La Democrazia e l’Occidente

3 05 2011

La paura è stata la grande protagonista della politica nell’ultimo decennio. Attraverso questo sentimento si sono governati paesi, scatenate guerre, decise rigide gerarchie sociali e soprattutto costruite carriere politiche. L’ipocrisia delle classi dirigenti e le menzogne dell’apparato propagandistico sono state un valido aiuto. Il primi dieci anni del nuovo millennio sono tutti da dimenticare. Le conquiste sociali del novecento hanno lasciato spazio a una guerra permanente di orwelliana memoria, al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di uomini e donne, a una crisi economica che sembra senza fine e a una crisi di civiltà e di valori che ha prodotto un deterioramento della qualità della democrazia in tutti i paesi occidentali.

Sotto questo profilo, riguardante innanzitutto la DEMOCRAZIA, voglio commentare brevemente l’eliminazione di Osama Bin Laden, icona del terrore, accolta con troppa enfasi e con dichiarazioni esagerate “un fatto che cambierà la storia”; e discutibili “ha vinto la democrazia”, “il mondo è migliore”.

Con l’uccisione di Bin Laden è stato eliminato un pericoloso terrorista, un bandito. Gli Stati Uniti hanno avuto la loro vendetta. Ma trovo assurdo sostenere che abbia vinto la democrazia. La democrazia non vince, la democrazia vive: si costruisce, si pratica, si partecipa. La democrazia non è al servizio di nessuno, nemmeno di uno stato, al contrario è al servizio di tutti. Nella partecipazione civile, nella condivisione di bene pubblico, a cui ogni sistema democratico deve fare riferimento, si devono costruire quelle pratiche di governo orientare a eliminare povertà, sfruttamento, disuguaglianze, discriminazioni, emarginazione, esclusione. Questi fenomeni insieme hanno costituito il brodo di cultura in cui Bin Laden e Al Qaeda hanno attinto per fondare e formare gruppi terroristici. E sono questi stessi elementi, se affrontati con inadeguatezza e sottovalutati, che potrebbero dare origine a nuovi terrorismi. Non ci può essere alcuna relazione tra la morte di Bin Laden e la presunta affermazione della democrazia.

Dunque, la battaglia per far vivere la democrazia è tutta da giocare, ancora da iniziare, e non riguarda soltanto l’Iraq o l’Afganistan devastati da dieci anni di guerra, o i paesi del nordafrica le cui rivolte sono ispirate da richieste di giustizia, libertà, emancipazione. La battaglia democratica riguarda anche l’Occidente.

Il sistema economico-finanziario occidentale, “il mercato”, come nelle vecchie monarchie assolutiste, detiene tutto il potere sino a diventare dispotico, non è controllabile e svuota di senso il concetto stesso di democrazia. Per capirlo meglio è sufficiente guardare alla situazione che stanno vivendo i lavoratori dipendenti, le classi subalterne in tutto il mondo. Il mercato li costringe a perdere lo stato di cittadini, riducendoli alla condizione di sudditi nel ricco occidente e alla condizione di schiavi nel sud del mondo. Anche questo è un problema di democrazia.

Per questo dico che la morte di Osama Bin Laden non riguarda la Democrazia e nemmeno la Storia: non è un fatto che cambierà la storia, Bin Laden politicamente era già morto. C’è solo da sperare che con l’uscita di scena del responsabile di Ground Zero cambi almeno il paradigma della “guerra al terrore”, ma attenzione alle semplificazioni e alle scorciatoie. Sui pronunciamenti riguardanti la Storia con la S maiuscola si erano già fatte previsioni con il crollo del muro di Berlino e abbiamo visto com’è andata.

In questa vicenda ci sono dei tratti inquietanti se la giudichiamo dal punto di vista di uno storico. Già la guerra all’Iraq era stata una gigantesca macchinazione mediatica internazionale e tutt’altro che chiara appare la vicenda dell’uccisione di Osama: dalla foto taroccata del volto del cadavere al funerale in mare. L’impressione è che la Storia sia stata sostituita con una sceneggiatura. E il prezzo del biglietto è parecchio salato. Anche questo è un problema di democrazia.

Ope

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Camicie rosse

2 08 2010

Com’è consuetudine Paolo Rumiz inviato di Repubblica è partito per il suo solito viaggio estivo e da ieri ce lo racconta sulle pagine del quotidiano. Il giornalista triestino quest’anno si è messo sulle tracce di Garibaldi e della spedizione dei Mille.

Il Risorgimento. Una delle tante rivoluzioni tradite. La Storia dimenticata, in un paese che non ha una memoria condivisa. E non vale solo per il Risorgimento o la Resistenza, come possiamo vedere in questi giorni nel trentennale della strage di Bologna. È la Storia negata; ed è l’affermazione del revisionismo, del suo uso politico. Il farsi strada poco a poco di una verità di regime.

In questa cinica realtà, Rumiz, nonostante i dubbi, non si scoraggia: “scrivo ad Alvaro della mia voglia di fare un viaggio partigiano in questa Italia che propone Mussolini tra i temi della maturità e va alla restaurazione peggio dell’Austria dopo Napoleone”. E parte. Per raccontarci cosa resta nel 2010 della spedizione dei Mille, e che, magari, nel nostro paese un’anima garibaldina esiste ancora.

Nella prima tappa il giornalista ci ricorda, ed è bello saperlo, che la spedizione del 1860 fu composta per il novanta per cento da giovani padani e che all’epoca gli italiani sapevano combattere anche per la libertà degli altri. Al contrario di oggi si credeva ancora che l’individuo potesse cambiare il mondo. Una vera epopea. L’Italia giovane e bella. E Garibaldi ne era l’eroe. Pochi lo sanno: quando il generale andò a Londra ad aspettarlo erano in cinquecentomila e in Russia c’è chi mette Garibaldi accanto all’icona di San Nicola. Da noi lo stanno demolendo. Un  paese senza Storia è un paese senza futuro.

Ma il viaggio continua, in bilico fra incanto e disillusione, Rumiz sale sul treno, si siede accanto a due donne: “canticchio Mia bella addio a bassa voce, con un libro in mano. Le due mi guardano con fastidio. Chissà cosa accadrà quando metterò la camicia rossa”. Prossima fermata nelle paludi romagnole, tra canali e zanzare, dove Anita Garibaldi morì di febbre.

Un viaggio da non perdere. Seduti comodamente in poltrona seguite Paolo Rumiz sulle pagine di Repubblica.

Camicie rosse, il reportage di P. R., potete leggerlo anche qui: http://www.repubblica.it/rubriche/camicie-rosse/2010/08/01/news/sulle_strade_delle_camicie_rosse_con_l_allegra_banda_garibaldina-5995656/index.html?ref=search

Sempre sul Risorgimento a me è piaciuto molto questo articolo di Maurizio Maggiani: http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=11314

h.