoro e del loro tempo, che li remunera quanto vuole per il tempo che serve; i lavoratori trasformati in merce saranno soggetti alle regole del mercato, senza diritti e senza dignità.

Il tentativo di abrogare o modificare l’art. 18 risponde a politiche liberiste il cui scopo è ampliare il sistema globalizzato di sfruttamento dei popoli, delle persone e dell’ambiente; polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi, aumentare le disuguaglianze e la povertà, espropriare le comunità dei suoi beni comuni. A parole tutto quello che il governo Monti e la sua corte dicono di voler combattere.

A. S.





La solitudine degli operai (I parte)

11 02 2012

Ammesso che esistano differenze tra il governo Monti e il governo Berlusconi, sicuramente non ce ne sono per quanto riguarda le politiche economiche e sociali, in particolare sulle materie riguardanti il lavoro. Trovo, invece, nelle scelte dell’attuale Governo, una continuità preoccupante con il precedente, a cui peraltro sulle materie citate sono state impresse brusche accelerazioni, giustificate dall’emergenza e dalla crisi. Monti sta raggiungendo obiettivi che Berlusconi ha perseguito per almeno un decennio senza mai centrarli: pensioni, art. 18 e flessibilità in uscita, mercato del lavoro e ammortizzatori sociali.

A cambiare è solo l’orientamento dell’opinione pubblica da parte di alcuni quotidiani nazionali e dei loro autorevoli opinionisti, nonché di quei partiti, che facevano, giustamente, opposizione a Berlusconi e oggi sostengono acriticamente Monti. Sembra che in Italia l’unica opposizione possibile sia in chiave anti-berlusconiana, quando piuttosto dovrebbe essere costruita su temi sociali, economici e culturali.

Data la situazione e lo schieramento di forze in campo, chi si trova a sostenere le ragioni e gli interessi legittimi dei più deboli, viene trattato con sufficienza quando va bene, altrimenti viene etichettato come disfattista, populista, massimalista, nel peggiore dei casi un estremista. Si passa, insomma, alla de-legittimazione. Sostenere le ragioni degli operai in questo contesto è complicato, ne è un esempio concreto la recente polemica tra Eugenio Scalfari e Susanna Camusso e, se volete, è anche la rappresentazione della SOLITUDINE DEGLI OPERAI.

Dalle colonne di Repubblica, Scalfari cita strumentalmente una lunga intervista del ‘78 a Luciano Lama tralasciandone oltretutto alcune parti importanti su profitti e accumulazione del capitale, per invitare la Cgil e gli altri sindacati a tenere una linea di moderazione e nell’interesse comune ad accettare la sfida delle “riforme” proposte dal governo Monti; segue una replica molto ben argomentata e articolata della Camusso a cui Scalfari risponde seccato con una serie di luoghi comuni tipici del pensiero unico.

Il Professor Scalfari, quasi indispettito dal fatto che un sindacato tuteli gli interessi di chi rappresenta, sale in cattedra con l’intento di impartire una severa e sonora lezione alla segretaria della Cgil, rea di non aver capito la situazione in cui ci troviamo, sostenendo addirittura di non aver trovato nella risposta della Camusso l’intelligenza politica mostrata in altre circostanze. La presunzione e l’arroganza di questa affermazione sta nel fatto che un pensiero economico, politico, ideologico, legittimamente rappresentato, diventa e si trasforma in verità assoluta, dogma religioso, che per caratteristiche esclude qualsiasi altra visione e alternativa. D’altra parte quando ci si appella ai “sacrifici” vi è un chiaro riferimento ai temi religiosi; già, perché Scalfari vede (e lo scrive) il sindacato protagonista unicamente attraverso una politica di sacrifici, dunque senza una reale autonomia.

