Marzo ’43, la spallata operaia al fascismo.

1 04 2013

1943-ScioperoNel mese di marzo di settant’anni fa, nell’Italia sconvolta dalla guerra, decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

di Claudio Dellavalle

Nel mese di marzo di settant’anni fa nell’Italia sconvolta dalla guerra si produsse un fatto inaspettato, che rappresentò la prima vera crepa della dittatura fascista e l’inizio del lungo e drammatico percorso di riconquista della democrazia e della libertà. Decine di fabbriche del nord, tra cui quelle più importanti per la produzione bellica, si fermarono.

La protesta operaia prese avvio il 5 marzo a Torino, si allargò nei giorni successivi in città e nei centri vicini, passò nelle fabbriche di altre aree piemontesi; dopo la metà di marzo si estese alle fabbriche di Milano, di Sesto S. Giovanni e del circondario milanese, ad altre province lombarde, toccò alcune fabbriche in Emilia e arrivò fino a Porto Marghera, esaurendosi alla metà di aprile. In quaranta giorni più di 200mila operai, secondo le valutazioni fasciste, avevano incrociato le braccia nonostante le minacce, gli arresti e il silenzio stampa imposto dal regime.

Lo sciopero ebbe una notevole risonanza anche sul piano internazionale. In effetti si configurava come un atto di ribellione, un atto politico, perché per la legge fascista non solo l’interruzione del lavoro era illegale e dunque vietata e punita, ma in tempo di guerra era considerata un atto eversivo, un tradimento della nazione fascista in armi.

Che cosa aveva portato migliaia di operai e operaie ad una prova così rischiosa e piena di incognite? Il terzo anno di guerra aveva impietosamente rivelato i limiti dell’Italia coinvolta in uno scontro insostenibile. Per la verità già dopo il primo anno di guerra l’Italia fascista si era rivelata per quello che era: un paese dallo sviluppo industriale limitato, condotto da una scelta politica irresponsabile a misurarsi in un’impresa superiore alle sue forze. Il regime, anziché prendere atto dell’inferiorità presto evidente, aveva moltiplicato le occasioni di coinvolgimento fino all’ultima disastrosa avventura a fianco di Hitler nella guerra all’Unione sovietica di Stalin.

La distanza tra la visione eroica della nazione in guerra offerta dal fascismo e la dura realtà delle sconfitte si era fatta troppo grande per essere colmata dalla propaganda. Inoltre dall’autunno 1942 la guerra, fino a quel punto lontana, irrompe nella vita degli italiani sottoposti alla minaccia continua dei bombardamenti alleati e al rischio delle distruzioni e della morte. Ne deriva una condizione di insicurezza e precarietà che sconvolge le relazioni della vita quotidiana: centinaia di migliaia di persone, di ogni ceto sociale, con lo sfollamento dai centri urbani cercano di sottrarsi ad una minaccia che può colpire in ogni momento e rispetto alla quale le difese preparate dal regime si sono rivelate inconsistenti.

In questo quadro in rapido deterioramento e privo di sbocchi si colloca la specifica condizione di migliaia di operai e operaie. Mentre le fabbriche sono diventate obiettivi di guerra, le loro condizioni vita e di lavoro si sono deteriorate: da un lato orari prolungati con ritmi stressanti, dall’altro le riduzioni delle razioni alimentari e l’aumento dei prezzi mentre i salari sono bloccati. Il ricorso al mercato nero per un verso diventa una necessità ma per un altro resta un miraggio perché i prezzi rendono inavvicinabili gran parte dei beni: anche cibi popolari come pane e pasta si riducono in quantità e peggiorano in qualità.

Le famiglie operaie che non possono sfollare sono costrette a una vita sospesa tra la minaccia che viene dal cielo e le difficoltà della vita in città. Chi invece ha sfollato la famiglia in campagna deve sottoporsi al disagio di trasporti sconvolti dalle incursioni aeree, e dagli orari incerti. Le condizioni interne ed esterne alla fabbrica arrivano presto ad un punto di rottura proprio in quello che il regime considerava la colonna portante del “fronte interno”.

