Timandra di Thòdoros Kallifatidis

22 10 2011

“Mi chiamo Timandra e sono un’etera”.

Le fonti storiche ci raccontano che Timandra fu l’affascinante etera che visse con Alcibiade e alla sua morte ne raccolse le ceneri, sul fondo della storia e dei personaggi di quell’epoca la sua figura rimane sfuocata ed è l’artificio con cui Thòdoros Kallifatidis la trasforma in personaggio letterario e attraverso i suoi occhi e la sua voce narra le gesta di Alcibiade e racconta la città di Atene nell’età del suo massimo splendore.

Alcibiade è all’epilogo della sua vita, braccato da tutti: persiani, ateniesi, spartani. Si rifugia in uno sperduto villaggio della Frigia, in una piccola casa; è la sua ultima notte, ma lo stratega che ha diviso i suoi contemporanei non appare turbato, dorme tranquillo nell’attesa dell’ultima battaglia, come sempre reclinato sul fianco destro, che sull’altro non poteva assopirsi: “non posso dormire sopra il mio cuore, il mio cuore non dorme mai.”

Accanto a lui, l’etera Timandra ne veglia il sonno. Guardando l’uomo che ha amato da quando era bambina, Timandra inizia a raccontare, in un continuo flashback tra il tragico presente e i ricordi di una vita. Il suo passato irrompe in quella notte senza speranza con tutte le domande e i dubbi irrisolti che una vita si porta appresso. Sono i ricordi di un’infanzia vissuta all’ombra della madre, anch’essa una cortigiana, che la inizierà nelle arti amatorie; la spasmodica ricerca del padre nel volto degli uomini che incontrava, lei figlia di un’etera, figlia illegittima: “io cercavo qualcuno che mi somigliasse, gli altri bambini somigliavano a qualcuno. Loro avevano un posto, io avevo una strada”. L’incontro con Alcibiade ancora fanciulla e la passione che brucia: “era bello da tagliare il respiro”.

Timandra nel raccontare svela la complessità della psicologia dell’uomo che ama, il figlio più radioso di un’Atene dell’età dell’oro, il più amato e il più odiato, l’uomo che si è schierato con tutti e tutti ha tradito, l’uomo che trascinava le folle, l’uomo che con l’abilità della parola e l’armonia della bellezza conquistò gli ateniesi. Alcibiade mieteva successi e destava invidia ma era roso dall’ambizione: “lui preferiva di gran lunga la battaglia per il trono al trono stesso”.

Il romanzo, ben scritto e senza cali di tensione, scorre immergendo il lettore nell’atmosfera e nella cultura della Grecia classica, tra le pagine si incontrano Pericle, Socrate, Protagora e un giovane Platone. I luoghi appaiono reali. Le battaglie, i ginnasi, i simposi, l’Agorà e le dispute filosofiche, sono rese con estremo nitore.

Ma Timandra si spinge oltre il canone del romanzo storico. Il cuore del racconto è l’amore, la passione in cui gli antichi greci cercavano l’immortalità, da praticare anche in punto di morte, l’amore inteso non solo come sentimento ma come desiderio sessuale: cercato, discusso, ostentato.

Io sono Timandra, l’etera. Tutta la mia gioia l’ho data agli altri…

h.

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Discorso di Pericle agli ateniesi (461 a.c.)

21 06 2011

”Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.