Ma il punto è capire dove siamo e dove stiamo andando, non si può liquidare la questione dicendo che la precarietà e la disoccupazione sono effetti della crisi, prendere atto che il mondo è cambiato e accettare il cambiamento come fatto inoppugnabile, senza interrogarsi su quali siano stati gli attori che hanno provocato la crisi, che dal mio modesto punto di vista prosegue ininterrotta ormai dal 2001. La crisi che stiamo vivendo è stata provocata da precise decisioni politiche, volute e perseguite dall’elite mondiale, dai centri di potere. La globalizzazione non è stata un evento casuale, dapprima è stata progettata e poi realizzata, anche attraverso un accurato piano legislativo. Bisogna porsi domande, avere dubbi e uscire dalla sindrome del TINA, there is not alternative, non ci sono alternative. Tra le domande concedetemene una retorica, ma siamo poi così sicuri che si voglia uscire dalla crisi? Oppure la crisi è funzionale agli interessi di qualcuno, di gruppi di potere? Dopo 10 anni di decadenza credo sia legittimo porsi questa domanda, considerando che, tutte le misure prese: tagli alla spesa pubblica, riduzione del welfare e contenimento del costo del lavoro, non solo non hanno dato risultati ma addirittura hanno contribuito a peggiorare la situazione.

Questo è il punto: nelle analisi di Scalfari e nelle proposte di Monti non c’è la benché minima considerazione di ciò che è avvenuto negli ultimi venti anni. Tutte le tesi che propongono hanno già trovato applicazione. E quali effetti hanno avuto? È aumentata la povertà, la disoccupazione, la precarietà, i salari sono fermi al palo da 15 anni e ora stanno precipitando, sono diminuiti gli investimenti, siamo passati da una fase di stagnazione alla recessione, il paese si sta impoverendo. Possibile che tutto ciò non abbia nulla a che fare con le politiche adottate nell’ultimo ventennio? Possibile che non si prenda atto che quelle politiche hanno accresciuto le disuguaglianze? Che a pagare i costi della crisi, il risanamento dei conti pubblici e a suo tempo l’ingresso in Europa, sono sempre gli stessi?

Non bisogna poi dimenticare che i lavoratori hanno iniziato ad impoverirsi  dall’inizio degli anni ’90, anni ruggenti come li ha definiti Joseph Stiglitz per il livello di crescita che andava aumentando esponenzialmente. Una crescita che però non ha creato occupazione, non ha ridotto la povertà, migliorato lo stato sociale, la sanità, l’istruzione, preservato i beni pubblici; ad aumentare sono stati soltanto i profitti e i patrimoni di pochi eletti. Eppure, si continua a ragionare come se non fosse cambiato nulla, come se i salari fossero ancora indicizzati dalla scala mobile, se si andasse in pensione dopo 35 anni di lavoro, se le assunzioni venissero fatte con i contratti a tempo indeterminato e per quelli a termine fosse necessaria una causale precisa, come se le aziende per assumere dovessero farlo attraverso l’ufficio di collocamento prendendo il primo in lista, come se la sanità e l’istruzione fossero tutte a carico dello stato.

Dunque, c’è da chiedersi perché il sindacato portatore di interessi particolari dovrebbe essere l’unico soggetto ad occuparsi dell’interesse generale attraverso una politica di sacrifici per riconquistare la fiducia dei mercati. O si vuol far credere che i mercati agiscano nell’interesse generale, dimenticando che sono costituiti da attori che speculano per i propri interessi o quelli di altri cercando di ottenere il più alto profitto? Sarebbe questo il concetto di equità a cui ispirarsi? Ci si dovrebbe rendere conto che i “sacrifici” per molti equivalgono a scivolare verso la povertà, come le statistiche dimostrano. La manovra finanziaria varata da Monti non porta da nessuna parte, ancora una volta si tratta di un trasferimento enorme di ricchezza dai ceti più poveri a quelli più ricchi. Il meccanismo è semplice quanto odioso: si specula, lo spread si alza, si tagliano diritti, salari, spesa pubblica, stato sociale; mai che si tagli la ricchezza. È diventato insopportabile. E la crescita, se mai ci sarà, ma anche qui bisognerebbe aprire una discussione ampia, non darà risposte ai problemi della disoccupazione, della povertà, dell’esclusione sociale.

Il tema di cui ci si dovrebbe occupare è la redistribuzione: del lavoro e della ricchezza. Alla competitività, che equivale a sfruttamento, si dovrebbe preferire la cooperazione. Bisognerebbe affrontare le sfide che abbiamo di fronte coniugandole con il concetto di comunità, con cui sostituire il termine vago e ambiguo di interesse generale. La politica deve rispondere ai bisogni dei cittadini, non ai mercati, deve occuparsi dei più deboli e limitare il potere dei più forti. Se il riferimento diventa la comunità forse è più facile scegliere politiche inclusive, ciò che è comune unisce. Ma non credo siano questi i valori a cui il premier faccia riferimento.