In effetti il sistema industriale nel corso dei primi due anni di guerra era cresciuto assorbendo manodopera. Accanto agli operai specializzati era lievitato il numero degli occupati nelle produzioni standardizzate dell’industria bellica: operai poco qualificati, giovani, donne. Le distanze contrattuali tra questi vari settori del mondo del lavoro erano notevoli, ma dal 1942 l’inflazione e la scarsità di beni avevano attenuato rapidamente le differenze tra categoria e categoria. Diventava urgente trovare il modo di difendere le esigenze minime di vita di tutti. Anche gli operai di alta qualifica, che avevano un notevole potere contrattuale, diventavano disponibili a rivendicazioni egualitarie perché, come si diceva in fabbrica, “tutti hanno la bocca sotto il naso”.

Il disagio operaio si manifesta per vari segni tra la fine del 1942 e l’inizio del nuovo anno. Sia il sindacato fascista sia le componenti dell’antifascismo avvertono una situazione nuova nelle fabbriche. L’antifascismo ha subito fra gli anni trenta e l’inizio della guerra pesanti colpi dalla repressione della polizia politica fascista. Nelle fabbriche solo i comunisti hanno mantenuto una qualche debole presenza. Ma le difficoltà della guerra aprono nuovi spazi di intervento.

Dall’estate 1941 Umberto Massola, su mandato della direzione del Pci, riesce a entrare in Italia e a ritessere la rete dei collegamenti tra i militanti soprattutto nelle fabbriche di Torino, Milano e Genova. Questo “velo” organizzativo riesce a produrre e a far circolare clandestinamente la stampa di partito, che batte sui temi della guerra ormai persa e delle condizioni di vita e di lavoro degli operai.

Alla fine del 1942 e nei primi mesi del 1943 si verificano in diverse fabbriche alcune proteste spontanee di breve durata. Sono i segni di quello che è stato definito l’antifascismo “esistenziale”, frutto delle difficoltà di vita dei ceti popolari: in fabbrica esso trova le condizioni per incontrarsi con l’antifascismo “storico” di militanti motivati da scelte ideologiche e politiche.

Le proteste spontanee spingono Massola e il gruppo torinese a lui collegato a tentare un’iniziativa di protesta basata su rivendicazioni comuni: 192 ore di salario (erano state promesse agli sfollati e rivendicate per tutti), e un’indennità di guerra. Una protesta dunque di tipo economico, ma che avrebbe assunto, se estesa a più fabbriche, un significato politico, come atto ostile al regime e quindi avrebbe provocato reazioni repressive.

Per ridurre i rischi i militanti di fabbrica suggeriscono di incrociare le braccia sul posto di lavoro evitando manifestazioni esterne che sarebbero state represse con la forza. Si cerca il coinvolgimento della fabbrica più importante sul piano nazionale, la Fiat Mirafiori, che occupava allora 15mila operai e che per la presenza di militanti più esperti poteva fare da esempio trainante per tutti. In realtà le cose andarono in modo diverso: un primo tentativo fallisce e viene ripetuto venerdì 5 marzo, alle ore 10 all’officina 19 delle ausiliarie di Mirafiori.

La protesta ha breve durata e non si estende alla massa degli operai; lo sciopero riesce invece in modo significativo in due fabbriche di medie dimensioni, dove è forte la presenza di operai specializzati. Lunedì 8 marzo scioperano otto fabbriche; il giorno seguente altre ne seguono l’esempio e finalmente dal giorno 11 tutte le maggiori aziende torinesi, compresa Mirafiori, si fermano. Le forme e la durata della protesta sono molto diverse a seconda delle reazioni che le direzioni aziendali, il sindacato, il partito fascista o l’apparato di polizia mettono in atto. Per cui si va da interruzioni brevi, a volte ripetute, a blocchi prolungati dell’attività secondo una logica difficile da individuare: in alcune situazioni le indicazioni dei militanti comunisti sono determinanti; in altre la protesta procede secondo spinte del tutto autonome. L’apporto dei comunisti risulta però decisivo nel far circolare le notizie sullo sciopero e dare un minimo di coordinamento alle richieste.

