Voglio la rivoluzione di Franco Arminio

21 04 2013

oratorio bizantino franco arminioIn questa grigia domenica di pioggia e tristezza vorrei proporre un breve brano di Franco Arminio, tratto da “Oratorio Bizantino”. Mi sembra possa rappresentare un antidoto al veleno che ci è stato inoculato negli ultimi mesi, la cui ultima dose letale ci è stata somministrata ieri con l’elezione del Presidente della Repubblica.

A chi ne avesse voglia consiglio di leggere il bel libro di Arminio, una raccolta di scritti civili, una ricerca antropologica (nella prefazione Franco Cassano parla di disfatta antropologica) in un piccolo paese del Sud, ma dentro una visione globale.

Nel libro c’è tanta indignazione, ma anche tanto impegno nel contrastare la deriva che riguarda una comunità, la vittoria dell’individualismo sulla collettività e il cinismo che ne consegue, riassunto in un significativo passo: “C’è sempre altro da fare quando dobbiamo fare qualcosa per gli altri”.

Sono pagine di resistenza, scritte con la consapevolezza che non ci si può arrendere mai, nemmeno di fronte alle tante sconfitte, anche se si rimane soli. Si cerca di restituire dignità alla politica, alla buona politica, che come dice Arminio: “se non è grande, non è niente” e per contare “deve contenere la vita che è slancio, coraggio, esposizione all’ignoto”.

Leggetelo.

Voglio la rivoluzione, nient’altro che la rivoluzione. La voglio da me stesso, prima ancora che dal mondo. La voglio perché la furberia dolciastra e la scalmanata indifferenza hanno preso in mano i territori della parola e anche quelli del silenzio. Chi scrive viene tollerato a patto che rimanga nel recinto. Le sue ambizioni possono essere anche altissime, ma solo se vengono esercitate in luoghi millimetrici, invisibili. I fanatici della moderazione avanzano ovunque. In politica come in letteratura.

Io sono fuori dal mondo e fuori da questa vita. Non è un merito e spero non diventi una colpa. È andata così e sono fatti miei. Dal luogo in cui parlo, con la morte che mi passa nel cuore molte volte al giorno, io sono costretto ad ambire alla rivoluzione, non ho altra scelta. E se guardo un albero, non gli chiedo soltanto di farmi ombra, e se incontro una persona non mi accontenterò delle solite cerimonie, voglio l’infinito e non mi basta neanche quello, dell’infinito voglio la radice, il luogo in cui inizia, voglio sentire come è cominciata questa infiammazione, questo delirio della materia che chiamiamo vita.

Franco Arminio – Oratorio bizantino (Ediesse)

http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/oratorio-bizantino

 

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Babbo operaio

1 02 2012

In tutta la vita non ho mai conosciuto un solo operaio
che non fosse nel suo profondo rivoluzionario
dico a un binario smorto perso chissà dove tra i carrelli sganciati
dalla Storia inconcludente che ci ha escluso entrambi
dai suoi meandri scavati con le unghie di una talpa morta
E se non l’ho conosciuto io mai nessuno ne conoscerà uno
L’ultimo dilettante dell’utopia è meno cieco del primo campione di realismo

Resta fermo e immobile come l’attesa su una banchina
e mi squadra di traverso, sfacciato come il cinismo della vecchiaia
poi mi colpisce come lo schiaffo di vento di un treno in corsa
E tuo padre allora? È rivoluzionario pure lui?
Due urli un gol ed è già fermo al palo il suo rigore dominicale
la sua coscienza in punizione si frange sulla barriera di cuoio
e ciao, ti saluto Carlo Marx, un’altra settimana è nel sacco

S’arresta la caldaia e il fumo quasi non sbuffa più dal camino
anche gli stantuffi fanno fatica a non indietreggiare
ma è solo un momento e basta un po’ di carbone rosso ardente
per scagliargli la pala addosso tutto sporco e sudato
Brutto porco d’un menscevico! Mai fischieranno le mie orecchie ai tuoi starnuti
Mio padre il più reazionario del più reazionario degli operai
è stato il più rivoluzionario della sua generazione

Solo il più eroico tra tutti gli inutili capelloni poteva sacrificarsi
quando deve avere pur compreso che era meglio rinunciare
a zampe d’elefante come a baffi e basette da barboni
e a tutte le altre mezze misure spuntate che non servono a nulla
pur di concentrare nel fondo delle sue più insondabili notti d’amore
il seme decisivo per quella stella più rara della punta d’una cometa
davvero capace di riaccendere il cielo cadente della Rivoluzione.

B.B.B.





Poesia per Ernesto Che Guevara

8 10 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Julio Cortazar il giorno che seppe della morte del Che gli dedicò questa poesia oggi dimenticata:

Ho avuto un fratello
non ci siamo mai visti
ma non importava.

Ho avuto un fratello
che andava per i mondi
mentre io dormivo.

Gli ho voluto bene a modo mio,
ho preso la sua voce
libera come l’acqua.

Certe volte ho camminato
vicino alla sua ombra.

Non ci siamo mai visti
ma non importava,
mio fratello vegliava
mentre io dormivo.

Mio fratello che mi mostrava
dietro la notte
la stella da lui scelta.

Julio Cortazar