A. S.

Qui , sul sito SINDACALMENTE, potete leggere gli articoli di Scalfari e Camusso: http://www.sindacalmente.org/content/scalfari-lama-camusso-la-scelta-delleur-sindacato-italiano-1212





La solitudine degli operai (intro)

4 02 2012

Impressiona il silenzio che si è venuto a creare intorno alla condizione operaia: rispetto al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e rispetto alla continua e palese violazione dei diritti, da quelli minimi a quelli costituzionali.

Sconvolge l’arroganza e la supponenza cieca e sorda dei molti, che inadeguati nell’affrontare la crisi, incapaci di un’analisi che non sia meramente ideologica ripropongono ricette vecchie di trent’anni inutili e dannose, come la storia seppur recente ci insegna; tuttavia, codesti Signori Professori, continuano, perseverando, con non poco sadismo, a ritenere responsabili dei mali del mondo gli umili operai, e contro questi ultimi, concentrano le loro malsane attenzioni, appellandosi pomposamente all’interesse generale, anche se, questo interesse generale coincide casualmente con l’interesse dei ricchi e dei potenti. Forti di un unico pensiero gli  Esperti del Governo, appellandosi tecnici, dunque neutrali, a essere di parte si sa sono sempre altri, infliggono alla classe operaia le moderne teorie del progresso, che si fondano sulla cancellazione dei diritti affinché i privilegi possano prosperare.

Così, secondo queste moderne teorie, l’operaio deve essere flessibile, precario, licenziabile; l’operaio deve costare poco, non deve ammalarsi che altrimenti peserebbe sulla collettività, deve lavorare a lungo, tanto, ma soprattutto non deve protestare. All’operaio deve bastare il lavoro, che per il resto ci pensa il padrone. L’operaio è chiamato al sacrificio dalle alte cariche dello Stato, l’operaio deve immolarsi per la patria, la BCE, l’FMI, i Bot, lo Spread, il Pil e chissà quali altre diavolerie moderne.

Agli operai hanno sempre chiesto tutto, a nessuno però importa di come viva un operaio, come vivano le loro famiglie, a nessuno interessa cosa pensa un operaio, cosa sogna, cosa desidera un operaio: LA SOLITUDINE DEGLI OPERAI è tutta qui.

A. S.





Babbo operaio

1 02 2012

In tutta la vita non ho mai conosciuto un solo operaio
che non fosse nel suo profondo rivoluzionario
dico a un binario smorto perso chissà dove tra i carrelli sganciati
dalla Storia inconcludente che ci ha escluso entrambi
dai suoi meandri scavati con le unghie di una talpa morta
E se non l’ho conosciuto io mai nessuno ne conoscerà uno
L’ultimo dilettante dell’utopia è meno cieco del primo campione di realismo

Resta fermo e immobile come l’attesa su una banchina
e mi squadra di traverso, sfacciato come il cinismo della vecchiaia
poi mi colpisce come lo schiaffo di vento di un treno in corsa
E tuo padre allora? È rivoluzionario pure lui?
Due urli un gol ed è già fermo al palo il suo rigore dominicale
la sua coscienza in punizione si frange sulla barriera di cuoio
e ciao, ti saluto Carlo Marx, un’altra settimana è nel sacco

S’arresta la caldaia e il fumo quasi non sbuffa più dal camino
anche gli stantuffi fanno fatica a non indietreggiare
ma è solo un momento e basta un po’ di carbone rosso ardente
per scagliargli la pala addosso tutto sporco e sudato
Brutto porco d’un menscevico! Mai fischieranno le mie orecchie ai tuoi starnuti
Mio padre il più reazionario del più reazionario degli operai
è stato il più rivoluzionario della sua generazione

Solo il più eroico tra tutti gli inutili capelloni poteva sacrificarsi
quando deve avere pur compreso che era meglio rinunciare
a zampe d’elefante come a baffi e basette da barboni
e a tutte le altre mezze misure spuntate che non servono a nulla
pur di concentrare nel fondo delle sue più insondabili notti d’amore
il seme decisivo per quella stella più rara della punta d’una cometa
davvero capace di riaccendere il cielo cadente della Rivoluzione.

B.B.B.