Così dopo la metà di marzo lo sciopero si estende da Torino e dal Piemonte a Milano e in Lombardia. L’Unità del 15 marzo, diffusa nelle fabbriche milanesi, riporta la cronaca degli scioperi di Torino, le rivendicazioni avanzate e l’invito a scioperare. L’effetto imitazione funziona e lo sciopero anche qui si estende, malgrado sindacato e partito fascista, direzioni aziendali e apparato repressivo siano informati degli sviluppi della protesta. Dove le comunicazioni con i comunisti delle fabbriche non funzionano per difficoltà interne, come avviene a Genova, la protesta non decolla. Nell’insieme gli scioperi possono essere descritti come un’onda anomala, imprevedibile, con comportamenti operai differenti da situazione a situazione: le strutture del regime sono disorientate, incerte tra repressione e qualche concessione.

Un bilancio quantitativo degli scioperi non è facile, tuttavia la cifra di 200mila scioperanti indicata dal sindacato fascista è un riferimento accettabile. Una minoranza, come dirà il Duce di fronte al direttorio del partito fascista per sminuire la portata degli scioperi, e tuttavia una minoranza che coinvolge quasi tutte le maggiori fabbriche italiane impegnate nella produzione bellica. D’altra parte la profonda irritazione di Mussolini nei confronti del sindacato, del partito, delle strutture repressive, cioè di tutto l’apparato del regime rivelatosi inadeguato rispetto alla novità degli scioperi, stava a significare che le agitazioni operaie avevano colpito nel segno.

A complicare le cose c’era il fatto che in molte realtà anche operai considerati filofascisti o iscritti al fascio avevano partecipato alla protesta. Ulteriore elemento, per altro sottovalutato, era stata la presenza massiccia nelle proteste di molte donne, in alcune situazioni le più determinate nello scontro con le direzioni e i sindacati fascisti. Molte di esse vengono denunciate. Dunque la protesta operaia rese palese ciò che molti pensavano ma non osavano dire, e cioè che la crisi da militare si stava trasformando in crisi sociale. Da qui il carattere politico degli scioperi del marzo 1943, che da questo punto di vista assumono una valenza cruciale, segnando un punto di non ritorno nella parabola discendente del fascismo.

Questo dato è ovviamente sottolineato dai comunisti, che hanno lavorato per avviare la protesta, accompagnarla e diffonderla. Ma vale anche per le altre componenti dell’antifascismo politico, stimolate a mettersi in gioco. D’ora in poi i comunisti, per comune riconoscimento, potranno legittimamente assumere un ruolo primario di rappresentanza delle forze del lavoro e questo susciterà l’emulazione delle altre componenti. Già nel corso degli scioperi, ad esempio, è significativo lo sforzo compiuto dagli azionisti torinesi nel dare rilievo alle agitazioni, e prezioso si rivelerà il loro apporto per far conoscere sul piano internazionale la protesta degli operai italiani, che susciterà attenzioni preoccupate anche nei circoli conservatori e vicini alla monarchia.

D’altra parte la cifra prevalente delle agitazioni non è quella di una sola componente politica ma di un soggetto sociale aperto alle proposte della politica. Più in generale, nel considerare l’insieme della prova sostenuta dagli operai nel marzo 1943, si può affermare che proprio l’intreccio di azione politica e di iniziativa spontanea che aveva alimentato gli scioperi costituì l’avvio di una fase nuova nella storia del paese. E in essa il manifestarsi di un protagonismo del mondo del lavoro destinato a durare in contesti completamente diversi.

