Tommaso Di Ciaula – Tuta Blu

5 08 2012

Nel 1978  Tommaso Di Ciaula pubblicava presso Feltrinelli Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud. L’autore raccontava con rabbia il suo vissuto personale: le condizioni di lavoro e le lotte di quello che veniva definito l’operaio-massa.

Nella prefazione al libro Paolo Volponi scriveva, «L’urgenza che muove questo libro è sprigionata da due condizioni esistenziali che accompagnano e spaccano la vita di Tommaso Di Ciaula. La prima è la sua condizione di contadino pugliese, la seconda è il suo essere operaio, con un timbro sulla tuta blu, e tanti altri timbri.»

Il libro fece il giro del mondo, fu pubblicato anche in Unione Sovietica, e ne furono tratte diverse versioni teatrali. A distanza di anni le vicende narrate non appaiono affatto datate, anzi, se le leggiamo alla luce dei recenti fatti riguardanti la Fiat, l’Ilva, la crisi e l’affermazione prepotente del liberismo con i suoi tecnici ignoranti e professori arroganti, possiamo dire senza rischio di smentita che quelle vicende trovano oggi una loro cruda conferma.

Una lettura che si propone come il migliore viatico per le vostre vacanze. Di seguito alcuni brani tratti dal libro Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud di Tommaso Di Ciaula:

I CAPETTI
Il capo è di nuovo alla carica, vuole più rendimento, ed io gli dico: vattene dalle palle. Quando torno a casa non ho nemmeno la voglia di fare una carezza a mio figlio, tanto sono scoglionato, e questo vuole che mi rompa il culo ancora di più.

CAOS
Le cose vanno male, non si capisce più nulla: i padroni non ci possono sopportare più; noi operai non possiamo più sopportare i padroni; gli operai non possono più sopportare i loro stesso compagni. C’è troppo odio, poca umanità, troppa confusione, troppi partiti, tutto è improntato all’insegna dell’egoismo. I cattolici con le loro prediche vogliono bloccare ogni rivendicazione. (…) Fingono di non vedere la differenza tra morale cristiana e democristiana. Ma che cristianità è la loro quando, con indifferenza, inquinano, ammazzano, rubano, distruggono, e poi parlano di amore. Ma che amore, quale diritto alla vita quando la vita l’hanno fatta diventare un inferno?

SBANDATI
La classe operaia sembra allo sbando. I sindacati non fiatano. Intanto, guarda caso, ci piovono addosso i sacrifici. Nessuno ci prospetta un’ombra di lotta, di protesta; sembra che tutto va bene, tutto sia giusto, ma, dico io: sulla nostra groppa quanto altro peso dovremo sopportare? (…) Visto che la rivoluzione non la vuol fare più nessuno, almeno incominciamo a mettere in chiaro che quel poco che abbiamo conquistato finora non lo svendiamo per le solite promesse, per la bella faccia dello sciacallo di turno.

INVENZIONE
Che grande invenzione la fabbrica. La fabbrica! In poche centinaia di metri quadrati costringere centinaia e centinaia di persone. Gente che per le sue divine qualità interiori, doveva saper quasi volare.

IL DELEGATO
Oggi abbiamo votato per un altro delegato, speriamo che sia migliore dell’altro. Ma qui più ne cambiano più sono quasi tutte carogne, un delegato è buono per gli operai solo quando riesce a far ottenere il passaggio di categoria, quando ti sa leggere la striscia paga. Non è importante se è ignorante, e non legge un quotidiano, e se non si tiene informato sulle vicende politiche e culturali del paese. Secondo noi sono cose secondarie. I soldi innanzi tutto, ’l t’rris, la grana.

FOLLIA
Sto lavorando sodo, mille e mille steli di ferro mi aspettano, debbono essere torniti e poi rettificati.
(…) E’ finita una massacrante giornata di lavoro, marco il cartellino. Ma, stranamente, preso da un raptus, torno indietro, nell’officina. Sono lucidissimo, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali: prendo una manciata di steli, ed esco nella campagna circostante, ed uno ad uno pianto gli steli di ferro nelle nuda terra.
In primavera, quegli steli d’acciaio fioriranno ed io non farò altro che raccoglierli, e così, affrancato dai ritmi bestiali di lavoro, avrò più tempo per me.