Nei due difficilissimi anni che seguirono l’iniziativa operaia avrà modo di manifestarsi con una intensità ed efficacia di gran lunga superiore all’apporto di altre componenti sociali. Da questo punto di vista gli scioperi del marzo 1943 possono essere considerati il primo passo per una nuova Italia, dove le forze del lavoro avranno piena legittimazione e un ruolo centrale nel percorso di avvicinamento alla scelta democratica.

* Presidente Istituto piemontese per la storia della Resistenza

tratto dal sito www.rassegna.it

 

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W il 25 Aprile

25 04 2012

W la Resistenza! W la Liberazione! W il 25 Aprile! Quante volte lo abbiamo gridato alle manifestazioni, e ogni volta in cuor nostro sentivamo la bellezza e la forza di queste parole, la bellezza e la forza della libertà. E ogni anno celebrare la Festa della Liberazione è ritrovare l’entusiasmo per continuare le nostre battaglie per una maggiore giustizia sociale e civile.

Quest’anno voglio festeggiare il 25 Aprile con un pugno di canzoni, cantate a gran voce e con commozione. La prima, intitolata Partigiano sconosciuto, è del gruppo torinese Cantacronache, testo di Anonimo, musiche di Sergio Liberovici.

A Modena, prima città italiana liberata dai suoi partigiani domenica 22 aprile 1945, la sera del 23 aprile fu data notizia che era stato trovato un partigiano ucciso, sconosciuto a tutti, il quale aveva in tasca soltanto un pezzo di pane. La sua fotografia fu esposta per alcuni giorni sotto il portico del Collegio nella località più centrale e più frequentata della città; poi non se ne seppe più nulla. Questa poesia di un anonimo, appunto ispirata a questo episodio, comparve in quei giorni accanto alla fotografia dello sconosciuto.

Ancora Cantacronoche. Una bellissima canzone. Il testo è di Italo Calvino, la musica di S. Liberovici.  Qui è presentata nella versione dei Modena City Ramblers.

“Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere si educheranno all’amore per il loro paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull’esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana.”  Giovanni Pesce

Questa è la storia di uno dei tanti eroi della Resistenza: Dante Di Nanni. Cantano gli Stormy Six, uno dei più grandi gruppi rock italiani.

Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore. I 7 fratelli Cervi. Marco Paolini e i Mercanti di Liquore dal vivo.

Bella Ciao la cantiamo sempre e non poteva mancare. Questa è una versione originale degli Yo Yo Mundi, tratta dallo spettacolo Resistenza, Teatro di Casale Monferrato.

Ora e Sempre, Resistenza!

 





Aspettando il 25 Aprile

23 04 2012

Nel 1970 Sandro Pertini era il Presidente della Camera. Nell’occasione del XXV anniversario della Liberazione il Presidente tenne un discorso importante alla Camera dei deputati che, ancora oggi, vale la pena di ricordare per l’alto profilo morale. Pertini indicava idealmente l’inizio della Resistenza negli anni ’20 con la lotta antifascista, ricordando quegli uomini: Gramsci, Gobetti, Don Minzoni, i fratelli Rosselli, Matteotti, che con il loro sacrificio avevano combattuto per la libertà, lasciando il testimone ai tanti patrioti e partigiani che proseguirono quel cammino.

Per il Presidente la guerra di Liberazione fu innanzitutto guerra popolare perché vide la partecipazione in massa di operai e contadini, la classe lavoratrice, che restituì dignità al paese, opponendosi al fascismo e all’occupazione nazista, e nello stesso tempo difendendo l’Italia dalle umiliazioni che i vincitori avrebbero potuto imporre.

Di seguito riporto uno stralcio dell’orazione ufficiale di Sandro Pertini.

Giustamente, dunque, quando si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento. Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento vi è una differenza sostanziale. Nel Primo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia, anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane. Nel Secondo Risorgimento protagonista è il popolo. Cioè guerra popolare fu la guerra di Liberazione. Vi partecipano in massa operai e contadini, gli appartenenti a quella classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede.

Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al tribunale speciale 4.644 furono celebrati contro operai e contadini.

E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l’occupazione nazista, scioperi politici, non per rivendicazioni salariali, ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno, poi, inviati nei campi di sterminio in Germania, ove molti di essi troveranno una morte atroce.

Saranno i contadini del Piemonte, di Romagna e dell’Emilia a battersi e ad assistere le formazioni partigiane. Senza questa assistenza offerta generosamente dai contadini, la guerra di Liberazione sarebbe stata molto più dura. La più nobile espressione di questa lotta e di questa generosità della classe contadina è la famiglia Cervi. E saranno sempre figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane.

Onorevoli colleghi, senza questa tenace lotta della classe lavoratrice – lotta che inizia dagli anni ’20 e termina il 25 aprile 1945 – non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica.

Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione.

Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l’è duramente conquistato e non intende esserne spodestata.

Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di battersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo.

Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà.

E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano.

I compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento d’un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona.

Questo insegnamento deve guidare sempre le nostre azioni e la nostra attività di uomini politici: operare con umiltà e con rettitudine non per noi, bensì nell’interesse esclusivo del nostro popolo.

Onorevoli colleghi, questi in buona sostanza i valori politici, sociali e morali dell’antifascismo e della Resistenza…

 

 





Sant’Anna di Stazzema

13 11 2011

Le è stata dedicata una piazza di Sant’Anna di Stazzema. Sulla lapide è scritto “Anna Pardini, la più piccola dei tanti bambini che il 12 agosto 1944 la guerra ha qui strappato ai girotondi”. Era nata il 23 luglio di quell’anno. Aveva 20 giorni quando la mamma, Bruna Farnocchi Pardini, la prese in braccio per l’ultima volta. Gli assassini avevano obbligato una moltitudine dolente, terrorizzata a schierarsi davanti al muro di una casa. Di fronte avevano piazzato una mitragliatrice. Da servente al pezzo fungeva un traditore. Cominciò il crepitio. Bruna cadde a terra, insieme ad Anna. Non si rialzò più. La piccola, alla quale i colpi avevano tranciato le gambe, sopravvisse solo per poco più di una settimana, come la sorellina Maria.   Franco Giustolisi – L’armadio della vergogna

Il volto bestiale del nazi-fascismo si presentò agli abitanti di S. Anna di Stazzema il 12 agosto 1944. Un esercito straniero affiancato da traditori scatenò l’inferno trucidando la popolazione inerme. Fu una delle più gravi carneficine compiute sul nostro territorio, a S. Anna morirono 560 persone, tra cui donne vecchi e bambini. A distanza di 67 anni, il fascismo pulito e distinto dei mercati si riaffaccia in questi luoghi, la crisi si sa giustifica tutto, bisogna fare sacrifici ci ricordano i mantenuti: si cancelli, dunque, la memoria. La notizia è di quelle che fanno male, da lunedì il Museo di S. Anna di Stazzema chiuderà, a causa della decisione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di tagliare i fondi ad esso destinati. Vergognoso. Si cancella la memoria storica del paese. Si cancella il martirio delle vittime innocenti. Si cancellala Resistenza. Sicancella la dignità di un popolo, l’ideale di libertà. Lotte, battaglie, sofferenze, sacrifici di vite umane, l’impegno politico e civile di una moltitudine di uomini e donne che anelava un futuro migliore saranno confinati nell’oblio. La realtà assomiglia sempre di più ad un mondo orwelliano.

A Sant’Anna ci recammo nell’estate del 2010. Quell’anno decidemmo di trascorrere una breve vacanza nella Toscana meno frequentata delle Alpi Apuane, inseguendo suggestioni politiche: gli anarchici di Carrara; trasgressioni gastronomiche: il lardo di Colonnata; imprese sportive: i trekking tra le cave di marmo; evocazioni storiche. Nella nostra immaginazione l’importanza del viaggio si rappresentava nella visita a Stazzema. Ci salimmo un pomeriggio con le nuvole che appesantivano il cielo. Lungo il tragitto discutemmo dei danni causati dal revisionismo storico e dal negazionismo, che minimizza o nega gli orrendi crimini di cui si sono macchianti fascisti e nazisti in Italia.

Giunti a Sant’Anna la prima immagine fu il dipinto sul muro fatto dai ragazzi delle scuole medie, a riprodurre la celebre foto scattata nel giugno del ’44 ai bambini del paese. Festeggiavano con un girotondo la fine della scuola. Due mesi più tardi di quei bambini ritratti nella foto non sopravviverà nessuno. Dalla piazza Anna Pardini raggiungemmo il Museo Storico della Resistenza (quello che vogliono chiudere) ricavato nella struttura della vecchia scuola elementare. Fu inaugurato da Sandro Pertini nel 1982. Afianco dell’ingresso la lapide con l’ode di Calamandrei  a Kesserling Lo avrai / camerata Kesselring / il monumento che pretendi da noi italiani / ma con che pietra si costruirà / a deciderlo tocca a noi. / Non coi sassi affumicati / dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio / non colla terra dei cimiteri / dove i nostri compagni giovinetti / riposano in serenità…”.

Quel pomeriggio a Sant’Anna ci colpì il rigoroso silenzio osservato da tutti i visitatori, si parlava sottovoce, anche i bambini, alcuni impegnati nei loro giochi non facevano schiamazzi e non si trattava solo del rispetto che il luogo richiedeva, era la sacralità emanata da tutto il dolore che quella terra aveva provato e i suoi figli vissuto.

Salendo la Via Crucis, verso il colle dove è stato eretto il Monumento ai Caduti, commentammo la vigliaccheria che rese possibili quei fatti e il tentativo di nascondere e occultare sin da subito, giustificandola come azione di guerra, quell’immensa tragedia. Mutuandola dal linguaggio politico potremmo dire che la viltà fu trasversale.

Nel rapporto giornaliero del 13 agosto 1944 il comando della 14 armata tedesca scriveva che nelle operazioni contro le bande partigiane erano stati fatti saltare quattro depositi di munizioni, distrutto un centro di servizi informazioni, catturati 353 civili sospetti, trucidati 270 banditi e ridotto in cenere un punto d’appoggio delle bande. Il punto d’appoggio messo a fuoco era la chiesa e tra i banditi c’era una bambina di 20 giorni. Il resto del rapporto erano squallide menzogne.

Alcuni mesi più tardi nello schieramento opposto il brigadiere generale inglese del quarto corpo d’armata scrisse: “ è dubbio se questo massacro sia di competenza della Commissione dei crimini di guerra, poiché la maggioranza degli abitanti del villaggio ha svolto attività partigiana ed ha trasgredito un’ordinanza germanica”. Solidarietà ai macellai.

L’ultimo capitolo lo ha scritto il governo italiano nel 1948 seppellendo nell’Armadio della vergogna (si legga il libro molto ben documentato di Franco Giustolisi) tutti i fascicoli riguardanti quei crimini.

Ci siamo recati in visita in quei luoghi per non dimenticare, per raccoglierne la testimonianza e trasmetterla ad altri, ci siamo recati a Sant’Anna seguendo lo spirito e l’insegnamento di Piero Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani…”

Ora e sempre Resistenza.

h.

http://www.santannadistazzema.org/  http://www.beatedizioni.it/collane_dett.php?id_coll=22&id_lib=575   http://www.santannadistazzema.org/sezioni/LA%20MEMORIA/pagine.asp?idn=1380





Titos Patrikios poesie

1 11 2011

Titos Patrikios è uno dei massimi poeti greci. Nato ad Atene nel 1928, prese parte, giovanissimo, al movimento della Resistenza greca durante l’occupazione nazifascista, in seguito visse la tragedia della guerra civile. Negli anni tra il 1951 e il 1954 fu deportato nelle isole di Makrònissos e Aghios Efstratios dove ebbe modo di conoscere altri intellettuali e poeti comunisti, tra cui il poeta Ghiannis Ritsos. Nel 1967, dopo il colpo di stato dei colonnelli, è vissuto in esilio a Parigi e Roma. La sua poesia si caratterizza da una forte valenza civile. Poesia resistente.