SICCITA’
(…) L’estate è stata caldissima, secca, nemmeno una goccia d’acqua. (….) Povero sud, pisciato sud; dai farabutti che speculano sulle nostre indecisioni, sulle nostre amarezze, sui nostri furori, che durano poco, lo spazio di qualche ora, di qualche minuto.
Io faccio il meccanico. Perché faccio il metalmeccanico, proprio non lo so. Allora ci fu il boom della meccanica. (…) Sulla via per Palese hanno aperto per mamma Fiat vari pozzi artesiani, per l’agricoltura non era stato possibile aprirli. Ci troviamo qui, che non sappiamo più cosa siamo: uomini-macchine, semiuomini, semimacchine, il paese che non sa di niente, distrutto, gli uomini che si arrabbiano, che mordono.
Le ultime vacche sono inseguite da ragazzi scarmigliati, a calci, a pietre. I camion che attraversano la città perdono tubi cemento ghiaia… Le fabbriche aperte da poco, già chiudono, l’acqua manca, gli ascensori si bloccano, quelli delle tasse ci inseguono con i coltelli in bocca come i pirati, i prezzi aumentano. (…)
Stasera al ritorno da cena, alle sette e mezza, mi sono seduto come un pascià: sulla poltrona del capo, con gli scarponi che pesano due chili l’uno, sulla scrivania, all’americana, e mi fumavo l’ennesima sigaretta. A un tratto compare il capo, quella carogna sta ancora qua; aveva fatto finta di andarsene e improvvisamente era tornato per… controllarci. (….)
Le cose vanno sempre peggio per gli operai. Nelle fabbriche ci sfruttano, ci intossicano, ci ammazzano, e come se non bastasse ci cacciano via, ci buttano in mezzo alla strada quando vogliono, come vogliono. Sempre ci chiedono sacrifici come se non ne facciamo già abbastanza! Appena nasciamo siamo immersi nei sacrifici. (…)

 

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La vita in versi

28 05 2011

Nei giorni scorsi abbiamo appreso dai giornali della morte di Giovanni Giudici, uno dei più grandi poeti del ‘900, una delle più belle voci del nostro paese.

Prima di affermarsi come poeta lavorò come molti altri intellettuali della sua generazione con Adriano Olivetti nella città-fabbrica di Ivrea, da lui definita “moderna Atene periclèa”. Nella fabbrica canavesana diresse la biblioteca aziendale e iniziò l’attività di giornalista. Sempre a Ivrea conobbe Geno Pampaloni, Franco Fortini e Paolo Volponi.

La sua opera completa è stata pubblicata in un Meridiano edito da Mondadori.

La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, nè potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

 

Compagno, qualche volta

Compagno, tu sei senza nome
cambi ogni istante viso
ti trovo sempre nuovo al mio sorriso
nella folla di corsa
sotto il sole di giugno
ma sempre mi saluti chiuso il pugno.

Hai spesso una faccia dura d’operaio
o di contadino assolato.
Qualche volta sei un vecchio soldato
qualche volta spettrale
un viso emaciato
compagno – un viso d’intellettuale

Qualche volta
– e non m’accorgo che sei una ragazza
compagno – un fiocco rosso a corsa pazza
nella folla travolta.

 





Operai: a quale santo votarsi? Tra poesia e realtà

16 05 2011

Gli applausi che la platea di Confindustria ha tributato all’amministratore delegato della Thyssen, condannato a 16 anni per omicidio volontario di 7 operai bruciati vivi, dicono con estrema esattezza quale sia il disprezzo che questi signori nutrono nei confronti del lavoro e di tutti quelli che con il proprio lavoro, e soltanto di quello, ci campano. I signori della Confindustria nutrono un vero e proprio odio di classe verso i lavoratori, gli operai, le classi subalterne; lo ribadiscono ogni giorno con i loro comportamenti, le dichiarazioni, le omissioni, la loro politica e da oggi anche con gli applausi.

Questa storia degli applausi ha raccolto qualche commento, poche indignazioni, molta indifferenza. In questo caso si è preferito il silenzio, quello che sarebbe stato opportuno riservare per rispetto ai morti dello stabilimento torinese. Dimenticati, gli operai possono solo affidarsi ai santi, come nella bella poesia senza titolo di Paolo Volponi contenuta nel romanzo Memoriale.

Paolo Volponi è uno dei tanti scrittori che il nostro paese ha dimenticato. Memoriale è il suo capolavoro.

Nella fabbrica c’è un santo
con una barba bianca;
porta anche lui la tuta
e tutto il giorno aiuta
la gente che si stanca.
È un santo ottimo
per chi lavora a cottimo,
di grande pazienza e coraggio
per quelli del montaggio,
con la mano piccina
per quelli dell’officina,
con l’occhio a raggio
per quelli dell’attrezzaggio,
aiuta, aiuta
sotto la tuta
quelli della fonderia
il piede a tirar via,
porta l’aria pura
a quelli della verniciatura
e porta via i rumori
a quelli dei motori.
Questo santo
tanto tanto
aiuta tutti quanti
sotto i grandi impianti
dietro le grandi porte
dove si soffre forte
dietro tutti i vetri
dove si sta in un metro
e non arretri
sempre in piedi
per tutte quelle ore
nel freddo e nell’ardore
dell’estate.
Lavorate, lavorate
tutti quanti
non fermate
la fatica
e quel santo par che dica
lavorate tutti quanti
lavorate;
siete stanchi? siete santi!
Non gli altari
solo i banchi
tutt’in fila
che non manchi
d’esser pari
nella fila
tutti uguali,
i santi mortali.
Nella fabbrica
si predica;
la preghiera
alla sera
è quella di uscire
per benedire
un altro giorno;
dopo quel forno
con una
boccata d’aria
ed una
occhiata alla luna.

Paolo Volponi – Memoriale (Einaudi)

Ope