“Patrikios ha sempre concepito la sua poesia anzitutto come testimonianza, come rimedio all’oblio, come inesausta esortazione al ricordo dei compagni uccisi, della barbarie vissuta e mai del tutto debellata, del dolore che non solo lui […] ma tutta una generazione, un popolo, un mondo hanno patito…”

 
Regalo di compleanno
Mi hanno regalato altri anni ancora
per parlare non solo, come un tempo,
degli scomparsi, che avremmo dimenticato
ma anche di quelli in mezzo ai quali vivo
di quanti incrocio senza conoscere bene
di quanti rischiano di essere dimenticati anche da vivi.

 
Quello che resta
Dove uno vive, lì ama.
Qualsiasi cosa uno viva, l’ama.
Dopo, si perdono i tratti
svaniscono i volti a uno a uno,
resta soltanto e non invecchia
la lingua che li ha descritti.

 

La caverna
Ho passato anch’io anni della mia vita
legato dentro una caverna oscura
convinto che le ombre sulle pareti
fossero il presente che cambiava.

 





Distomo (Greece part III)

23 02 2011

Seguiamo l’itinerario sulla cartina, da Delphi dobbiamo raggiungere il Monastero di Osios Loukas, ma prima bisogna rendere omaggio alla Resistenza greca  deviando per Distomo. All’incirca abbiamo soltanto 30 km. da percorrere ma è lo scarto temporale che impressiona: dalla storia antica  a quella moderna, dalla bellezza classica all’orrore contemporaneo.

Sulla strada abbiamo tempo per riflettere, ci viene in mente il bel libro di Luigi Zoja giustizia e bellezza 

(https://anoipiace.wordpress.com/2010/11/09/giustizia-e-bellezza/): i temi trattati, la separazione dell’etica dall’estetica, ci sembrano quanto mai appropriati per questo breve tragitto.

Saliamo lungo il Parnaso, il paesaggio è sempre suggestivo. Ad Arahova ci fermiamo per un caffè, che sorseggiamo sotto l’ombra dei platani in un locale che sa di antico, reminiscenze dell’impero ottomano. Alle spalle lo scroscio dell’acqua di una fontana. L’atmosfera è idilliaca ma dobbiamo riprendere la strada. Lasciamo la frescura degli alberi e affrontiamo l’asfalto rovente. Il caldo è insopportabile, la luce abbagliante.

Altri ricordi, ancora libri. Sono pensieri disordinati che si legano insieme. Cosa c’entra adesso lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig? Fu la Bibbia per un’intera generazione. Un libro di viaggio e di filosofia. Un cartello indica la direzione: Distomo 7 km.

Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me questa frase mi echeggia in testa, come un ritornello. È Kant, l’epitaffio inciso sulla sua tomba*, tratto da una sua opera, non ricordo quale. Ci fermiamo a chiedere indicazioni. Un vecchio seduto su una panchina ci mostra la direzione con un semplice gesto, di là. Facciamo un’inversione di marcia. Sempre quella frase “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Kant. La filosofia come il punto più alto dell’intera gerarchia del sapere. Poi tutto si spiega, ad accompagnarci Pilo Albertelli il professore di storia e filosofia, e non un professore qualunque. Ucciso a Roma il 24 marzo 1944.

Siamo arrivati. Non c’è nessuno, solo vento e luce, che si riflette sul marmo bianco del memoriale. Scattiamo delle foto. A Distomo i nazisti trucidarono 218 persone, tra cui 38 bambini. Prima di andarsene bruciarono l’intero villaggio. Fu una strage di efferata violenza. Lo fecero per rappresaglia, per aver subito qualche giorno prima un attacco da parte dei partigiani. Era il 10 giugno del 1944.

Fu per rappresaglia anche a Roma. Era il 24 marzo del 1944 alle Fosse Ardeatine. Pilo Albertelli lo andarono a prendere in infermeria, era passato dalle mani della banda Koch, aveva il corpo straziato, il viso era irriconoscibile. Era stato arrestato per attività antifascista, insegnava ai giovani  la fedeltà alla verità e al dovere. Fu portato anche lui alle Fosse e ammazzato insieme agli altri 334 Martiri.

Pilo Albertelli lasciò scritto: “Un uomo senza ideali non è un uomo ed è doveroso sacrificare, quand’è necessario, ogni cosa per questi ideali”.

Nel silenzio scattiamo ancora qualche foto. Più tardi ce ne andiamo. Delphi, il centro del mondo è un pallido ricordo.

h.

* “Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Epitaffio sulla tomba del filosofo Immanuel Kant.

Le precedenti tappe del viaggio in Grecia: https://anoipiace.wordpress.com/2010/11/28/zagorohoria-epiro-greece-part-ii/   https://anoipiace.wordpress.com/2010/10/22/methoni-peloponneso-greece-part-i/





Camicie rosse

2 08 2010

Com’è consuetudine Paolo Rumiz inviato di Repubblica è partito per il suo solito viaggio estivo e da ieri ce lo racconta sulle pagine del quotidiano. Il giornalista triestino quest’anno si è messo sulle tracce di Garibaldi e della spedizione dei Mille.

Il Risorgimento. Una delle tante rivoluzioni tradite. La Storia dimenticata, in un paese che non ha una memoria condivisa. E non vale solo per il Risorgimento o la Resistenza, come possiamo vedere in questi giorni nel trentennale della strage di Bologna. È la Storia negata; ed è l’affermazione del revisionismo, del suo uso politico. Il farsi strada poco a poco di una verità di regime.

In questa cinica realtà, Rumiz, nonostante i dubbi, non si scoraggia: “scrivo ad Alvaro della mia voglia di fare un viaggio partigiano in questa Italia che propone Mussolini tra i temi della maturità e va alla restaurazione peggio dell’Austria dopo Napoleone”. E parte. Per raccontarci cosa resta nel 2010 della spedizione dei Mille, e che, magari, nel nostro paese un’anima garibaldina esiste ancora.

Nella prima tappa il giornalista ci ricorda, ed è bello saperlo, che la spedizione del 1860 fu composta per il novanta per cento da giovani padani e che all’epoca gli italiani sapevano combattere anche per la libertà degli altri. Al contrario di oggi si credeva ancora che l’individuo potesse cambiare il mondo. Una vera epopea. L’Italia giovane e bella. E Garibaldi ne era l’eroe. Pochi lo sanno: quando il generale andò a Londra ad aspettarlo erano in cinquecentomila e in Russia c’è chi mette Garibaldi accanto all’icona di San Nicola. Da noi lo stanno demolendo. Un  paese senza Storia è un paese senza futuro.

Ma il viaggio continua, in bilico fra incanto e disillusione, Rumiz sale sul treno, si siede accanto a due donne: “canticchio Mia bella addio a bassa voce, con un libro in mano. Le due mi guardano con fastidio. Chissà cosa accadrà quando metterò la camicia rossa”. Prossima fermata nelle paludi romagnole, tra canali e zanzare, dove Anita Garibaldi morì di febbre.

Un viaggio da non perdere. Seduti comodamente in poltrona seguite Paolo Rumiz sulle pagine di Repubblica.

Camicie rosse, il reportage di P. R., potete leggerlo anche qui: http://www.repubblica.it/rubriche/camicie-rosse/2010/08/01/news/sulle_strade_delle_camicie_rosse_con_l_allegra_banda_garibaldina-5995656/index.html?ref=search

Sempre sul Risorgimento a me è piaciuto molto questo articolo di Maurizio Maggiani: http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=11314

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